Lettere a Samira (4)

A quattro anni dalla scomparsa di sua moglie Samira Khalil, lo scrittore e dissidente siriano Yassin Al-Haj Saleh ha iniziato a scrivere per lei lettere aperte, pubblicate in arabo e inglese sul sito AlJumhuriya.net. Nelle lettere racconta come è cambiata la Siria durante i tre anni e sette mesi dalla scomparsa di Samira, a partire dal primo attacco chimico sulla Ghouta Orientale, proseguendo con la narrazione delle vicende internazionali e locali che hanno ridisegnato il conflitto siriano. Accanto alla narrazione storica e alle riflessioni di natura politica, le lettere aperte rappresentano l’unica forma possibile di comunicazione, sebbene a senso unico, tra Yassin e Samira.

Lettere a Samira (4)

di Yassin Al-Haj Saleh, tratto da LE VOCI DELLA LIBERTÀ

Traduzione: Nurah EL Assouad

Sammour, il sangue non ha smesso di scorrere neanche un giorno da quando sei assente, da ormai quasi tre anni e otto mesi.

Il conflitto oggi è caratterizzato dalla frammentazione, da zone d’influenza, dalla molteplicità delle guerre e il loro parallelismo. Abbiamo chiesto il pluralismo politico ma abbiamo ottenuto la molteplicità delle guerre, e invece del pluralismo in un paese unito, abbiamo ottenuto il pluralismo del paese.

La Russia, sulla costa e tramite diverse basi militari nel paese, combatte la sua guerra contro le forze di opposizione al regime.

L’Iran controlla indirettamente Damasco tramite Hezbollah, mentre controlla direttamente Aleppo, Al-Qalamoun, Daraa ed altre zone. La sua guerra mira a proteggere il regime e assicurare il controllo sul paese, impossessandosi anche dei beni immobili e dei terreni a Damasco, Homs e sulla costa.

La Turchia, invece, combatte la sua battaglia contro l’organizzazione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Il PKK, a Jarablus e Al Bab.

Mentre l’America, a Raqqa e nella Jazira, lotta contro Daesh, e tramite le forze curde assedia Raqqa; prima di dare inizio all’assedio, l’America ha cambiato le sue regole sull’impegno militare per essere più tollerante rispetto ai “danni collaterali”, tra i civili.

Solo tra giugno e luglio sono caduti 1300-1500 civili tra i 40 mila circa rimasti in città. Con questo numero “legittimato” di vittime, questa guerra potrebbe essere definita una guerra terrorista. Il terrorismo, infatti, in ogni sua definizione, include prendere come bersaglio dei civili o mettere a repentaglio le loro vite per raggiungere scopi politici.

Al Hasakah e Al Qamishli sono sotto il controllo del braccio siriano del PKK turco, ma anche il regime è presente nelle due città.

Deir El Zor è divisa tra il regime e Daesh, e sembra che anche la Russia stia cercando di controllarla.

Ma dov’è il regime? Bashar Al-Assad è lì, ma il suo regime è marcio, all’interno ci sono bande criminali, conflitti d’interesse e affamati di ladroneria, che lui stesso ha sprigionato e non riesce più a controllare.

Nella Ghouta orientale, Jaish al-Islam sta cambiando pelle, e potrebbe arrivare ad un accordo con il regime siriano e abbandonare le armi che ha accumulato e che hanno causato la morte di numerose persone a Douma e nella Ghouta, in cambio della partecipazione alla rete degli interessi e dei poteri nella regione.

Idlib, dove sono stati evacuati gli abitanti di molte zone del paese come Daraya, Qaboun, Barza e Zabadani, (evacuati anche al nord di Aleppo), è sempre di più sotto il controllo di al-Qaeda; poche settimane fa, Jabhat Al-Nusra, che oggi viene chiamata Tahrir Al-Sham, ha sconfitto il movimento di Ahrar al-Sham ed è ormai quasi l’unica a controllare la zona.

Questo è il fulcro di una guerra continua che potrebbe presto diventare attiva e duratura, e che avrà di certo la sua quota di vittime e distruzione.

La guerra non è finita ma si è trasformata in tante guerre parallele. Ci sono situazioni particolari in diverse regioni del paese, che a loro volta sono candidate al parallelismo e alla lunga vita.

Dov’è finita, in tutto questo, la rivoluzione? Dov’è la gente? Sammour, si stima che almeno mezzo milione di siriani siano stati uccisi, ed è possibile che questo numero, riportato più di un anno fa da un quotidiano britannico, sia aumentato di decine di migliaia.

Ci sono circa 6 milioni di sfollati fuori il paese; di questi, 5 milioni sono in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq. 937.000 in Europa, di cui circa la metà in Germania. Oltre 7 milioni di sfollati all’interno del paese vivono in aree vicine o lontane dalle loro zone di origine.[1]

Il movimento avviene, in generale, dalle zone fuori il controllo del regime, dove quest’ultimo ha fatto sì che la vita diventasse impossibile, verso le zone sotto controllo di Assad, dove la gente è al riparo da bombardamenti e assedi, anche se la vita diventa sempre più difficile anche in questi posti, per via delle continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza d’acqua; la gente ha perso le proprietà nelle città di provenienza così come la loro vita quotidiana, molto più che prima della rivoluzione, conducendo insomma, una vita sempre più alienata.

L’alienazione non riguarda solo i profughi sparsi quasi ovunque nel mondo (due anni fa abbiamo avuto un rifugiato siriano a Hong Kong, oggi forse due!), ma anche molti residenti.

La Siria che non ha mai avuto un “interno”, ha sviluppato, durante i primi due anni di rivoluzione, grazie alle manifestazioni e i rivoluzionari, un “interno” pieno di vita. Oggi invece è divenuto un paese multiforme, dentro e fuori.

Molti dall’interno sono oggi fuori il paese e molti provenienti da fuori si trovano invece all’interno. C’è una Siria in Turchia (più del 12% di siriani), un’altra in Libano e in Giordania (i due paesi fratelli e vicini dove i rifugiati siriani vengono trattati nel peggiore dei modi), così come in Germania e tanti altri paesi.

E poi c’è anche una Russia in Siria, c’è un Iran in Siria, c’è un movimento globale di Jihadisti provenienti da tutto il mondo, c’è un’America che sta diventando un grande elefante nelle nostra piccola Siria, così come vi è la Turchia, il PKK e il civile e civilizzato vicino Israele, addirittura Bashar Al Assad è in Siria!

Sammour, oggi, circa l’80 percento dei siriani vive sotto la soglia di povertà, almeno 160mila sfollati dalle zone di Damasco e Homs vivono nelle tende al Nord della Siria e un quarto di milione di rifugiati vivono nelle tendopoli in Turchia, dove in totale i rifugiati sono 3 milioni.

Il numero dei detenuti e i sequestrati è sconosciuto, ma sono decine di migliaia, più di 100mila. Mesi fa, Amnesty International ha pubblicato una relazione sulla prigione di Sednaya[2], dove si stima che circa 13mila detenuti potrebbero essere stati uccisi, impiccati in carcere, tra il settembre 2011 e la fine del 2015, senza contare i detenuti morti di fame e malattie in questo luogo che la relazione chiama “il mattatoio umano” o nelle varie prigioni della polizia segreta.

Il destino della rivoluzione è legato a quello della gente, Sammour, di coloro che sono stati uccisi o hanno perso le loro case, di chi è detenuto o stato torturato, degli sfollati dentro la loro patria e all’estero, degli impoveriti, gli abitanti delle tende e i quartieri più poveri. La comunità lavoratrice siriana che si era rivoltata è stata distrutta per distruggere la rivoluzione e spargere le sue macerie ovunque.

Nella diaspora siriana, in queste tante ‘Sirie’ vicine e lontane, chi sta meglio cerca di fare qualcosa. Alcuni soffrono, soprattutto i giovani, vivendo le varie crisi delle comunità sradicate, e inciampando a volte nel tentativo di risolvere i loro problemi e struggendosi per i propri fallimenti.

La distanza dal paese, la disintegrazione familiare, l’assenza del sentimento di familiarità e di aspettative accanto al crollo di molti ambienti sociali del nostro paese, hanno gettato molti giovani in situazioni terribili e destabilizzanti, senza l’aiuto di nessuno.

Ma c’è anche chi studia presso le università o chi ha sviluppato le proprie competenze professionali e culturali ed è fluente nelle lingue straniere. Forse tra qualche anno, troveremo degli aspetti positivi che ricompenseranno un po’ la tragedia del nostro paese. Qualcosa che somiglia a quello che abbiamo cercato di fare in prigione, imparando e cercando di cambiare noi stessi per compensare ciò che è stato dissipato dalle nostre vite.

Ma dai tempi della prigione, Sammour, ho capito che nulla viene compensato. E ciò che è vero per la prigione, è ancora più vero in questo assedio completo della rivoluzione e nella totale distruzione del paese. Lo sai bene, lo hai scritto nei tuoi appunti, che la prigione che hai vissuto con i tuoi compagni è stata una barzelletta rispetto all’assedio.

Oggi sei più che consapevole che l’assedio è uno scherzo rispetto all’isolamento all’interno dell’assedio, un doppio assedio, di cui tu, in particolare, sei ostaggio. La tua assenza non è colmata, e nulla la compensa, Sammour.

Il mio cuore non vuol chiedere ai tuoi rapinatori di stringere l’assedio ancora, inevitabilmente! Non credo che Mahmoud Darwish l’avrebbe mai fatto se la donna che amava fosse stata al tuo posto e lui al mio, nella medesima situazione.
Ma come lui cerco di coltivare la speranza o di inventarla.

La mia speranza è che tu sia sana e che conservi la tua ironia come hai sempre fatto. Questo è l’unica cosa che potrebbe “compensare” la tua incolmabile assenza.

Tantissimi baci, amore mio
Yassin

[1] Questi dati e molti altri sui profughi e gli sfollati in Siria e fuori sono consultabili sul sito dell’UNHCR, agenzia ONU per i rifugiati all’indirizzo http://data.unhcr.org/syrianrefugees/regional.php
[2] Il report, uscito a Febbraio 2017, è consultabile in arabo e inglese all’indirizzo https://www.amnesty.org/en/documents/mde24/5415/2017/en/



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