L’economia del debito e la finanziarizzazione: il capitalismo all’americana

L’economia è forse una delle discipline peggio divulgate al mondo. Arroccata su tecnicismi per sacerdoti, oppure approssimata a qualche slogan anticapitalista. Tuttavia, il capitalismo va capito nei suoi meccanismi più complessi se si desidera elaborare un’alternativa alla profonda crisi che stiamo vivendo.

Questa rubrica racconterà in modo semplice ma quanto più possibile rigoroso alcuni concetti chiave del capitalismo mondiale, con particolare riferimento al periodo che segue la seconda metà degli anni Settanta. Una mappa ragionata per comprendere le sfide economico-sociali che dobbiamo affrontare e provare a proporre un vocabolario che smonti i luoghi comuni e faccia da bussola per il futuro prossimo.

Di Marco Missaglia e Clara Capelli

L’importanza della speculazione immobiliare sta in ciò che, in America, essa ha largamente spinto la crescita dei consumi, che sono stati il motore della ripresa degli ultimi anni e che viceversa sarebbero stati frenati dalla forte crescita della diseguaglianza nella distribuzione del reddito.

Paolo Sylos Labini, I Paesi indebitati e la bolla immobiliare, La Repubblica, 6 luglio 2005

 

Ok, sono uno chef di un grande ristorante che la domenica pomeriggio prepara il menu. Ho ordinato il pesce venerdì, l’obbligazione ipotecari su cui Michael Burry ha appena scommesso. Ma non vendo tutto il pesce fresco. Non so perché. Forse è saltato fuori che l’halibut ha l’intelligenza di un delfino. Quindi che faccio? Butto via tutto il pesce avanzato, che è il livello BBB dell’obbligazione e vado incontro a una perdita? Non se ne parla nemmeno. Da bravo chef quale sono metto, tutti i pezzi invenduti di merda dell’obbligazione nella zuppa di pesce. Vedete, non è pesce vecchio, è una cosa totalmente nuova! E la figata è che state mangiando un halibut vecchio di tre giorni.

 

Anthony Bourdain ne La Grande Scommessa

 

Come abbiamo visto nella prima puntata di questa rubrica, la contraddizione fondamentale del capitalismo deriva dal fatto che ciascuna impresa, per realizzare profitti, cerchi di ridurre le remunerazioni dei lavoratori o di farle crescere più lentamente della loro produttività. Se si danno le condizioni socio-politiche perché tale tentativo riesca, esso darà luogo ad un peggioramento della cosiddetta distribuzione funzionale del reddito.

Il reddito, come abbiamo visto, si concentra cioè sempre di più nelle mani di chi – i capitalisti e i “ricchi” – tende a spenderlo in proporzione inferiore, il che tuttavia implica una contrazione della domanda complessiva e dunque il rischio sempre più concreto di lasciarle invendute. Il troppo stroppia: per volere troppi profitti, se ne realizzano troppo pochi. Una specie di crisi da ingordigia.

Come si può allora vendere se il potere d’acquisto di chi dovrebbe acquistare si riduce? Come funziona il capitalismo di fronte a questa sua intrinseca contraddizione?

La risposta americana, innanzitutto nordamericana (in realtà sarebbe meglio considerarla una pratica globale, applicata in dosi diverse quasi dappertutto) è stata di sostituire prestiti a salari. Se la distribuzione peggiora e il tuo salario reale diminuisce (o cresce meno rapidamente della produttività del lavoro, ossia della rapidità con cui butti nuovi beni e servizi sul mercato; beni e servizi che – appunto – qualcuno dovrà comperare), come fai ad acquistare l’automobile e la televisione, magari una casa, e andare anche in vacanza?

Vai in banca e chiedi un prestito. Quel che il tuo salario non compera più, lo compera il prestito che hai ottenuto.

La banca, il cui scopo è di realizzare profitti, il prestito te lo concede.  E te lo concede per varie ragioni. Primo, perché per esempio sulla casa ci mette l’ipoteca, e se non ripaghi diventa sua. Soprattutto in epoca di boom dei prezzi immobliari la garanzia ipotecaria si fa ancora più garanzia: ti presto 100, comperi la casa e se poi non restituisci la rivendo io a 110. Les jeux sont faits.

Secondo, perché la banca inventa un modo intelligentissimo di utilizzare uno strumento vecchio di più di un secolo e originariamente creato per scopi assicurativi: i derivati. Cioè: io, banca, prendo un pezzettino del credito concesso a Camilla per comperarsi la casa o l’automobile, un pezzettino del credito concesso a Serena per questi o altri scopi, e così via (di fatto prendo centinaia, addirittura migliaia di pezzettini), li impacchetto, metto tutti questi pezzettini corrispondenti a crediti di diversa rischiosità in una stessa busta (ossia sto cartolarizzando i prestiti originari) e poi vendo la busta (il “derivato”, dal momento che il suo valore deriva, appunto, dai crediti originari) a qualche soggetto – un’altra banca, un fondo pensione, una compagnia assicurativa, un fondo di investimento, un “veicolo speciale” (ovvero una società giuridicamente distinta dalla banca che ha originato i prestiti ma economicamente corrispondente ad essa) –  che ritenga conveniente acquistarla.

Perché? Perché la busta è naturalmente diventata un titolo di credito: sopra ci sta scritto che il portatore ha diritto a ricevere l’ammontare dovuto dai debitori originari (gli acquirenti delle case o di quello che volete). In altri termini, il debitore originario continua a dover pagare le rate stabilite alla banca che inizialmente concesse il prestito e a sua volta quest’ultima – che la busta l’ha oramai venduta – gira questi pagamenti a chi l’ha acquistata.

Quando tutto va bene, ci guadagnano sia la banca sia l’acquirente della busta.

Infatti, chi compera mette nel proprio portafoglio un mix di crediti di diversa rischiosità che frutteranno interessi; chi vende, cioè a dire la banca, si libera dai rischi associati a un’eventuale mancato pagamento del debitore originario, incassa il prezzo di vendita della busta e le commissioni che il compratore le pagherà per essersi presa la briga di confezionarla.

Insomma, i derivati servono a trasferire i rischi dalla banca che ha originariamente concesso i prestiti a coloro che di quei prestiti hanno acquistato i pezzettini in cui sono stati frammentati. Il rischio viene trasferito e, anziché rimanere in capo alla banca, distribuito tra molti soggetti disposti ad assumerselo in cambio di un rendimento potenzialmente interessante.

Pensate al film La Grande Scommessa, in cui si spiega molto bene come, senza adeguati meccanismi di controllo e regolamentazione, la finanza abbia creato altra finanza, prodotti sempre più sofisticati (che non spiegheremo qui per non complicare ulteriormente la questione) necessari a produrre rendimenti sempre maggiori.

Esiste infine un terzo meccanismo che si pone a protezione della banca: paga Pantalone. Qualora, in caso di insolvenza del debitore, né l’ipoteca né la vendita dei derivati bastassero a tutelare il bilancio della banca, interverrà lo Stato: le banche verranno salvate perché (giustamente) i risparmi dei cittadini devono essere protetti e tutelati.

La cronaca recente non a caso ci racconta moltissimi casi di salvataggio bancario, in Italia e fuori: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per citare i casi più recenti, salvate con 17 miliardi di fondi pubblici. Oppure, fuori dal Belpaese e all’indomani del disastro del 2008, 45 miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi per salvare Citigroup e Bank of America. D’altra parte, quando le autorità decisero di non intervenire e lasciarono fallire le banche (Lehman Brothers), i danni furono enormi.

Sono questi i meccanismi che crearono per cui le banche, specialmente ma non esclusivamente negli Stati Uniti, poterono elargire generosi mutui e crediti al consumo e dunque sostenere una domanda che altrimenti, per via del peggioramento nella distribuzione del reddito, avrebbe ristagnato. Inutile dire che questa soluzione “americana” dava luogo per i capitalisti al migliore dei mondi possibili. Da un lato, pago poco i lavoratori (la distribuzione funzionale che peggiora), ma riesco comunque a vendere perché le banche, adesso, ai lavoratori concedono crediti al consumo o per la casa; dall’altro, e per di più, noi capitalisti (finanziari) ci guadagniamo pure gli interessi che su quei prestiti si devono pagare. E, di nuovo, se non ci sono meccanismi per vigilare e temperare su questi fenomeni, questi sfuggono di mano.

Fino a quando il castello di carte tiene, perché se la finanza scellerata poggia su un peggioramento della distribuzione funzionale del reddito, prima o poi la massa di insolventi farà crollare tutto. Esattamente come ne La Grande Scommessa, in cui molti dei detentori di mutui sono persone senza redditi stabili né addirittura un impiego.

Non stupisce allora che si sia trattato di una fase durante la quale, al di là e al di qua dell’Atlantico, molte imprese “industriali” (dedite per intenderci alla produzione di frigoriferi e automobili) abbiano acquisito partecipazioni in imprese “finanziarie” (banche, assicurazioni, eccetera): era importante assicurarsi che i crediti fossero concessi per davvero, anche a soggetti che difficilmente avrebbero potuto ripagarli. Oltre a differenziare la propria attività economica verso settori più reddittizi dell’industria, affaticata dalla competizione sempre più globale e dalla domanda  che risentiva del peggioramento della distribuzione funzionale del reddito.

A questo fenomeno – e più in generale alla crescita vertiginosa delle relazioni di debito-credito – si è dato il nome di “finanziarizzazione”, neologismo che etichetta un fenomeno che già Karl Marx, 150 anni fa, aveva ben chiaro. Per produrre i pomodori ci vuole un pezzo di terra; per venderli, un supermercato. Il pezzo di terra e il supermercato costituiscono cioè condizioni assolutamente necessarie per poter realizzare un profitto dalla coltivazione di pomodori.

Tuttavia, diceva Marx, ciò che fa il profitto (che “crea plusvalore”, nel gergo del filosofo tedesco), è il lavoro dell’uomo: di chi dissoda e zappa la terra, di chi progetta e costruisce trattori, di chi raccoglie e seleziona i pomodori. Di chi, in termini più generali, trasforma il seme in un pomodoro. Di chi, in termini più moderni, ha aggiunto valore (plus-valore, appunto, o valore aggiunto che dir si voglia) al puro seme, alla nuda materia prima, trasformando in valore d’uso (il pomodoro) ciò che da sé usato non potrebbe essere (il seme).

Ora, il prezzo del pomodoro (l’incasso che se ne deriva dalla vendita) serve tuttavia a remunerare non solo chi ha creato il plusvalore, ma appunto anche il proprietario della terra su cui il pomodoro è cresciuto (rendita fondiaria) e il proprietario del supermercato che il pomodoro si è limitato a distribuire (rendita commerciale).

Rendita fondiaria e rendita commerciale costituiscono cioè una sottrazione dalla remunerazione di chi ha davvero creato plusvalore, operata da chi a monte e a valle del processo autenticamente produttivo svolge un’attività (l’affitto delle terre, la distribuzione dei pomodori) improduttiva per sé di plusvalore, ma comunque utile alla sua realizzazione.

 

 

La rendita finanziaria – cioè in sostanza gli interessi pagati alle banche – è esattamente la stessa cosa.

Nella misura in cui la realizzazione del profitto derivante dalla coltivazione di pomodori (costruzione di case, produzione di automobili, etc.) non richiede soltanto un pezzo di terra e un supermercato, ma l’ulteriore requisito che le banche prestino alle famiglie i quattrini necessari ad acquistarli, si viene a creare una situazione per cui nel prezzo del pomodoro (o di quello che si vuole) c’è dentro giocoforza anche la remunerazione del banchiere o del manager: gli interessi spettanti a chi, invece di affittare un pezzo di terra, ha prestato i danari necessari alla vendita del pomodoro.

La “finanziarizzazione”, questo è: lo spostamento relativo, nella distribuzione del valore, in favore della rendita finanziaria.

Occorre allora completare la descrizione del problema della distribuzione dei redditi cui abbiamo più volte accennato: non si tratta soltanto di “più ai profitti, meno ai salari”, ma anche di “più alle rendite, meno ai redditi produttivi (profitti e salari)”.

Il fatto in sé costituisce certamente un problema e occorre anche porsi delle domande circa la sostenibilità nel tempo, la funzionalità stessa in fondo, di questo modello fondato sulla sostituzione di prestiti a salari.

Non sarà che se il tasso di crescita dei salari è troppo basso rispetto al tasso di interesse da pagare sui prestiti ottenuti per comperarsi pomodori, case e automobili, allora, prima o poi, ripagare il dovuto diventa impossibile e salta tutto?

Non sarà che per sua stessa natura la “soluzione” americana al problema della vendita delle merci è destinata a non poter durare in eterno? Non è vero che prima del 2008 nessuno seppe prevedere il disastro prossimo venturo. Roubini, Sylos Labini, Sarcinelli, Godley, Kregel: sono questi alcuni degli gli autori che per tempo espressero forti dubbi sulla sostenibilità del modello americano fondato sull’accumulazione di debiti privati (e sottolineiamo privati).

Tutti autori che, a dire il vero, trassero più ispirazione da un keynesiano come Hyman Minsky che non da Marx. Nel 1982 Minsky, economista americano, scrisse un libro dal titolo Can “It” Happen Again? Potrebbe ripetersi?, con chiaro riferimento alla Grande Crisi del 1929.

Minsky non sottolineava tanto il ruolo dei prestiti nel sostenere la domanda di merci, ma il fatto che invariabilmente, in epoche buone come quella che poi precedette la crisi del 2008, banche ed altre istituzioni finanziarie tendano, per il fatto stesso che l’epoca sia buona e che perciò si offuschi la percezione dei rischi, a concedere prestiti sempre più rischiosi. Specialmente quando il quadro di controllo e regolamentazione lo consente.

Non solo, per dire, crediti al consumo, ma anche crediti a chi, sprovvisto della liquidità necessaria, voglia comunque acquistare attività (case, oro, derivati) nella speranza che il boom continui e dunque di poter presto o tardi rivenderle a prezzo maggiorato.

Una grande scommessa, appunto.

 



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