Romania, profondo sud

Storie dalla comunità rom più numerosa d’Europa


di Valentino Casalicchio

Il bus che collega Craiova alle zone rurali del sud della Romania è affollato: un furgone anni ‘80 trasporta i braccianti che lavorano nei campi della regione del Dolj.

Il caldo afoso rende l’aria pesante, le facce dei contadini scolpite dal sole fanno da cornice ad un paesaggio molto arido: dal finestrino si scorge il fiume più lungo d’Europa – il Danubio – che lungo il suo percorso divide naturalmente la Romania dalla Bulgaria.

Il percorso va a rilento a causa dei numerosi carretti incontrati per la strada che rallentano il cammino. Sguardi fieri e sorridenti di persone dai lineamenti indiani.

Non è il continente asiatico, bensì il sud della Romania, dove la percentuale di persone di etnia rom raggiunge picchi del 100 percento in alcuni villaggi.

Dopo un’ora e mezza raggiungo Bechet, villaggio di 4000 abitanti, fra coltivatori di angurie e mercanti di frontiera. Lucia – direttrice dell’associazione Tineri in Europa – mi accoglie a braccia aperte alla fermata dell’autobus, lei mi farà da cicerone in questo angolo della Romania.

Lucia mi introduce al tema dei rom in Romania: zingari, zigani, zingani o gitani sono i termini generici utilizzati per indicare le persone di etnia proveniente dall’India settentrionale che parlano la lingua romanì.

In Italia spesso vengono confusi con i romeni per la somiglianza con il nome e per la provenienza romena dei rom, anche a causa di ciò – si parte a screditare un’etnia da un nome – esistono delle discriminazioni sui rom in Romania.

Il giorno successivo andiamo ad Ocolna, un villaggio rom di allevatori e artigiani, famoso per la sua scuola elementare diventata modello in Romania per l’alto livello di istruzione fornito alle minoranze rom.

Ad accoglierci è Valentine, un signore alto sulla quarantina, capelli neri come la pece e uno sguardo sereno, è lui che ci farà da guida per raccontarci come si vive in questo angolo della regione del Dolj.

Passeggiamo per le vie del villaggio, le case sono basse e fitte di persone che lavorano: c’è chi lavora l’argilla per fare dei mattoni, chi nutre i cavalli e chi “tarpa le ali” alle galline per non farle scappare.

Ocolna è un villaggio vivo, le persone ci salutano e ci guardano incuriosite. In un piazzale tra due case incontriamo un gruppo di giovani intenti a montare un tendone, “Ciao a tutti. Domani si sposa mio fratello. Stiamo preparando la cerimonia. Volete partecipare anche voi?” ci domanda un ragazzo.

Valentine, ci spiega che nei matrimoni rom non esiste una lista di invitati poiché può partecipare chiunque, senza l’obbligo di portare un dono, “E’ una festa per tutta la comunità!” afferma Valentine.

Per i rom la comunità è tutto, la loro vita gira intorno a quelle delle altre persone che vivono nello stesso villaggio. Storicamente l’etnia rom fu perseguitata e ridotta in schiavitù da tutti gli imperi: dagli Ottomani agli austriaci, fino ai nazisti, che il popolo rom ricorda ancora con il nome Porjamos, Olocausto in lingua romanés.

Questo retaggio storico ha portato il popolo rom a unirsi all’interno delle proprie comunità, mantenendo tradizioni che appaiono insolite ai nostri occhi.

Continuiamo la nostra passeggiata in mezzo al villaggio, fra allevatori di cavalli e muratori.

“Ciao. Parlate italiano?” dice Ada, ragazza sulla trentina dagli occhi chiari. Lei ha vissuto in Italia per 15 anni, ha un accento lombardo molto marcato perché è cresciuta a Cremona, sua madre lavorava per un’azienda tessile mentre il padre faceva il muratore.

“Quando mi sono sposata mi sono trasferita qui per vivere con mio marito. Stiamo bene e abbiamo un figlio che ho voluto chiamare con un nome italiano, Renato. Ogni tanto torno in Italia per visitare i miei genitori.” afferma Ada. Lei non è l’unica persona incontrata ad Ocolna che ha vissuto all’estero per tanti anni.

Molti giovani hanno passato la loro infanzia in Italia, Spagna e Grecia perché i loro genitori sono emigrati per andare a lavorare nei campi e guadagnare qualcosa in più rispetto alla Romania.
Secondo un dossier di UILA – Unione Italiani Lavori Agroalimentari – sono ben 320mila i braccianti stranieri in Italia, di cui il 35,2 percento dei lavoratori sono impegnati nei campi, quasi 115mila provenienti dalla Romania.

In poche parole, una mela su tre che c’è sulla nostra tavola l’ha raccolta uno straniero, che con buona probabilità proviene dalla Romania.

Ma perché emigrano? “Qui ci pagano 10 euro al giorno. Come facciamo a sopravvivere con tale cifra? Come facciamo a sfamare i nostri bambini?” afferma Ada.

Anche in Romania l’etnia rom è molto discriminata, spesso viene sfruttata come bassa manovalanza per i campi, specialmente nella raccolta di angurie, prodotto tipico di questa zona del Paese. Il problema del lavoro sottopagato non permette a queste persone di vivere una vita dignitosa, le quali senza un’alimentazione corretta e senza igiene riducono la loro speranza di vita sotto i 60 anni.

“Nei villaggi rom ci sono pochissime persone anziane, questo a causa del loro stile di vita, dovuto all’estrema povertà in cui vivono” dice Valentine.

Eppur siamo in Europa, quella parte di mondo che si vanta di rispettare i diritti umani e afferma di promuovere la democrazia in giro per il mondo.

“Qui la nostra sopravvivenza e la nostra felicità stanno nella nostra comunità, nelle nostre feste e nei nostri sorrisi” afferma con orgoglio Valentine. La comunità è tutto per i rom.

“Anche alcune delle nostre tradizioni vengono viste con disprezzo. La scorsa settimana il nostro villaggio ha fatto la danza della pioggia, ormai mancava da quasi un mese. Alle volte veniamo derisi, ma noi siamo contenti di mantenere il folclore che ci tramandiamo da secoli”, afferma la nostra “guida”.

Nella storia la comunità rom non ha mai avuto problemi di religione, adattandosi spesso al contesto locale.

Nell’Europa orientale sono per la maggior parte cristiano ortodossi come il resto della popolazione, mentre in Turchia ed Egitto sono per lo più musulmani. Tuttavia le tradizioni come la danza della pioggia risalgono alle loro origini hindu, conservate grazie al loro forte sentimento comunitario. “Non tutte le comunità sono uguali, dipende anche da dove risiedono, però esiste una sorta di Regno Romanì” ci spiega Valentine.

Nel 1997 Iulian Rădulescu annunciò la creazione di uno stato nel sud-ovest della Romania – nel Targu Jiu -, con un forte valore simbolico senza pretesa di sovranità. Nel 2003 Iulian Stanescu proclamò il Regno Internazionale dei Rom nella Cattedrale di Arges in Romania, senza obiettivi territoriali.

“Sono simboli per la nostra etnia. Fu un riconoscimento ufficiale, con tanto di bandiera” afferma Valentine.

Piccoli passi per una comunità che fatica ad integrarsi in un continente che si vende come padre dei diritti umani, quando esiste un’intera etnia che vive in condizioni di estrema povertà.

Gruppo vittima dello Stato-Nazione, la quale rifiuta con forza in nome di una libertà più ampia che va al di là dei confini nazionali decisi nel corso dei secoli.

La chiamano la minoranza più numerosa d’Europa, quando in realtà minoranza non è, in quanto etnia presente in Europa da più di cinque secoli, quindi da prima di quel 1648 westfaliano dove la concezione di uno Stato che regna sovrano sui propri confini diviene la bandiera dei futuri 4 secoli.

Il frammento raccontato dalle voci di Valentine, Lucia, Ada e altre persone di questo angolo della Romania è una storia che resiste da secoli a tutti i Regni e dittatori che hanno governato su queste terre. Il loro è un modo di resistere alla modernità, rivendicando il loro diritto di vivere dove vogliono e come vogliono.

Proprio per questo il popolo rom merita rispetto da parte della società europea, con un velo di sacrificio nella comprensione di una comunità ai margini di un mondo autoconsideratosi “civile”.



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