Altre Afriche

In fondo le Afriche non sono mai state così vicine a noi. La recensione del libro “Altre Afriche”, di Andrea De Georgio, pubblicato lo scorso ottobre per Egea.


Di Costanza Pasquali Lasagni

“Finché il leone non avrà chi racconta la sua storia, il cacciatore avrà sempre le storie migliori”, dice un antico proverbio africano.
Il significato è semplice: far udire la voce dei leoni, quelli che di solito non compaiono nei titoli dei giornali, o nelle storie mainstream.

Il libro di Andrea De Giorgio, cinque storie di cinque persone in cinque differenti paesi dell’Africa Occidentale, si inserisce in questo contesto, e racconta storie di ordinaria quotidianità che raramente, al di fuori del continente africano, ascolteremmo, a meno che non le cercassimo appositamente.

È così che impariamo a conoscere Adele, Daouda, Adama, Chantal e Rachid e le loro vite, così lontane e vicine alle nostre, in quel grande paradigma che è l’universalità dei sentimenti umani.

Non solo, attraverso i cinque personaggi, l’autore racconta le principali dinamiche che caratterizzano la contemporaneità e la quotidianità in Senegal, Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio e Niger, e che condizionano fortemente, nel bene e nel male, le vite dei protagonisti, fino ad arrivare alle nostre.

Dalle rotte dei migranti attraverso il deserto del Niger, alla pesca spietata e rovinosa ormai appaltata ad Unione Europea e multinazionali asiatiche fuori dalle coste del Senegal, dai sistemi informali di decisione comunitaria che ancora resistono in Mali, all’invasione del dado Maggi in tutta la regione, dall’eredità dei movimenti sankaristi in Burkina Faso all’enorme macchina del G-20 per la crisi del Sahel, si viaggia così nelle “altre Afriche”, quelle che non sempre vengono raccontate, e che ci riguardano più da vicino.

 

 

E’ così che si rompe la narrazione di un’Africa “unica” e monolitica, e di persone, che chiamare semplicemente “africani” sarebbe come minimo semplicistico, troppo spesso considerate vittime senza speranza del proprio destino.

Narrazione che fa comodo a molti al nord del Mediterraneo per giustificare politiche esclusive ed escludenti, e per rifiutare di riconoscere che i legami tra Europa e le Afriche sono prima di tutto umani, prima che politici.

E’ così che si descrive l’enorme fatica di persone ordinarie che devono fare i conti con passati pesanti e presenti a volte opprimenti, per aspirare a quello che tutti vogliamo, benessere, felicità, riconoscimento, libertà, dignità. Ma è anche così che si vengono a conoscere meccanismi e dinamiche – difficilmente narrati sui nostri media – nei quali l’Europa continua a ricoprire ruoli dominanti ed avere enormi responsabilità.

In fondo tutti potremmo essere Adele o Rachid. In fondo, e questo è il grande messaggio del libro, ricordiamoci che le Afriche, non sono mai state lontane da noi, soprattutto adesso.

Questo articolo rappresenta il punto di vista dell’autrice, espresso a titolo personale.



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