Honduras, colpo di stato di fatto

Molte agenzie e quotidiani internazionali riportano nella notte di sabato 2 dicembre la notizia di sette morti e decine di arresti, forse sopra il centinaio in diverse città del Paese. Le fonti citate sono media locali. Le proteste avvengono per le strade di un paese in cui sono state sospese le garanzie costituzionali ed è stato imposto il coprifuoco. A sei giorni dalle elezioni un risultato certo ancora non c’è, mentre Juan Hernandez del Partido Nacional che aveva epurato quattro giudici per ottenere la ricandidatura dopo un primo mandato ha compiuto quello che di fatto è un colpo di stato.

Luca Martinelli sottolineava nelle scorse ore con un articolo che riportiamo di seguito la mancanza di informazione in Italia, cercando di ricostruire anche il contesto in cui avviene la sospensione dei diritti nel Paese.

In Honduras c’è stato un nuovo colpo di Stato, e non ce ne siamo accorti

Dopo le elezioni presidenziali del 26 novembre il Paese è in strada contro i ritardi nello scrutinio che aumentano il rischio di possibili brogli

di Luca Martinelli

A cinque giorni dal voto per le elezioni presidenziali in Honduras non sappiamo ancora chi ha vinto. In Italia non ce ne siamo nemmeno accorti, mentre le maggiori testate internazionali hanno seguito l’evoluzione (la triste evoluzione) della vicenda elettorale: qui il New York Times, “Political Unrest Grips Honduras After Disputed Election”; qui Al Jazeera, “Honduras election: Tensions high as vote count delayed”; qui la Reuters, “Election crisis engulfs Honduras with rivals neck-and-neck”. E sono solo alcuni esempi.

In pratica, il candidato dell’opposizione — si chiama Salvador Nasralla, ed è un presentatore televisivo — era dato molto vicino alla vittoria già in fase avanzata di scrutinio, ma dopo un black out e uno stop nel conteggio dei voti, il presidente che correva per il secondo mandato è passato in vantaggio (mentre scriviamo la distanza è di meno di 50mila preferenze, e siamo arrivati al 94% delle schede). I dubbi sulla regolarità sono stati espressi anche dalla missione di osservazione elettorale dell’Unione europea, per bocca della portavoce Marisa Matias (qui sulla CNN, qui nella nota di Giorgio Trucchi, probabilmente l’unico giornalista italiano presenta a Tegucigalpa).

Attenzione, perché qui arriva il primo golpe: Juan Orlando Hernández (JOH) corre per il secondo mandato. Questo fino al 2015 in Honduras non era possibile; la Costituzione proibiva a chiunque fosse già stato presidente della Repubblica di correre nuovamente. Non solo per il secondo mandato consecutivo, ma in generale. Poi è stata modificata la Costituzione (qui un articolo di El Pais). Nel 2009, l’allora presidente della Repubblica Manuel “Mel” Zelaya venne rovesciato, cacciato dal Paese e sostituito dai militari, per aver immaginato di promuovere un plebiscito popolare per capire se c’era la volontà di modificare la Costituzione per permettere la rielezione del presidente. È il colpo di Stato, quello che ha segnato la storia recente del Paese, causando anche un aumento della repressione nei confronti di tutti coloro che dal giorno del golpe si battono per il ritorno a una democrazia non solo formale, con la convocazione di un assemblea costituente. Tra le vittime di questo contesto anche Berta Caceres, leader del COPINH e vincitrice del Goldman Environmental Prize nel 2015, assassinata nel marzo del 2016 nella sua casa.

È proprio grazie a Berta che avevo conosciuto Karla Lara, splendida cantautrice impegnata nella resistenza al colpo di Stato. L’avevo intervistata, per Altreconomia e per il manifesto, nel novembre 2013, a pochi giorni dal voto che avrebbe portato al potere JOH.

Ieri sera, così, sono tornato a chiederle che cosa stava accadendo nel Paese, dopo che la “Plataforma del Movimiento Social y Popular de Honduras” aveva chiamato alla mobilitazione tutto il Paese, “ante la nueva y reiterada imposición del fraude electoral como mecanismo para sostener el poder económico y político por parte de la oligarquía nacional y ante la gravedad de la ilegal continuidad del régimen militarista de Juan Orlando Hernández”. La risposta c’è stata, e molte sono le città e le comunità “tomadas”, prese, dai manifestanti.

Che, e me lo ha spiegato Karla, non necessariamente difendono la vittoria di Nasralla (“un politico conservatore, che tiene un programma di intrattenimento in televisione, che ha avuto per questo una visibilità che lo ha reso ‘presidenziabile’”), ma sono preoccupati da “un colpo di Stato realizzato con modalità diverse, quelle di elezioni fraudolente”.

(Qui il suo audio, integrale, in spagnolo.)

“In queste elezioni — dice Karla — ha vinto il disprezzo nei confronti del regime dittatoriale di JOH, che è responsabile di promuovere un modello economico estrattivista, contrario agli interessi del popolo, e in particolare dei popoli indigeni, ma anche della morte di Berta Caceres. La reazione della popolazione, che non necessariamente segue le indicazioni dei dirigenti dei partiti che appoggiano Nasralla, è stata di scendere in strada, in tutto il Paese, occupando strade e comunità. La risposta è la repressione, che raggiunge livelli che avevo visto solo durante il Colpo di Stato del 2009”.

“Alla lotta stanno prendendo parte molti giovani: credo che il movimento studentesco, che è stato molto attivo nel 2016 e 2017, rappresenti buona parte di quanti si stanno mobilitando oggi” ha aggiunto.

Ci sono barricate nelle strade, issata “con molto coraggio — dice Karla — da parte di un movimento che, dobbiamo ricordarlo, è autoconvocato: siamo corpi mobilitati in disobbedienza civile, perché in Honduras è stata violata la Costituzione. Perché non potevamo andare ad elezioni dopo che un presidente, con l’obiettivo di farsi rieleggere, ha modificato la Costituzione. Il processo elettorale è stato illegale. Sapevano che sarebbe stato truccato, ma quello che non avevano calcolato è l’odio cumulato nei confronti di questo dittatore”.

Mentre nel resto del mondo i media sottolineano il rischio dei brogli, compreso the Economist che pubblica addirittura le trascrizioni di alcuni audio che lo proverebbero, in Italia esce (il 30 novembre, dopo giorni di imbarazzante silenzio) un’ANSA, titolata così: “Honduras: Orlando Hernandez in testa”.

È così che, nell’indifferenza dell’opinione pubblica, almeno in quella del nostro Paese, si è consumatore un secondo colpo di Stato, dopo quello del 2009, che aveva portato al potere il leader golpista Roberto Micheletti, di chiare origini italiane. C’è più attenzione, qui da noi, sulla prossima edizione dell’Isola dei Famosi, che si svolgerà anche nel 2018 in Honduras.

C’è un problema in Honduras, e c’è (è evidente) anche in Italia. Lo ha evidenziato pochi giorni fa il rapporto “Illuminare le periferie”, del COSPE: nei tg italiani non si parla di esteri, non si aprono finestre sul mondo. (Nel periodo compreso tra il 2015 e il primo semestre del 2017 l’Honduras ha avuto spazio appena due volte nei telegiornali italiani. Immagino in seguito all’indignazione per la morte di Berta. E poi stop.)



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