Milano e la mala

A Palazzo Morando fino all’11 febbraio, 170 scatti raccontano la storia di Milano attraverso la lente del crimine

di Marco Todarello

La mostra Milano e la mala si apre con l’immagine dell’arresto del “bandito dell’Isola”, Ezio Barbieri, e si chiude con quella del cadavere di Dario Rizzi, morto a soli 16 anni per overdose da eroina.
Barbieri è elegante, in cravatta e completo gessato, sorride compiaciuto come un divo, mentre gli agenti intorno a lui hanno lo sguardo fiero di chi sa di avere portato a termine la missione della vita.

Il ragazzo invece giace su una panchina di un parco, la bocca aperta rivolta al cielo e la siringa nel braccio, mentre un parroco avvolto nella nebbia gli dà l’estrema unzione.

La prima foto è del 1946, la seconda del 1980. In mezzo, trentaquattro anni in 170 scatti che raccontano la storia di Milano attraverso la lente del crimine. E ne rivelano il suo lato più oscuro, comprese le connessioni di quel mondo con una società in trasformazione, che da un lato abitava una metropoli in rapida ascesa economica, dall’altro sviluppava al suo interno conflitti sempre più estesi e imprevedibili.
Completata con documenti, armi, reperti e prime pagine dei quotidiani, Milano e la mala (Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, fino all’11 febbraio 2018, 7/10 euro) racconta l’evoluzione della malavita in città, dai primi gruppi improvvisati del secondo dopoguerra, al salto di qualità delle bande sul finire degli anni ’50, fino al crimine organizzato di Renato Vallanzasca e Francis Turatello. La mostra, curata da Stefano Galli, è organizzata dall’Associazione Spirale d’Idee con il contributo della Polizia di Stato.

La storia di Ezio Barbieri spiega bene il contesto in cui nacque la Ligera, la mala “romantica”, quella che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

In quella Milano del 1945 che era un po’ la terra di nessuno, con lo Stato ancora frammentario e non organizzato, Barbieri fece del quartiere Isola, dove era nato, la sua base operativa. Una parte del bottino di rapine e ricettazioni finiva sempre agli abitanti dell’Isola e dei quartieri più colpiti dalla miseria della guerra, prassi che valse a Barbieri l’appellativo di “bandito gentiluomo”.

Nacque così l’atteggiamento di rispetto che le masse avevano per i banditi: in una città povera, stremata e in continua lotta per la sopravvivenza non poteva esistere un’idea della legalità come si sarebbe formata nell’Italia democratica dei decenni successivi. L’arte di arrangiarsi, anche con mezzi illegali, per molti era l’unica via.
La grande disponibilità delle armi usate in guerra — come bene racconta il giornalista Matteo Speroni nel catalogo della mostra — facilitava le cose. «Sono diventato un bandito — racconterà Barbieri dopo 25 anni di carcere — perché tutte le mattine vedevo mia madre alzarsi alle quattro e fare la coda per ore per avere mezzo chilo di pane». Barbieri e i suoi entrarono nella cultura popolare al punto che alla celebre canzone Porta Romana bella fu aggiunta questa strofa: “La banda di Barbieri era attrezzata/faceva le rapine a mano armata/sette e sette e sette fanno ventuno /arriva la volante e non c’è più nessuno”.

Non si può capire la nascita della Mala se non si tiene presente l’antropologia urbana della Milano dell’epoca: una città che aveva il suo cuore nel Bottonuto, quartiere che si trovava tra Palazzo Reale e via Larga, famoso per i bordelli e per i bar e le osterie frequentate anche da ladruncoli, truffatori e ricettatori.

Proprio osterie e bottiglierie erano i luoghi sociali eletti, soprattutto dai malfattori, e le più frequentate si trovavano nelle zone oggi considerate più chic: la Mescita di via Borsieri 37 o il bar di corso Como 2. Per non dire della zona di Porta Genova, nota come “la casba”. Tra quei tavoli, oltre a Barbieri e al suo socio Sandro Bezzi, banditi come Gino “lo zoppo” o il “Paesanino” organizzavano i loro loschi traffici. Il loro mondo non era separato, ma interno al vissuto della città, tanto che una delle raccolte dedicate da Nanni Svampa alla canzone lombarda si chiama proprio “La Mala e l’osteria”.

Nel 1958 la Ligera fece un salto di qualità con la rapina di via Osoppo: sette uomini in tuta blu assaltarono un portavalori senza neppure sparare un colpo. Bastò un «ta-ta-ta-ta-ta» urlato da uno dei rapinatori per spaventare le guardie e portare via un bottino di 614 milioni di lire.

Per i giornali fu «il colpo del secolo» e fu solo per la svista di uno di loro — pensò di buttare le tute in un canale in secca — se la polizia riuscì ad arrestarli.

Beppe Piroddi e Odile Rodin, 1967, Archivi Farabola

Ezio Barbieri in tribunale, 1949, Archivi Farabola

Controlli di polizia in piazza Duomo, 1957, Archivio Giancolombo

Renato Vallanzasca, L’arresto di Renato Vallanzasca a Roma, 1977, Archivi Farabola

Rapina di via Osoppo, 1958, Archivi Farabola

Il Questore Vincenzo Agnesina nel suo ufficio, 1948, Archivio Giancolombo

Luciano Lutring con Elsa Pasini, primi anni ’60, Archivio privato

Francis Turatello, anni ’70, Archivio privato

Giancarlo De Bellis, Renato Vallanzasca arrestato dopo una rapina, 1972, Archivio Fotogramma

Francis Turatello testimone di nozze di Renato Vallanzasca, 1979, Archivio privato

Angelo Epaminonda portato in questura, 1984, Archivio Fotogramma

Il Pussy Cat, anni ’70, Centro Apice – Università degli Studi Milano

Il bar di via Novara della famiglia Lutring, anni ’40, Archivio privato

Pietro Cavallero nel cortile della caserma di via Moscova, 1967, Olympia

L'arresto di Ezio Barbieri
Il ritrovamento di Dario Rizzi


Negli anni ’60 e ’70 compare un nuovo tipo di malavita, più feroce, meglio organizzata e dedicata a nuovi affari: il gioco d’azzardo, la prostituzione e il traffico di stupefacenti. Nasce Il “clan dei marsigliesi”, la “banda Cavallero”, la “banda del lunedì” e spuntano personaggi come Luciano Lutring, detto “il solista del mitra” perché nascondeva il mitra dentro una custodia di violino. Suo padre lo voleva violinista, ma finì per diventare un ladro professionista e incarnare il modello del malavitoso tutto soldi, lusso e belle donne.

Ma i veri protagonisti di quegli anni si chiamano Renato Vallanzasca, Francis Turatello, Angelo Epaminonda “Il tebano”, nomi non comuni e destinati a restare nella memoria della città, come se quel destino gli fosse stato dato prima che loro stessi scegliessero di compierlo.

La mostra include anche i dati usati nelle bische, che da Nord a Sud della città occupavano i retrobottega delle osterie o si svolgevano all’aperto, per sfuggire meglio ai controlli.
Erano gli anni del boom, Milano si arricchiva ogni giorno di più e il crimine voleva la sua fetta di torta. Una foto ritrae Turatello mentre legge una copia di Paese Sera, immerso per metà in una fontana: era lui il re delle bische e della prostituzione, un business che all’epoca poteva fruttare decine di milioni in una sola sera. Alla sua morte, nel carcere di Nuoro, Epaminonda ne ereditò l’impero, concentrandosi sul business della droga. Erano lontani i tempi della Ligera e delle armi che non sparano, infatti “Angelino” fu spietato: al suo arresto, nel 1984, confessò di essere complice o responsabile di 17 omicidi e aiutò la polizia a ricostruirne 44.
Il suo libro autobiografico “Io, il tebano” è pieno di aneddoti come i rapporti con personaggi dello spettacolo, Walter Chiari e Franco Califano, ai quali vendeva cocaina, o l’operazione subita da Umberto Veronesi.
Prima di diventare collaboratore di giustizia — fu il primo vero pentito al Nord — Epaminonda, insieme ai suoi “Apaches” si spartì la città con la banda della Comasina di Renato Vallanzasca.

Al bel René, quintessenza del banditismo milanese, la mostra dedica un’intera sala.
Impavido, ma anche spavaldo e irriverente, Vallanzasca ha incarnato più di ogni altro la mala meneghina. Pur avendo compiuto la sua prima rapina ancora minorenne, mise a segno la maggior parte dei suoi colpi in soli sette mesi, prima dell’arresto a Roma nel febbraio 1977.

Non gli interessava l’arricchimento personale, ha raccontato più di una volta, ma l’antagonismo nei confronti della società e del modello borghese. Per lui, il crimine era questo.

Fu anche capace di catalizzare l’attenzione dei media e della società come nessuno prima, come raccontano le foto dove è ritratto sorridente e sbarazzino, più simile a una star di Hollywood che a un delinquente. Divo e casanova: ha sposato un’ammiratrice che gli scriveva in carcere, anni dopo si è visto revocare il beneficio del lavoro esterno perché incontrava in segreto una donna.
A partire dalla metà degli anni ’80 — Turatello morto, Lutring in libertà vigilata, Epaminonda e Vallanzasca in galera — la Mala tramonta definitivamente lasciando uno spazio che viene occupato dalle mafie, in particolare quella calabrese e siciliana, che diventano presto padrone del business della droga e di quello nuovo dei sequestri. Una nuova malavita non meno pericolosa ma più silenziosa e vicina al potere politico ed economico.

L’unico protagonista della Mala ancora in vita è Renato Vallanzasca, che — eccetto brevi periodi tra l’evasione del 1987, permessi e periodi semilibertà — è in galera da 41 anni.

Lo ha ricordato recentemente proprio il braccio destro del “bel René”, Rossano Cochis, in visita a Milano e la Mala. «Sento il peso di quegli anni — ha detto Cochis —tuttavia una volta la malavita, bene o male, aveva le sue regole e i suoi principi, che al giorno d’oggi non ci sono più. Quando mai negli anni ’70 si sentiva che veniva rapinato per strada un pensionato? Non esisteva».

(foto in copertina Francis Turatello, anni ’70, Archivio privato)



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