Com’è profondo il lago #8

Platzkart

di Matteo Spertini

Dicembre 2014, Ferrovia Transiberiana, Russia

Al mio risveglio lo trovo sul pavimento con il colbacco di pelliccia nera in testa. Dorme sotto al mio letto abbracciato alla bottiglia di vodka vuota come un bambino al proprio peluche.
Poche ore fa insisteva perché facessi compagnia a lui e agli altri dandoci da fare con i bicchieri.

Una scatola all’estremità del vagone dalle pareti completamente coperte di ghiaccio fa da area fumatori. Gli uomini ostentano indifferenza, in canottiera aspirano dalle loro sigarette mentre la cute rilascia vapore da ogni singolo poro avvolgendoli in uno scenario maschio e vagamente mistico.

Anche i militari più in là bevono, ragazzini dalle guance rosse e dai visi innocenti annoiati indifferenti. Giocano a carte, si tirano sberle, affettano salami con coltelli enormi.
Oltre il finestrino il paesaggio è scandito con ritmo esatto da neve, conifera e nostalgia; come i miei pensieri sempre identici, ripetuti fino a che il Baikal appare di colpo, muto e in parte ghiacciato, inghiottendo gentile nei suoi abissi le solite riflessioni sullo stato delle cose dal socialismo a quaggiù e altre che non vi racconterò eccetera.

Delle poche donne, quasi tutte lasciano frantumarsi a terra i miei tentativi di conversazione.

Un tizio in carne dallo sguardo leggermente strabico sopravvaluta la mia conoscenza del russo e attacca un assurdo racconto a velocità incredibile su quella sua storia d’amore impossibile mentre Gorbačëv faceva non so cosa e lui attraversava gli Urali con il suo reggimento e dodici chili di zucchero nello zaino chissà perché.

C’è un’intimità forzata, un po’ sbronza, in uno scompartimento unico di cinquanta sconosciuti che dorme mangia beve fuma e a volte puzza un poco dentro un convoglio risalente forse alla Rivoluzione d’Ottobre ma in perfette condizioni, che scorre lento su binari srotolati nella neve sopra i fiumi fra le steppe nella taiga, fino a Vladivostock e ritorno.

In russo le parole “treno” e “poesia” conservano la medesima radice.
E non pare casualità, viaggiando lenti su una spina dorsale di 9288 chilometri che fu zarista poi sovietica infine semplice rotaia. S’incarica di formare coscienze patriote a volte patetiche, autarchiche quasi mai autocritiche; rende possibile l’identità di un paese altrimenti alieno a se stesso e sbriciolato in tutte le sue gelide Repubbliche.
Vi cerco le doti dell’inverno che oscura il superfluo, esalta il vuoto, congela il resto e riduce tutto a larice ghiaccio acciaio e qualche vodka.
Mi affogano nelle domande. Viaggi da solo hai figli ma non hai paura cosa pensi di questa e quella guerra il Presidente l’embargo sei un amerikanskij spion gioca ancora Maldini?

Porgo il cioccolato, mani con ricordi di galera a inchiostro indelebile ricambiano con un altro brindisi. Ridono, bevono, cantano a volte o fissano tutto quel glauco chiaro presto buio che si stende oltre il vetro.

È dicembre in Platzkart, terza classe della Ferrovia Transiberiana.

***
Ogni nome – eccetto il mio – presente nei testi di questa rubrica è fittizio, al fine di proteggere l’identità dei soggetti, i quali invece, come i fatti, sono reali.
Parte dei contenuti di questa rubrica sono un’estensione testuale del mio lavoro di fotografia documentaria, che potete approfondire a www.matteospertini.com



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