Iran: lo scontro nelle piazze, e quello nei palazzi


Di Annalisa Perteghella per ISPI

 

Lungi dall’essere una nuova primavera o la continuazione del movimento popolare che nel 2009 è sceso in piazza per protestare contro la rielezione di Ahmadinejad, le proteste che dal 28 dicembre scorso scuotono l’Iran hanno un carattere peculiare. Dalla città nord-orientale di Mashhad – sede del santuario dell’ottavo Imam Reza e fulcro del conservatorismo religioso – le proteste si sono poi diffuse in maniera capillare su tutto il territorio, delineandosi come rivolte della periferia anche quando condotte nei centri delle principali città.

Diversamente dal 2009, quando le proteste erano limitate alla capitale Teheran ma vedevano un’ampia partecipazione di piazza, quelle in corso attualmente sono sparse a macchia di leopardo nel paese e si caratterizzano per una partecipazione diffusa ma non tale da riempire le piazze: si tratta piuttosto di raggruppamenti di persone che si danno appuntamento tramite Telegram a incroci di strade o presso siti particolari e da lì danno inizio alla protesta, per poi dissolversi e ricomparire altrove in altri orari.

Diversi rispetto al 2009 anche gli slogan: è vero che è ricomparso il sempre verde Marg bar Dictator (“Morte al dittatore”, riferito alla Guida suprema Khamenei) e alcune fonti, difficili da verificare, riportano anche di un Marg bar Rouhani (“Morte a Rouhani”), ma sembra che questa volta le radici del malcontento debbano essere cercate nella situazione di profonda sperequazione economica e ingiustizia sociale a cui sono sottoposte le classi medio-basse.

Quasi un paradosso, forse una resa dei conti, per una Repubblica islamica che alla nascita nel 1979 si proponeva di realizzare gli ideali di giustizia sociale dello sciismo nella sua rilettura khomeinista ispirata dal sociologo Ali Shariati e di portare finalmente le rendite del petrolio sulle tavole dei mostazafin, i diseredati.

Quasi quarant’anni più tardi, la Repubblica islamica non è quel paradiso di giustizia sulla terra che molti di coloro che avevano partecipato alla rivoluzione avevano sognato: corruzione e sperequazione sociale ne corrodono il corpo, e la classe religiosa divenuta politica che tra 1979 e 1981 eliminò le altre anime della rivoluzione impadronendosi del potere temporale non ha contribuito alla sua purificazione, bensì alla sua corrosione.

Decenni di mala gestione dell’economia motivati dalla necessità – per la sopravvivenza della classe di potere – di implementare politiche clientelari e, dal 2005 con Ahmadinejad, populiste, hanno lasciato il loro segno. Su queste criticità strutturali si sono poi innestate quelle legate agli effetti delle sanzioni – non solo quelle sul nucleare – che a vario titolo a partire dal 1979 colpiscono diversi settori dell’economia del paese.

Quando, nel luglio 2015, è stato raggiunto l’accordo sul nucleare, l’Iran è diventato una bella favola di speranza tanto per chi dall’esterno vedeva in questo paese la terra delle opportunità finora inesplorate, e chi all’interno riponeva nell’accordo le proprie speranze per un futuro migliore, in cui l’economia avrebbe ripreso a crescere e i benefici si sarebbero finalmente riversati anche verso la base del sistema. A determinare queste speranze forse eccessive, i termini estremamente ottimistici con cui il presidente Rouhani ha “venduto” l’accordo in patria, conscio del fatto che per ottenere il benestare dei settori più chiusi legati agli ultra-radicali era necessario avere dalla propria parte una forte base popolare.

A distanza di due anni, però, la speranza sembra cedere il passo alla disillusione: complice un cambio di governo a Washington che anziché aiutare l’implementazione dell’accordo non perde occasione per metterla in crisi, il clima di incertezza e lo spettro del ritorno delle sanzioni stanno frenando di fatto la grande corsa degli investitori stranieri verso l’Iran.

All’interno del paese, poi, si riscontrano le difficoltà di sempre. C’è stata, sì, una crescita dell’economia in questi ultimi due anni, ma è stata trainata quasi esclusivamente dalla ripresa delle esportazioni di petrolio. Non sono invece stati creati sufficienti posti di lavoro per l’enorme popolazione giovanile (i dati non ufficiali riportano un tasso di disoccupazione del 40%, in un paese in cui più del 50% della popolazione è sotto i 35 anni). I centri del potere economico sembrano rimanere saldamente nelle mani dei potenti conglomerati religioso-militari che compongono più della metà del tessuto economico del paese.

In più, per ristrutturare un’economia al collasso, il presidente Rouhani ha dato esecuzione e continua a proporre una serie di politiche economiche di austerità: taglio dei sussidi risalenti all’era di Ahmadinejad, privatizzazione di molte scuole pubbliche, aumento del prezzo della benzina (quest’ultima misura anche collegata alla necessità di disincentivare l’utilizzo dell’automobile in un paese piegato dal problema dell’inquinamento).

Questi due fattori, la mancata realizzazione delle promesse dell’accordo e le misure di austerità imposte dal governo, sembrano essere alla base del malcontento odierno. Chi protesta, però, lo fa contro l’intera classe politica, accusando tanto la componente elettiva e repubblicana rappresentata dal governo di Rouhani quanto la componente non elettiva e teocratica rappresentata dal blocco di potere religioso-militare, il vero stato profondo iraniano.

A una lettura più profonda della situazione, però, appare chiaro come la crisi attuale sia un segnale del gravissimo scontro interno tra questi due centri del potere: da una parte il debole governo di Rouhani e dall’altra lo stato profondo. Dalla sua prima elezione nel 2013 Rouhani porta avanti un’agenda di riforme sul piano politico, economico e sociale, necessarie alla sopravvivenza del sistema.

L’attuale presidente, rieletto la scorsa primavera, non è un vero e proprio riformista – il movimento legato all’ex presidente Khatami e ai leader Mousavi e Karroubi è oggi praticamente silenziato – ma un conservatore pragmatico che si muove nel solco della “pentola a pressione” del sistema per aprirne quelle valvole necessarie a far sì che esso non imploda. Eppure, per quanto oculato, lo sforzo riformatore di Rouhani infastidisce il blocco di potere religioso-militare che sulla chiusura del sistema prospera.

Di qui la necessità per il debole governo di Rouhani di avere dalla propria parte un forte movimento popolare che spinga dal basso per le riforme. È con questo intento che il presidente ha reso pubblico nel mese di dicembre il bilancio per il prossimo anno della Repubblica islamica, in cui comparivano nero su bianco le somme che lo stato destina ogni anno alle fondazioni religiose e parastatali legate ai pasdaran, così come un aumento del 20% (+11 miliardi) dei fondi destinati ai militari. Una scommessa, quella di Rouhani, che doveva servire a compattare per l’appunto quella base popolare necessaria a rafforzare il proprio governo e aumentare dunque il proprio margine di manovra vis-à-vis lo stato profondo.

Non è ancora chiaro, né sarà facile determinare, quale sia la scintilla che ha dato il via alle proteste e se dietro vi siano figure legate in qualche modo alla fazione ultra radicale dello spettro politico iraniano. Quello che invece appare evidente è che il caos di questi giorni rappresenta un emblema del grandissimo scontro di potere interno alla leadership iraniana per il controllo del potere e, in prospettiva, per il controllo della stessa Repubblica islamica nel post-Khamenei.

Nonostante la Repubblica islamica sia sempre stata soggetta a un elevato tasso di fazionalismo, si può dire che oggi, con l’avvicinarsi del momento della successione alla Guida suprema, lo scontro si stia intensificando

Gli ultraradicali che non hanno mai visto di buon occhio l’elezione di Rouhani stanno agendo in modo tale da ostacolare il suo processo di riforma, restringere il suo margine di manovra e così facendo espellerlo dal sistema. Rouhani però è un uomo politico navigato e, nonostante la morte nel gennaio dello scorso anno del suo padrino politico Hashemi Rafsanjani, ha dimostrato di saper navigare abilmente nelle acque agitate della Repubblica islamica.

Ciò che appare evidente mentre le rivolte vanno spegnendosi è che il malcontento che le ha agitate non è destinato a esaurirsi; sarà necessario per la Repubblica islamica proseguire nel suo sforzo di riforma pena il rischio dell’instabilità perenne o addirittura del collasso del sistema. D’altra parte, dal momento che esistono ancora nel paese forti resistenze verso le riforme, non si può escludere uno scenario in cui gli stessi centri di potere legati agli ambienti ultraradicali – che si pensa abbiano fomentato le proteste – approfittino della scia di instabilità per chiudere definitivamente il sistema. Lo scenario della conquista del potere da parte del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica nel dopo-Khamenei è nell’aria già da anni, e i fatti di questi giorni sembrano rafforzarne la plausibilità.

L’Iran vive dunque una fase delicatissima, in cui lo scontro che lo lacera al suo interno si consuma lontano dai riflettori ma non è per questo meno profondo.

Infine, alcune considerazioni su come quest’ondata di protesta è stata recepita e interpretata all’esterno del paese.

Il fatto che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sia prontamente saltato sul carro dei manifestanti plaudendo al loro sforzo di liberazione da un regime illiberale è da giudicare paradossale e dannoso. Paradossale perché lo stesso Donald Trump ha fatto della popolazione iraniana la vittima di un vergognoso travel ban, dimostrando così di non averne poi così a cuore le sorti e soprattutto di non saper distinguere la classe di governo dalla popolazione. Dannoso perché così facendo fornisce allo stato profondo il capro espiatorio perfetto: la responsabilità della rivolta è stata infatti attribuita all’opera di “nemici esterni”, vale a dire Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita.

A quanti invece hanno gioito e tifato per lo sforzo di liberazione della popolazione iraniana, è bene ricordare che non esattamente di questo si è trattato. C’è un motivo se questa ondata di protesta è rimasta confinata alle classi medio-basse e non ha coinvolto anche la borghesia che nel 2009 era scesa in piazza per chiedere maggiori libertà politiche e sociali. Tra quanti non sono scesi in piazza in questi giorni vi era infatti il timore che la protesta potesse sfuggire di mano e spalancare scenari simili a quello siriano. Già da tempi precedenti al malcontento di questi giorni, parlando con cittadini iraniani emerge chiaramente come non sia nei loro desideri un’altra rivoluzione, ma come al contrario il cambiamento debba e possa avvenire con uno sforzo graduale di riforma, agendo dall’interno del sistema.



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