Storia di un paesaggio: viaggio sul Delta del Danubio

Scoprire un paesaggio e la sua storia attraverso l’illustrazione: il Delta del Danubio rappresentato da Silvia Rocchi. Un’intervista

di Marzia Bona, tratto da Osservatorio Balcani Caucaso

Illustrazione di copertina di Silvia Rocchi

Silvia Rocchi è autrice di un diario di viaggio illustrato, pubblicato on-line, che racconta un paesaggio di confine, dove il Danubio cede le sue acque e il suo nome al Mar Nero.

Una narrazione che si dipana da Bucarest – dando spazio alla voce di chi ha preso parte alle proteste del febbraio 2017 – per poi addentrarsi nel territorio e nella storia dei luoghi visitati, risalendo il corso del Danubio e i secoli fino a raggiungere Sulina, un tempo porto cosmopolita sul Mar Nero, oggi piccolo villaggio dove è difficile restare.

Silvia Rocchi si è ispirata, prendendovi parte, da un viaggio compiuto in Romania – da Bucarest a Sulina – che rientra nel progetto Navigando lungo i sapori del Danubio promosso da ViaggieMiraggi in collaborazione con Slow Food. Ne ha illustrato i luoghi, la storia e le persone.

L’abbiamo intervistata per chiederle i dettagli delle atmosfere, la storia dei passaggi che ha immortalato e le difficoltà incontrate nel fissare su carta un luogo così carico di stratificazioni storiche, geografiche e culturali.

Tra le tavole che compongono il prologo a questo tuo lavoro c’è una citazione dalla quale mi piacerebbe partire: ti riferisci al delta del Danubio dicendo: “È il luogo ideale per chi ha voglia di riflettere su cosa significano davvero condivisione, vicinanza, amicizia.” Come si sostanziano per te questi concetti sul Delta del Danubio, e come hanno trovato spazio nella rappresentazione grafica?

Sono tre aspetti della vita su cui rifletto molto spesso, visti i tempi difficili e le dinamiche che contraddistinguono questo momento storico fatto di passaggi attraverso confini geografici e umani. Quando per la prima volta Eugenio, la nostra guida in quest’avventura, mi parlò di questo viaggio e mi propose di unirmi a lui per raccontarlo, mise da subito l’accento sulla parola condivisione, mi raccontò di quante persone si sono rifugiate nel tempo in questo dedalo di canali e di come sia alto il livello di vicinanza tra i vari gruppi presenti nell’area.

L’amicizia è la summa di questi due concetti, quando si è vicini e stiamo vivendo lo stesso territorio, pur avendo radici completamente diverse, se riusciamo ad ascoltare l’altro, e siamo di fatto negli stessi panni dell’altro, allora c’è anche amicizia. E questo l’ho trovato molto affascinante.

Per quanto riguarda la parte grafica, non essendo mai stata prima né a Bucarest né nella Dobrugia, ho preso tanti appunti, sia disegnati che non, cercando di registrare i cambiamenti climatici, andando alla ricerca di vecchie foto nei mercatini della capitale oppure semplicemente sfidando me e la mia mano disegnando in tutte le occasioni che si presentavano. Avevo sempre in tasca un taccuino piccolo per i disegni veloci e uno grande per gli schizzi a colori, per quando avevo più tempo, quando potevo riflettere con più calma su quello che avevo davanti.

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Nel racconto si intrecciano elementi molto diversi tra loro: vicende storiche e biografie attuali, natura e spazio urbano. Se fosse un reportage fotografico, potremmo dire che hai usato un grandangolo. Quanto è stato difficile adattare la messa a fuoco in modo da poter includere nella narrazione elementi così diversi?

È stato molto spontaneo all’inizio fare ordine nei disegni, negli appunti, situando qua e là gli elementi che si incastravano. Mentre è stato un po’ più complesso trovare una soluzione che andasse bene per le parti storiche, perché non contrastasse troppo con il linguaggio tenuto nella parte di puro reportage. Gli altri “ingredienti” si sovrappongono come nella memoria, non seguono un andamento lineare, infatti per farti un esempio, ad un certo punto rompo la finzione e racconto che Tulcea nel mio disegno è più vicina al ricordo che ho della cittadina romena, piuttosto che alla foto che avevo fatto sul posto.

Quali sono gli elementi che ti hanno colpito di più, e come hai scelto cosa rappresentare e cosa lasciare fuori dalle tue tavole illustrate?

Ho scelto di raccontare le cose in ordine cronologico, ogni giornata ha una sua specifica caratteristica, nella prima a Bucarest ad esempio, dopo l’editing mirato di Eugenio, mi soffermo di più sulla parte legata alle proteste di febbraio. Nelle giornate successive invece, là dove la preponderanza della natura è necessaria, racconto di più dove spaziano i miei occhi e quelli degli altri turisti. Oppure ogni tanto cito degli elementi e non metto asterischi, perché spero che chi non conosce una determinata cosa se la vada a cercare, come la canzone che suona il terzetto di Greci: Ramo Ramo.

Cerco di dare a tutto uno stesso peso, perché essendo un’esperienza molto intensa e relativamente breve, ogni aspetto del viaggio ha la sua importanza. Ad esempio il ballo dei ragazzi a Sulina mi ha colpita perché – sebbene non sia un’esperta di danze popolari – credo che da questo tipo di balli di gruppo si possa capire qualcosa rispetto ai ruoli di genere, alle dinamiche di gruppo e di coppia.

Ho omesso altre parti importanti o divertenti che caratterizzano questo viaggio, come il racconto che fa la signora Ilinca sul pirata del Delta sepolto al cimitero di Sulina, oppure della principessa anch’essa seppellita lì; ho escluso la storia del bandito Terente, perché mi sembrava troppo goliardica (sulla via per Greci, i due signori produttori di un vino eccellente ci hanno raccontato la storia di questo bandito che aveva molte-moltissime amanti).

In generale ho preferito dare un’idea di quello che è lo spostamento nella regione e poi nei canali del Delta, mostrare la fauna, la flora e le storie delle nostre cicerone, dare un’idea del senso di movimento che si percepisce in tutto il viaggio, dall’oscillazione lenta alla navigazione veloce nel canale di Sulina; al ballo e alle persone che vi partecipano, alle mille gradazioni di verde che mi hanno ripulito lo sguardo.

Questo racconto è ricco di riferimenti letterari dai quali trai spunto per raccontare la complessità dei luoghi che hai illustrato. Oltre alla lettura di questo tuo lavoro, quale autore consigli a chi si voglia mettere in viaggio su queste rotte?

Quel che ho letto io, come gli altri turisti che hanno vissuto questa bella esperienza sul Delta, sono tutte letture che Eugenio ci ha consigliato prima, durante e dopo il viaggio; per cogliere la personalità del posto, per capirne meglio certi aspetti legati soprattutto a come erano nel passato.

Prima di mettermi al lavoro ho letto Kyra Kyralina, breve ma intenso racconto di Panait Istrati, poi Europolis di Jean Barte grazie al quale mi sono immaginata ancor meglio Sulina ai tempi dei fasti della Commissione europea del Danubio. E poi consiglio Magris e il suo Danubio.

Rispetto alle atmosfere di Europolis, che raccontano il disincanto e lo spegnersi dei sogni di grandezza di Sulina, le atmosfere che si ritrovano in questo tuo lavoro hanno poco o nulla di deprimente o che suggerisca l’idea di decadenza. È un filtro che hai applicato tu, o le cose stanno lentamente cambiando?

In parte sì, ho filtrato quello che ho visto. Di edifici barcollanti ne ho visti molti, di strutture vuote altrettante, e sebbene le trovi comunque di un certo fascino, non mi interessava leggere la storia di questo posto attraverso la lucida geometria dell’attuale. È spopolata, questo sì, lo si capisce, noi ci siamo stati in maggio e spesso ci siamo chiesti come questo posto dovesse apparire in gennaio o febbraio.

Al tempo stesso, le persone che abitano il paese ci sono, come i ragazzi del ballo di cui dicevamo prima, oppure il pittore che abbiamo conosciuto e che mi ha disegnato il faro sul taccuino. Spero che questo sia sintomo di una rivalutazione del territorio, dal momento che ci sono tante realtà che si danno da fare per creare qualcosa da queste parti. Oltre a Sulina, penso alle due ragazze che abbiamo conosciuto a Letea, un paese del terzo braccio del Danubio che abbiamo visitato, quello di Chilia; Andreea e Madalina hanno fondato un’associazione dal nome “Letea in Unesco”, e si occupano di tramandare l’antica tradizione legata alla costruzione delle case con i tetti in giunchi. C’è l’associazione di Ivan Patzaichin, campione olimpico nato a Mila 23 che si occupa di animare la vita del posto e della rivalutazione degli spazi, di conseguenza del miglioramento della vita di chi ci abita.

Illustrazione e turismo non sono un connubio comune. Com’è stato lavorare con i tempi contingentati, sempre in mezzo a molte persone?

È stato divertente. Disegnare è la cosa che mi riesce meglio (meglio di parlare, scrivere, nuotare, correre, contare, camminare), e non nego che amo mettermi in relazione con le persone attraverso il disegno. Infatti consiglio (beh, spesso sono consigli non richiesti) sempre ai disegnatori più giovani di me di riempire quaderni, fogli, taccuini, sketchbooks di disegni, di materiale dal vero e non, perché per prima cosa, dalla quantità si ricava la qualità; e per seconda perché in questo modo sparisce la paura del foglio bianco.

E poi disegnare ti permette di conoscere davvero qualcuno o qualcosa, ad esempio analizzare la struttura del volto di chi hai davanti, ti permette di mettere a fuoco le particolarità di quella persona e soprattutto di ricordartela meglio. Questo vale per tutto, sia per i paesaggi che per gli oggetti che da pura forma si trasformano in vere e proprie narrazioni.

Illustrazione di Silvia Rocchi

La Dobrugia è descritta come un paesaggio incantato, ma non facile da vivere e che infatti sconta la continua dipartita dei suoi abitanti. Eppure nelle tue illustrazioni le persone sono al centro… e prendono il sopravvento sulla maestosità del fiume. Una scelta o un’esigenza?

In primo luogo, ho scelto di raccontare le persone che abitano (che resistono) sulle rive del Delta perché di fatto è un viaggio ritagliato su di loro. Sono loro le anime del posto nonché i custodi della memoria specifica della fine del fiume, e sono di tutte le età, come Ilinca, Otilia, Nagia, Cristi, Ancuta, Florin. Quindi in questo senso sì, è stata una scelta. Però al tempo stesso è anche un’esigenza. La maestosità del fiume dopotutto la fanno i suoi abitanti, se fosse completamente disabitato perderebbe di fascino, potenza, intensità.

E se ci pensi la bellezza del paesaggio ti rinfranca lo spirito sul momento, ti ripulisce lo sguardo dai posti che sei abituata a vedere, ma quello che ti resta in testa di una determinata giornata molto spesso, sono le parole che hai scambiato con chi hai incontrato, il sorso di tuica che hai bevuto, la zuppa di pesce che hai mangiato insieme a qualcuno.



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