Ingorghi

 

Racconto di
Federico Gaudimundo

 

Un piccolo laghetto.
Stagnante.
O quasi.
Lentamente e quasi impercettibilmente poi l’acqua scende.

All’inizio ci metteva un paio d’ore. Poi quattro. Poi mezza giornata.
Poi due laghetti. Bassi. Uno anche nella vasca di fianco.

Alla fine ho comprato il mister Muscolo

Dice: cosa le impedisce di “lasciarsi andare” in questa circostanza? E soprattutto, cosa intende lei con l’espressione “lasciarsi andare?” –
in cosa si sente bloccato? In cosa consiste esattamente questo blocco?

Ho provato quello liquido. Poi quello in grani che prima devi versarlo dentro, poi aspetti 20 minuti. E poi ci butti dentro l’acqua bollente.

Buttalo dentro
Aspetta.
Fai bollire l’acqua.
Buttala dentro.

Forse funziona. Apro il rubinetto. Scende, oh finalmente scende. Lo lascio aperto un po’.
Niente. Non scende. Ecco che fa la pozza. Due pozze. Due vasche, due pozze.

Dice che se non si corrono dei rischi non si va incontro all’ignoto. Che può essere spaventoso ma può essere anche meraviglioso. Dice: cosa la terrorizza così tanto? Cosa potrebbe succedere?
Forse a non fare niente per paura che succeda qualcosa di brutto si corre il rischio di perdersi qualcosa di bello

Ormai il livello di guardia è quasi raggiunto.

Ogni volta che faccio la lavastoviglie, le due vasche si riempiono quasi fino all’orlo.
Due piscine di acqua torbida.
Marrone.
Ho provato a lasciare tutto com’era per un paio d’ore. Niente, il livello resta lo stesso.

Maria mi dice che dovevo immaginarlo che sarebbe arrivato a quel punto. Che avrei dovuto chiamare l’idraulico subito o quantomeno provare a intervenire per tempo, smontando il sifone, per trovare il motivo dell’ostruzione.

Maria dice che ormai è inutile.
Io intanto riempio un secchio lo porto in bagno, lo svuoto nel water, torno in cucina, riempio un secondo secchio, lo svuoto nel water e così via. Poi quando entrambe le vasche sono libere, prendo una spugna e lavo bene tutto.

Maria non capisce perché io non abbia ancora chiamato l’idraulico. Lo chiamo l’idraulico. Magari il mese prossimo.
Questo mese non è il caso.
Il prossimo.

Dice che i meccanismi di adattamento funzionano per anni e poi non funzionano più.
La consapevolezza non basta. Se non si modificano le risposte adattive alle cose che succedono, gli esiti saranno sempre gli stessi.

Devo fare la lavastoviglie.
Maria dice che lei non se ne vuole occupare più.
Il sifone ha una valvola che, svitandone leggermente l’apertura, posso utilizzare per svuotare le vasche regolandone il flusso. Così non combino disastri. Ci metto solo qualche minuto in più.

Ho calcolato circa 15 minuti per completare l’operazione. Massimo 20 se pulisco il lavandino con cura.
Mi metto seduto, con la mano sinistra posso regolare la valvola e con la destra fare altre cose:
scrivere un messaggio con il cellulare, leggere un libro, fumare una sigaretta.
Ma non fumo.
Ieri ad esempio mi sono riguardato una vecchia puntata di House Medical Division.

Mi piace quel personaggio. Alla fine arriva sempre alla soluzione.
Dopo una serie di diagnosi sbagliate, alla fine, guarda nel vuoto e ha l’illuminazione: “Ecco perché sta male! E risolve il caso.”

Maria non ha detto nulla mentre stavo lì, seduto con in mano il tablet, riempiendo il secchio di acqua marrone. Ma ho avuto la netta sensazione che mi guardasse con una punta di disprezzo.

Dice che alla fine a furia di fare una cosa, o soprattutto non farla, per paura che gli altri facciano delle cose che non vuoi, finisce che veramente le persone fanno cose che non vuoi. E tu ti dai ragione da solo. Così all’infinito.

Maria dice che probabilmente è per la pellicola delle pastiglie per la lavastoviglie che intasa i tubi.
Le dico che probabilmente è vero mentre sto svuotando l’ennesimo secchio e il Dr House ha appena diagnosticato il Lupus.

“Tanto è sempre Lupus”.

In realtà il primo caso di Lupus viene diagnosticato solo nell’ottava puntata della quarta serie, ma per chiunque “tanto è sempre Lupus”.
In realtà House mi piace perché è uno stronzo ma geniale. Non si cura delle regole, è cinico disincantato ma sotto sotto ha un sistema di valori in cui ci si può riconoscere. E soffre. Ed è un genio.

Dice che nessuno è totalmente buono o totalmente stronzo. Tanto vale farsene una ragione.
Rappresentarsi agli altri e a sé stessi senza rappresentare le contraddizioni che ci muovono, rischia di non farci sentire autentici dentro una relazione, farci soffrire o alla lunga esplodere.

Posso provare a svitare tutto, trovare il blocco e rimuoverlo. In fondo non sembra così complicato e potrei risparmiare i soldi dell’idraulico. Tra l’altro devo anche trovarlo l’idraulico.
Sembra semplice ma in realtà quasi nessuno ha un proprio idraulico “di fiducia”.

Almeno, io non ce l’ho. Dovrei chiedere a qualcuno se mi passa il contatto.
D’altronde se faccio un danno smontando il sifone il costo della riparazione sarà ben più alto di quello che pagherei per rimuovere il blocco. Senza contare che il lavoro diventerebbe urgente e dovrei trovare un idraulico fidato immediatamente.

Svuoto un altro secchio, la diagnosi è amiloidosi, Maria ascolta la musica con gli auricolari, in un’altra stanza.

Dice che la consapevolezza è un buon punto di partenza. Ma non si può stare sempre “in panchina” sapendo cosa bisognerebbe fare per giocare meglio. Occorre togliersi la tuta ed entrare in campo. Perché la partita ha una durata limitata e solo in alcuni casi ci sono i tempi supplementari.

“Dovrebbero istituire il reato di abuso di metafore sportive, non trovi? Maria evidentemente non trova, mentre riempio l’ennesima lavastoviglie.

Metto il detersivo, preparo il secchio.
Aspetto.

Nel frattempo potrei fare qualcosa di utile.
Cercare un idraulico, chiamare la zia, sistemare i documenti, prenotare gli esami, finire il racconto, pagare l’affitto, fare spazio a Maria, parlare con Maria.

La sento, nell’altra stanza che traffica coi vestiti.
Ultimamente traffica sempre con qualcosa.

Adesso sono i vestiti, ieri erano i libri, l’altro ieri i flaconi del bagno.
Cosa contengano tutti quei flaconi non l’ho mai capito. Nemmeno l’ho mai chiesto a dire il vero.
Se sono lì a riempire la mensola a qualcosa serviranno, immagino.

Accendo il Tablet, il caso è difficile, il paziente non collabora.
La lavastoviglie sibila segnalandomi la fine del ciclo di lavaggio.

Prendo il secchio. Torno in cucina e sento il lavandino gorgogliare.
Guardo le vasche, insolitamente mezze vuote.
Il lavandino gorgoglia di più, nell’altra stanza, si traffica di più.

Realizzo, col secchio in mano, che nelle due vasche del lavandino, lentamente ma inesorabilmente non resta più nemmeno una goccia d’acqua e, mentre sento la porta di casa chiudersi, che la tazza preferita di Maria non è più dove dovrebbe essere.

House, intanto, ha appena risolto un altro caso.



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