Cartoline da Barcellona

Testo e foto di Roberto Meloni

“Storicamente nessuna regione della Spagna è mai stata uno stato nazionale, uno stato sovrano. A parte la mentira catalana, la menzogna catalana, siamo sempre stato una nazione composta da varie regioni”.

È l’ora di pranzo e con queste parole Juan mi dà un accenno sulla sua opinione sulla politica spagnola. Non ho molta voglia di parlare dell’indipendentismo catalano quindi taglio corto e ritorno sulla situazione spagnola.

Non so perché non ho voglia di parlarne. Ho delle idee a riguardo, ma spesso sono molto confuse. E ogni volta che cerco di chiarirle, non riesco mai ad avere una visione di insieme soddisfacente da poter soddisfare la mia voglia di prendere posizione.

È sempre stato uno degli argomenti più difficili per me sul quale prendere una posizione, ma anche uno dei più interessanti. E quando c’è da discutere, non sono certo uno di quelli che si tira indietro.

Così era soprattutto fino all’ottobre scorso. Adesso invece, quando mi si presenta davanti l’opportunità di parlare del tema “Catalunya”, mi ritornano in mente le immagini del referendum del 1 Ottobre scorso, con la gente in fila ai seggi e la polizia spagnola che arrivava per sequestrare tali seggi illegali che avrebbero contenuto delle schede elettorali illegali, per un referendum illegale.

Ed è così che la polizia spagnola, armata di manganelli, ha spaccato teste, fatto sanguinare persone giovani e anziane che si erano recate ad esprimere il loro voto in forma del tutto pacifica, hanno rotto porte, spaccato vetri e così facendo, hanno violentato la democrazia.

“Guarda, da qui si vede persino un elicottero!” dico guardando il vetro specchiato del Centro di Cultura Catalana di Barcellona, costruito in modo tale da far vedere dallo specchio del cortile interno la panoramica di tutta la città. “Ne vedi solo uno perché siamo sotto capodanno. Da fine settembre ce ne sono almeno quattro o cinque che sorvolano la città ogni giorno. Adesso, sotto le feste, sono uno o due.” mi dicono Federica e Paolo, due cari amici che vivono a Barcellona. “Sembrava di essere sotto assedio, quasi pronti ad una imminente guerra. Il periodo del referendum è stato veramente surreale. Si sentiva tensione in ogni parte della città” mi fanno notare.

Lali non ha potuto votare. “Ero tornata da qualche mese a Barcellona dopo un’esperienza in America Latina, e il tramite non è arrivato in tempo per permettermi di iscrivermi alle liste elettorali. Ma se avessi potuto, certamente sarei andata.” Non mi dice se avrebbe votato o meno per l’indipendenza, e forse neanche a me interessa saperlo più di tanto. “Certo che se la reazione dello stato spagnolo è quella di picchiare persone che si stanno recando ai seggi in maniera pacifica, allora perché dovrei voler restare in uno stato come questo?”.

Come si fa a darle torto? Come uno stato europeo, democratico, può rispondere coi manganelli e violenza inaudita di fronte alla partecipazione del popolo ad un referendum?

Lali mi fa notare che avrebbero potuto semplicemente dichiarare incostituzionale il referendum il giorno dopo, invece hanno voluto mostrare che i problemi si risolvono più facilmente con la forza bruta, invece che col dialogo.”

Lali mi ricorda di non essere mai stata indipendentista, ma alle ultime elezioni ha deciso di votare per il partito indipendentista di sinistra, la CUP. “Mettendo da parte il tema dell’indipendenza, loro sono quelli che hanno le proposte più interessanti per quanto riguarda le politiche sociali. E sono i più coerenti e trasparenti nell’attuale panorama politico catalano. In fondo, queste sono elezioni politiche, e bisogna guardare ai programmi.

La stessa sindaca di Barcellona Ada Colau, espressione di Barcelona en Comú, vicini a Podemos, partito non indipendentista ma schierato a favore dello svolgimento di un referendum pactado, ovvero negoziato fra le istituzioni catalane e il governo centrale di Madrid, si è recata alle urne, per ribadire che il voto è un diritto dei cittadini, e non si può rispondere con violenza alla richiesta di partecipazione democratica, legittima e pacifica di un popolo, o quanto meno una parte di esso.

Sergi invece è indipendentista convinto. Da sempre. Ricordo anche le discussioni che abbiamo avuto anni fa perché la mia premessa non cambia, io l’indipendentismo non l’ho mai capito appieno.

Però adesso, mentre mi accompagna a bere una birra all’Antic Teatre, un antico teatro nel centro di Barcellona, trasformato in uno spazio sociale, mi racconta la storia della Catalunya e della diversa identità culturale rispetto al resto della penisola iberica.

“Dal 1714, anno della conquista spagnola della Catalunya, al popolo catalano non è stato permesso di esprimere appieno la sua identità come tale. Con la dittatura di Franco ci veniva impedito addirittura di parlare la nostra lingua. Molte delle persone anziane che sono andate a votare al referendum di ottobre sono persone che ancora ricordano i soprusi di quella dittatura. Sono persone che hanno vissuto sulla loro pelle le torture di uno stato fascista che ha cercato invano di eliminare la nostra cultura.”

Cercando di spiegarmi il puzzle politico dell’indipendentismo catalano, Sergi mi confida di aver votato CUP per la loro coerenza politica e la loro idea di mondo.

“Oltre che al tema indipendentista, per me è fondamentale anche la proposta politica dei partiti” spiego a Federica per chiarire ulteriormente la mia difficoltà a capire come partiti di diversi schieramenti politici si possano unire sotto l’ala dell’indipendenza. Per lei, che vive a Barcellona da 4 anni oramai, anche questo è stato uno dei temi più difficili da capire. Vice presidente di un osservatorio politico sui partiti politici catalani, Federica ammette che non è per nulla facile da capire.

“Hanno sostanzialmente messo da parte le divergenze di visioni politiche. Sostengono che la vera battaglia politica fra di loro, inizierà realmente solo quando verrà dichiarata la repubblica catalana” dice mentre passeggiamo nei pressi della Generalitat e dell’Ayuntamiento, rispettivamente i palazzi di governo della regione e del municipio.

La notte di capodanno nella festa a casa di amici, fra un gin tonic e un altro, c’è tempo per un paio di chiacchiere sul tema catalano. “Lei è una mia amica. È della CUP” mi dice Lali. “Buon anno” le dico.

“Grazie. Quest’anno ci è andata bene. Considerata la risposta che lo stato spagnolo ha avuto nei confronti degli indipendentisti, siamo fortunati quelli che possiamo festeggiarlo. Alcuni non possono, dato che sono in prigione non per aver commesso qualcosa, ma per avere delle idee indipendentiste” mi riassume in pochi minuti. Già, perché in tutta questa faccenda ci sono anche i prigionieri politici.

In Europa, nel 2018, ci sono prigionieri politici, in uno stato che si definisce democratico.

Paolo, amico filosofo esperto nello studio di street art, mi fa notare che le strade di Barcellona sono “adornate” di poster di un collettivo latinoamericano che ha spesso lavorato in America Latina nel recupero della memoria storica e contro le dittature. “È un altro modo di fare resistenza” mi dice. In fondo nessuno può impedirgli di esprimere le proprie opinioni attraverso l’arte di strada. Ed è così che la città è piena, oltre che di poster e graffiti, anche di lacci gialli, il simbolo per chiedere la liberazione dei prigionieri politici. Alberi, lampioni, case, statue. Tutti col proprio laccio giallo.

La città è ancora colorata dai manifesti elettorali delle ultime elezioni regionali del 21 dicembre, dove i partiti indipendentisti hanno nuovamente conquistato la maggioranza di seggi. Ma il primo partito in termini relativi è stato Ciutadans, il partito di centro(-destra), unionista, che ha spazzato via il Partito Popolare del premier Rajoy, relegato a una mera partecipazione di rappresentanza con 4 deputati nel parlamento regionale. Rajoy dice che sono loro ad aver vinto le elezioni. Sono loro con cui dialogherà.

La mia vacanza di capodanno è finita e io vado via con tanta confusione in testa ma una certezza. Al popolo che chiede pacificamente di votare, non si risponde con la violenza. Mai.



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