L’ordine, e il nome, delle cose

Macerata: il racconto di una giornata contro ogni fascismo e ogni razzismo

di Martina Di Pirro, da Macerata

Alle ore 14 del 10 febbraio, Macerata è una città blindata. Non solo dalle forze dell’ordine, sistemate in ogni angolo, con pattuglie sparse ed elicotteri in aria. È blindata dal freddo gelido, dalle finestre chiuse di quelle strade ai margini in cui il corteo è relegato, quasi per punizione.

Scuole chiuse, bar chiusi, ad eccezione di un paio coraggiosi e invasi, bagni pubblici con file molto lunghe. L’unica concessione al coprifuoco voluto dal sindaco Romano Carancini è una pizzeria, un negozio di kebab, qualcosa da scovare lungo il percorso per rifocillarsi.

Il primo cittadino ha deciso di non manifestare, perché la città ha bisogno di respirare. Eppure, il rumore dei passi, i sorrisi e i cartelli sembrano aria. Aria che entra pulita. Macerata è una città blindata e quasi inospitale, infastidita dal corteo antifascista che invade i giardini Diaz.

All’ingresso un cartello per Jennifer Odion, Mahamadou Toure, Wilson Kofi, Festus Omagbon, Gideon Azeke, Omar Fadera accoglie i manifestanti, dietro allo striscione: “Movimenti contro ogni fascismo e razzismo” in testa.

Perché il senso reale del corteo è chiamare le cose con il proprio nome. Così i feriti dall’attentato di Luca Traini ne hanno uno, così ogni gesto compiuto da un fascio-leghista con una pistola, una bandiera, munizioni, un lumino con la foto del Duce che ha iniziato a girare per Macerata nella sua folle caccia al nero, ne ha un altro.

La città ha bisogno di respirare, ha bisogno di silenzio, hanno continuato a dire nei giorni scorsi voci del Partito Democratico e il ministro degli Interni Marco Minniti.

Un silenzio rumoroso, forse, di quelli che tentano di giustificare tutto, dal Jobs Act agli accordi con la Libia per il rimpatrio dei migranti, lo sfruttamento, l’impoverimento, l’aumento delle disuguaglianze e dell’odio razziale, e via dicendo.

Quando si tratta di manifestare contro il fascismo e il razzismo, però, improvvisamente è il silenzio l’unica risposta. O peggio.

“E’ un fatto inaccettabile – ha ribadito Minniti – perché in una democrazia non è consentito a nessuno di farsi giustizia da solo.” Uno strano richiamo, dato che in questo caso non esiste alcun elemento che possa ricondurre ad una qualsivoglia idea di giustizia.

Macerata non doveva essere una città soggetta ad alcun tipo di dibattito politico, ma una città aperta all’aria di libertà di chi ha sempre parteggiato per il più debole, contro ogni forma di esclusione e di odio.

E poco e niente ha ottenuto il dietrofront delle grandi organizzazioni, dei sindacati e di alcuni partiti. A poco o niente è servito il divieto, poi ritirato, di manifestare con annesse minacce del sopracitato Minniti, che si sarebbe dichiarato pronto ad intervenire in caso di mancato rispetto del divieto.

Macerata si è riempita ugualmente, quasi a voler dimostrare che non esistono generali e non esistono truppe in questo corteo

.

Un corteo femminista, antifascista, antirazzista, solidale, che vive lo stesso, nonostante tutte quelle narrazioni che la stampa mainstream ha vietato, privilegiando il fantoccio della paura, della pericolosità del colore della pelle.

Risplende anche della vergogna di Matteo Salvini, occupato a dare la colpa alle vittime, come sempre. Lo stesso Salvini che, dopo Parigi, dopo Barcellona, ha inneggiato all’urgenza della lotta al terrorismo. Una lotta che non è diversa da quella che si combatte a Macerata, tra un vento freddo e canzoni della resistenza.

Perché è forte la sensazione che se Traini fosse stato di colore e avesse cominciato a sparare a caso urlando “Allah akbar!” sarebbero stati in tanto a definirlo terrorista.

Invece adesso per molti è solo un povero pazzo, uno squinternato che va compreso. È colpa dell’immigrazione, ci raccontano. Peccato che il totale degli sbarchi nel 2017 era in calo del 3,47 per cento rispetto al totale del 2016 (meglio non chiedersi perché, altrimenti rischieremmo di scoprire l’inferno dei migranti trattenuti in Libia e il prezzo che stanno pagando).

È colpa dei femminicidi, compiuti per lo più da extracomunitari, ci raccontano di nuovo. Peccato che la stragrande maggioranza dei femminicidi sia invece compiuta all’interno delle mura domestiche, da maschi bianchi.

Mentre si cammina, nessuno dimentica il nome di Pamela Mastropietro. E di certo non lo dimenticano le donne di Non Una Di Meno, doloranti e fiere delle proprie rivendicazioni, quelle giuste, non offuscate da strumentalizzazioni.

Un corteo intragenerazionale, composto da ogni età, ogni provenienza, unito dalla stessa ed unica lotta. Poi, una voce dal megafono urla: “Siamo in trentamila!”. Ed è improvvisamente chiaro come il significato del camminare non sia dimostrare che il fascismo esiste ancora e nemmeno quello di fare di Traini un simbolo di tale affermazione.

Il significato del corteo, dello sfilare all’interno di una città silente, rannicchiata in se stessa, impaurita da tutto quel clamore è un altro: è dire che ci siamo. È sottolineare come ogni ingiustizia, ogni sopruso, ogni attacco alla libertà, ogni forma di esclusione, ogni guerra non si risolverà mai nella colpevolizzazione dei più poveri, di chi sta ai margini, di chi non ha gli strumenti.

È dire che è responsabilità anche nostra, è prodotto della nostra società, un sistema che genera risentimento e violenza.

Abbiamo un debito ecologico enorme verso l’Africa e tanti altri paesi ancora da ammettere, abbiamo un debito morale enorme verso la resistenza ancora da esercitare. Ed è un rifiuto, anche. Il rifiuto di ridurre l’umanità all’elemento della nazionalità.

Il rifiuto di una solidarietà esclusiva verso un gruppo di appartenenza, altrimenti il principio di esclusione è già bello che stabilito.

Chi esclude, colpisce, violenta persone di un altro paese, può, con la stessa facilità e con lo stesso metodo, escludere in modo selettivo chiunque e per qualsiasi motivo.

Un corteo che smette di chiedersi cosa si può fare per il prossimo, e comincia a fare con il prossimo.

Dall’alto di un palazzo di pietra si apre la porta finestra di un piccolo terrazzino. Ne escono cuori rossi e un cartello “No racism”. Macerata si sta svegliando, si sta aprendo. È quasi notte e il freddo si è fatto più pungente. Ripartono i pullman, riapre qualche bar, il profumo del tè caldo è rassicurante come la distensione delle forze dell’ordine, che piano piano allentano l’attenzione.

Gli occhi dei manifestanti sembrano dire “noi sappiamo chi sono i complici di tutto questo”. Una politica assente, i cittadini e le cittadine che non hanno capito il senso di questa giornata.
Sappiamo chi sono i complici, sì. E per questo continueremo a camminare.



Sosteneteci. Come? Cliccate qui!

associati 1

.