Etiopia: cosa c’è in gioco

Il punto della situazione

di Raffaele Masto, tratto dal suo blog BuongiornoAfrica

Non è bastata la liberazione di oltre un migliaio di prigionieri politici. Non sono bastate le dimissioni del premier Dessalegn.

Non è bastata la dichiarazione di voler aprire un dialogo con le opposizioni, in Etiopia le proteste continuano. In questi giorni diversi media internazionali se ne sono occupati e qui cerchiamo di dare le coordinate di ciò che accade e di cosa c’è in gioco.

Qualcuno ricorderà le olimpiadi di Rio, in Brasile, nell’agosto dell’anno scorso, quando il secondo classificato, l’etiope Feysa Lilesa, tagliò il traguardo esausto, coperto di sudore, con gli occhi chiusi incrociando i polsi nel simbolo della prigionia.

Praticamente dedicava quella vittoria ai suoi compagni in galera in Etiopia. Dovette chiedere asilo politico al Brasile perché, disse, non avrebbe più potuto rientrare in patria.

Con quel gesto il mondo comprese che in Etiopia qualcosa non andava e l’immagine di un paese in grande crescita, bastione dell’occidente nel turbolento Corno D’Africa, con una economia dinamica, grande opportunità per i possessori di capitale internazionale, vacillò gravemente.

Come detto dalla caduta di Menghistu i tigrini – sei per cento della popolazione – hanno occupato tutti i gangli del potere.

Erano stati l’etnia che aveva più contribuito alla lotta di liberazione, avevano pagato un prezzo altissimo e nei primi anni novanta non parve ingiusto che esprimessero l’intero governo e il primo ministro che fu, ovviamente, Meles Zenawi, eroe della lotta di liberazione e leader illuminato e lungimirante: fece votare una costituzione federale, sulla carta per far partecipare al potere anche le realtà regionali di un paese con una grande biodiversità umana e soprattutto concesse all’Eritrea un referendum e la successiva indipendenza.

In Africa non era mai accaduto ed era la prima volta che anche i confini del colonialismo venivano ritoccati.

Da allora però i tigrini hanno completamente permeato lo stato, la costituzione è stata interpretata in modo restrittivo e il Tigrai, regione che l’Etiopia condivide con l’Eritrea, si è sviluppato molto più di altre regioni, tutti i villaggi hanno la luce elettrica e l’aeroporto di Macallè, capitale provinciale è uno scalo internazionale da far invidia a quello di Addis Abeba.

Sono passati più di venticinque anni. Ma chi è oggi l’opposizione?

Innanzi tutto gli Oromo, stragrande maggioranza del paese.

Il maratoneta di Rio, Feysa Lilesa, è un oromo e in galera in Etiopia sono finiti soprattutto membri della sua etnia.

Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la crescita dirompente di Addis Abeba richiede nuovi terreni e il regime li ha confiscati agli Oromo che sono agricoltori e vivono della terra. Questa è stata la goccia che ha fatto esplodere le proteste nei primi mesi dell’anno scorso.

Poi ci sono gli amhara. Una minoranza come i tigrini ma è l’etnia storica del paese quelli che hanno espresso sempre il Negus, il Re dei Re, ai tempi Menelik, quello della battaglia di Adua che sconfisse l’Italia, e poi Hailè Salassie contro il quale l’Italia usò i gas per conquistare quell’altopiano tanto ambito.

Gli amhara, nobili e aristocratici, si sono uniti agli Oromo nelle proteste di questi mesi.

Un fatto clamoroso perchè gli amhara sono cristiani, copti per la precisione, e rivendicano una origine storica e religiosa come quella occidentale, cioè dal Medio Oriente con la leggenda della regina di Saba che rubò a Gerusalemme,l’arca dell’alleanza. Mentre gli oromo sono musulmani.

In gioco c’è dunque il controllo politico di un paese che si sviluppa per buona parte su quell’altopiano. Uno dei luoghi più salubri e ricchi del mondo: all’equatore, a circa 2400 metri medi sopra il mare, con una vegetazione e una fauna ricchissime.

Era il sogno dell’Italia, di Crispi e poi di Mussolini. Ora è conteso dai suoi stessi abitanti e nessuno sembra voler fare un passo indietro. Il maratoneta Feysa Lilesa deve ancora attendere per rientrare in patria.



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