Chiapas: donne che lottano

La vigilia dell’8 marzo sotto il cielo stellato del sud est messicano, in Chiapas, migliaia di donne provenienti da tutto il mondo aspettano l’apertura del cancello del Caracol di Morelia dove per tre giorni si terrà il Primo Incontro Internazionale Politico, Artistico, Sportivo, Culturale delle Donne che lottano, convocato dalle zapatista dell’EZLN.

dal Chiapas,
Marta Pampuro, Lucia Tolve,
Giulia Gastaldo, Chiara Libener

Andrea Cegna

Inizia così, tra cori e sguardi emozionati, un evento che non ha precedenti nella storia dello Zapatismo e che mostra fin da subito una portata globale. Secondo l’ultimo comunicato pubblicato dalle organizzatrici le iscritte dovevano essere poco meno di mille. La realtà, però, supera ogni aspettativa. Ed è almeno 5 volte maggiore per numeri. Agli uomini presenti viene riservato un accampamento all’esterno del Caracol perché, come già si leggeva nella nota di convocazione, la tre giorni di incontro è rivolta solo alle donne.

A Morelia sono rappresentati tutti e cinque i continenti perché non ci sono distanze incolmabili quando si sente la necessità di rispondere alla chiamata di chi da oltre 25 anni ha fatto dell’autonomia e del protagonismo delle donne un elemento chiave di un percorso di lotta ampio e rivoluzionario.

La mattina dopo la musica di un gruppo di zapatiste di Oventic sveglia le oltre 8mila donne che si radunano sotto il palco per ascoltare il discorso di apertura pronunciato dalla insurgenta Erika.

Quelle donne, insieme alle 2mila zapatiste presenti, stringono un patto: restare vive, vivere lottando ciascuna secondo i suoi modi, mezzi e tempi. Erika ha salutato le donne presenti e ricordato Eloisa Vega Castro, zapatista della rete di appoggio del Consejo Indigena de Gobierno, morta lo scorso 14 febbraio in un incidente stradale mentre accompagnava Marichuy durante la campagna di raccolta firme per la sua candidatura. Erika, un nome fittizio che le zapatiste usano per parlare in collettivo, ha letto un documento condiviso dalle donne dei cinque caracoles e delle centinaia di comunità ad essi legate. Un documento nel quale sono state ripercorse le condizioni di vita e le motivazioni della loro lotta contro il sistema postcoloniale e capitalista che sfrutta e umilia i popoli indigeni. Essere una donna indigena zapatista, però, significa anche combattere il patriarcato e la disuguaglianza tra i generi nella società e nei propri spazi di vita quotidiani.

Erika punta lo sguardo ai monti che circondano il Caracol e alle donne che riempiono l’arena: “guardiamo questi alberi, che voi chiamate boschi e che noi chiamiamo monti. Sappiamo che in questi boschi, in questi monti, ci sono molti alberi che sono differenti. Per esempio, c’è il pino, c’è il mogano, c’è il cedro, c’è il bayalte’ ci sono molti tipi di alberi. Però sappiamo anche che ogni pino non è uguale agli altri, ma che ognuno è differente. Lo sappiamo, però quando li vediamo diciamo che sono boschi o monti. Qui siamo come boschi o monti. Tutte siamo donne. Ci sono colori, pesi, lingue, culture, professioni, modi di pensare e forme di lotta differenti. Diciamo però che siamo donne e che siamo donne che lottano.”

Durante la tre giorni ogni aspetto dell’organizzazione, dalla cucina alla sicurezza, è curato dalle zapatiste che, a piccoli gruppi, partecipano a tutti gli incontri, discussioni, laboratori proposti dai collettivi o dalle singole attiviste.

A rendere evidente il desiderio di imparare e di farsi contaminare anche la richiesta alle partecipanti di contribuire con critiche e suggestioni. Dall’alba al tramonto i dormitori, i comedores, gli auditori e i campi sportivi si trasformano in luoghi di confronto, riflessione e dibattito. Le donne indigene dell’America Latina, le femministe europee, le indiane delle riserve, le palestinesi, le afroamericane si raccontano e condividono strategie di resistenza alle violenze che il neoliberismo e il patriarcato riproducono sistematicamente sulle donne di ogni angolo del globo. C’è chi offre sostegno alle vittime di violenza, chi si oppone all’innalzamento di muri e frontiere, chi lotta contro la devastazione dei territori, lo sfruttamento del lavoro, le disparità salariali e le discriminazioni di genere. Le donne dell’incontro di Morelia hanno un obiettivo comune e rivoluzionario: vogliono essere il cuore pulsante di un percorso di liberazione che riguarda tutte e tutti.

È questa la strada indicata anche dalle resistenti curde nel videomessaggio proiettato durante l’incontro: il XXI secolo è il secolo della rivoluzione delle donne, il momento in cui camminare insieme tra uguali e differenti per ridefinire non solo i rapporti tra i generi, ma anche per arginare ogni forma di razzismo, sopruso, diseguaglianza, devastazione.

Le donne che lottano tornano nei loro angoli di mondo con una promessa e un patto: incontrarsi di nuovo il prossimo 8 marzo e continuare a lottare per restare vive e perché nessuna donna abbia più paur



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