La (sua) vita degli altri

“Dai, passami il pollo.” “Senti questo pezzo.” “Ahahahah.” “Mammaaaaaaa!!!”

di Gaia Grassi

Chiara stava passeggiando per strada mangiando un gelato. Faceva caldo quella sera di luglio e, come le stava capitando sempre più frequentemente, si era ritrovata davanti al banco-frigo di una gelateria a snobbare il solito cono al cioccolato-prima-limone-dopo, che la maggior parte dei gelatai le rifiutava sia per l’abbinamento azzardato sia perché ci vuole un ordine cronologico che segua una logica cromatica e di consistenza nel mettere i gusti in un cono o in una coppetta che sia. E non le bastava, a domanda diretta “perché?”, rispondere “perché voglio che il cioccolato, il mio gusto preferito, arrivi alla fine e vada a infilarsi nel fondo del cono preparando il tripudio dell’ultimo boccone, quello del re appunto”. No, non le bastava: la maggior parte delle volte si sentiva rispondere un no secco.

Crescendo, il cono al cioccolato-prima-limone-dopo era stato sostituito naturalmente dal cono al cioccolato-extra-fondente-e-pistacchio, questa volta senza problemi di priorità, occupando entrambi i gusti il primo posto a pari merito sul podio delle preferenze. L’agosto precedente però era successo qualcosa. Si trovava in Basilicata – nel centro di Maratea per la precisione – e, rapita da una delle peggiori esposizioni che avesse mai visto in un banco-frigo – e ne aveva viste di gelaterie sgarrupate, eh –, aveva indugiato nella scelta quel secondo in più sufficiente a farle capire che era venuto il momento di cambiare, a favore di uno di quei gusti nuovi, stravaganti, spesso indicati come quelli “della casa”. E così si era ascoltata chiedere un cono al bocconotto, un omaggio al dolce tipico lucano farcito con crema pasticcera e amarene. Da quel momento non si era più fermata e in ogni luogo voleva provare un gusto diverso che la ispirasse: aveva assaggiato il gelato al wasabi, quello dedicato a Don Bosco – con frutti di bosco, rosa canina e Freisa d’Asti – e uno ai fiori di sambuco e glicine.

Quella sera di luglio, mentre passeggiava di fronte allo scalo Porta Romana, si era ritrovata di fronte a una gelateria di cui aveva sentito parlare tanto – forse troppo – ma che non aveva mai testato. Era famosa per abbinare i gusti a nomi di cantanti.

A Chiara era bastato immaginare i nomi scritti sulle vaschette nel banco-frigo per capire che avrebbe avuto un problema. A chi dare la priorità? Al gusto o al nome del cantante? Avrebbe mai scelto un gusto potenzialmente molto promettente ma con il nome – che ne so – di Levante o di Scanu? Se ci fosse stato il gusto Fragola, avrebbe dovuto pensare al frutto o al cantante? E se Bruce Springsteen o Lucio Dalla le avessero fatto schifo? O se Thegiornalisti fosse stato sconvolgentemente buono? Dopo le prime esitazioni, aveva deciso di entrare. E con gran sorpresa aveva notato che era cambiato – momentaneamente? per sempre? – il criterio della scelta dei nomi: ormai si doveva scegliere tra zucca e amaretti, stracciatella inversa, burro salato con copertura di pistacchio o pop corn. Tirando un sospiro di sollievo, aveva scelto un cono al gusto pane-burro-marmellata e zabaione al prosecco con cubetti di gelatina al prosecco. Come sperava, non le era piaciuto, a parte il fatto che, leccando pane-burro-marmellata, le era proprio sembrato di sentire distintamente i tre ingredienti principi delle sue merende a casa della zia Cesira, con le tende verdi da esterni “francate” alla ringhiera in ferro battuto del balcone per non far entrare troppo sole, che si sarebbe riflesso sulla televisione accesa.

Mentre camminava per rientrare, aveva iniziato a fissare una finestra di una casa al piano rialzato, che dava sulla strada. I vetri erano spalancati: uscivano una luce calda e tutti i rumori di una cena tra amici. Chiara si fermò e sorrise, di un sorriso partecipato. L’aveva riconosciuta. Era lei, la prima casa che avevano visto quando stavano cercando un appartamento da comprare. Le era piaciuta subito: era una tipica casa in stile Vecchia Milano, con soffitti altissimi, corridoi lunghi, pavimenti con le piastrelle esagonali, ma era completamente da ristrutturare, non aveva neanche un mini-balcone ed era troppo sulla strada. Un pezzo di cuore, però, era rimasto lì. Ora ci si ritrovava davanti ed era abitata da altri. Chissà chi erano. Come stavano. Che facevano. E chissà come sarebbero stati loro due in quella casa. Chi sarebbe ora Chiara. Di certo quella sera anche lei, lì seduta, avrebbe mangiato il pollo ridendo e avrebbe ascoltato – cantando pure lei, però – “Blackbird” dei Beatles.

 

La luce sarebbe stata sicuramente così calda. E chissà se lì dentro quella “Mammaaaaaaa” sarebbe stata lei.
Il gelato che colava sulle dita la riportò al presente. Si leccò la marmellata dal dorso della mano e, correndo, raggiunse le sue due amiche. Lì, poco più avanti.



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