Lezione di civiltà

Un viaggio tra Nukak e guerriglieri nell’Amazzonia Colombiana

Fiore Longo
© Survival International

tutte le foto sono concesse da ©Survival

“Sei stata fortunata, un paio di anni fa questa era terra proibita”, mi dice l’autista mentre attraversiamo la terra color mattone de Los llanos, nella regione del Guaviare (Colombia), in direzione della jungla. E ha ragione.

Sono la prima ricercatrice di Survival International a poter visitare le comunità dei Nukak che vivono lungo il fiume El Guaviare. Soltanto due anni fa, qui regnava la violenza indiscriminata del conflitto armato più lungo della storia dell’America Latina.

Un gruppo di colonos con cappelli da cowboy guardano con occhi duri il furgone che attraversa la loro proprietà. Attorno solo mucche e alberi. “Saluta il cielo, per un po’ non lo vedrai più”, scherza di nuovo l’autista. Riesco a sbirciare dal finestrino un po’ dell’immensità azzurra sopra di noi prima che il verde rigoglioso della natura la nasconda totalmente. È l’inizio dell’Amazonia colombiana.

Trattengo il fiato, sto per incontrare il cosiddetto “ultimo popolo nomade della Colombia”.

Quando arriviamo a Charras la magia del viaggio svanisce di colpo. Sono in un campo di rifugiati, non in un villaggio indigeno. Vedo solo “casette” fatiscenti con i tetti di lamiera sotto un sole soffocante. Dei bambini con dei vestiti sporchissimi saltano sulla macchina.

Le donne sedute per terra a tessere braccialetti mi fissano con uno sguardo di acciaio. Da soli, quegli
occhi raccontano tanto.

Quei Nukak sono dei sopravvissuti. Sono una delle prime comunità a essere uscite dallo stato di isolamento in cui si trovano fino agli anni ‘60. Dal 1988, quando sono iniziati i primi contatti regolari, metà della popolazione nukak è morta a causa di malattie come la malaria e l’influenza e della violenza esercitata dai taglialegna e coltivatori di coca che si sono presi la loro terra e le loro risorse.

“Quando ero bambina, mio padre è morto, poi è morta mia mamma, poi sono morti tutti i miei fratelli. Erano tutti tanto malati, tossivano, avevano mal di testa, vomitavano. Sono morti, tutti quanti”, mi racconta la prima donna che ha voglia di parlare con me.

Una volta i Nukak erano un popolo di cacciatori raccoglitori nomadi e vivevano in piccoli gruppi presso le sorgenti dei fiumi Inírida e Guaviare, nell’Amazzonia colombiana.

Per cacciare usavano (e quando possono usano ancora) lance e cerbottane lunghissime, capaci di scagliare a grande distanza, e con enorme precisione, le frecce intinte nel curaro. Si spostavano in continuazione e, quando erano stanchi, costruivano ripari leggeri fatti di bastoni e foglie di palma, appena sufficienti per appendervi sotto un’amaca e proteggere il focolare dalla pioggia.

Ora, di quelle case leggere e fresche non c’è più traccia. La vegetazione della giungla ti toglie
l’aria. La maggior parte degli ex cacciatori-raccoglitori è stata ridotta a rifugiati sedentari: non
possono né cacciare né pescare come prima. Le cerbottane non si trovano più e anche se
hanno provato a sostituirle con dei tubi di metallo, lo spazio necessario per la caccia non è
sufficiente.

Per mangiare, dipendono dall’aiuto del governo o lavorano come raccoglitori di coca (raspachines). Sono vittime di malattie come la tubercolosi e la malnutrizione.

Alienati e senza speranza, molti consumano droghe e alcol. La violenza domestica e l’abuso sessuale
proliferano. Altri ricorrono al suicidio.

Penso con amara ironia a tutti quei quotidiani italiani e stranieri che non molto tempo fa, nel maggio 2006, riprendendo un pezzo del New York Times annunciavano trionfanti: “Si convertono alla civiltà dopo aver vissuto, da sempre, nell’età della pietra”.

Purtroppo è una storia che abbiamo già visto. Come dimostra il rapporto di Survival International, la perdita di terra e di autosufficienza che in molti casi avviene inseguito al contatto con le società industrializzate, può avere conseguenze devastanti sui popoli indigeni, in particolare sui popoli incontattati.

Sembra che il tragico incontro con la nostra società non abbia portato niente di buono nemmeno ai Nukak: “Qui siamo affamati. Prima non chiedevamo nulla al governo. Stavamo meglio prima. Qui è da
tanto tempo che non abbiamo da mangiare. Mi manca il pesce. pescare… Qui non c’è
niente”.

Il contrasto tra quello che erano e quello che vedo è scandaloso: cosa è successo ai Nukak?

Le molteplici facce delle violenza

Dei 102 popoli indigeni della Colombia, secondo l’ONIC, 65 sono a rischio di estinzione culturale e fisica. Tra questi anche i Nukak.

Come per tutti i popoli incontattati, il contatto per i Nukak è stato mortale. I popoli incontattati
sono i più vulnerabili del pianeta e intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida
di esterni che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso
cui non hanno difese immunitarie.

Nel 1993 il territorio che i Nukak abitavano da generazioni è stato legalmente riconosciuto come Resguardo Nukak (territorio Nukak) grazie alla campagna internazionale condotta da Survival International, ONIC e altre organizzazioni.

Tuttavia il conflitto armato scoppiato tra le Farc e il governo ha travolto anche questo territorio ricco di risorse e nascondiglio perfetto per i guerriglieri.

A causa delle mine sparse dai gruppi armati, molti Nukak hanno smesso di addentrarsi nella giungla per cacciare. Altri sono fuggiti dopo aver visto le loro terre occupate dai coltivatori di coca e passate sotto il controllo dei guerriglieri.

Si sono spostati in villaggi di fortuna vicino a San José del Guaviare o in accampamenti improvvisati nelle vicinanze del fiume El Guaviare e del resguardo: senza avere accesso a cure mediche o alla protezione prevista per le vittime di guerra.

Tra i ragazzini malnutriti e con i denti cariati dai dolci che comprano con quello che riescono ad elemosinare nelle escursioni “in città”, spunta uno con un taglio di capelli troppo militare e troppo in ordine per non essere notato. Ha un fisico disciplinato e i denti bianchissimi.

Il suo spagnolo è perfetto. All’inizio non mi sorprendo più di tanto. Nonostante molti Nukak non parlino lo spagnolo (e io non parli una parola di Nukak), ci sono qua e là degli ispanofoni che rendono la mia ricerca molto più semplice. Durante gli anni dei primi contatti, a causa della diffusione di malattie prima sconosciute, molti bambini sono rimasti orfani e sono stati addottati dai vicini “colonos”, la cui lingua madre era chiaramente lo spagnolo.

Ma questo ragazzo ha qualcosa di più: “I guerriglieri mi hanno reclutato quando avevo 8 anni… non ho mai più visto mia mamma. Mi vietarono di parlare Nukak. È stata dura la vita nella giungla: ho vissuto lì per più di 10 anni”.

Mi fa vedere una ferita. L’hanno colpito con una pallottola, tanto tempo fa, quando era ancora un bambino. È un desmobiliziado, come i colombiani chiamano gli ex guerriglieri che hanno deposto le armi dopo il trattato di pace. E non è l’unico.

Molti Nukak sono serviti come carne da macello durante la guerra. D’altronde, conoscendo la giungla meglio di chiunque altro, erano delle ottime guide.

Nell’innumerevole statistica colombiana delle vittime di guerra figurano dunque anche i Nukak. Il conflitto gli ha privati, come è accaduto anche a moltissimi altri popoli indigeni, della loro terra e delle loro risorse. Ma questo non è tutto. In alcuni casi la violenza è stata molto più sottile.

Qualcuno mi suggerisce di parlare con Maria, una delle poche donne “anziane” del villaggio.

In realtà, di vecchi non ne rimangono più, e i più grandi sono Nukak di circa 40 anni che sembrano aver perso la bussola della vita. Posso riconoscerli per il modo in cui portano i capelli. Li hanno ancora corti, come una volta.

In passato se li tagliavano con i denti del piranha, oggi usano le forbici. Hanno il volto dipinto con bellissimi disegni rossi, non so se per me o per loro stessi. Il contrasto con i “giovani” non può essere più evidente.

Le ragazzine hanno i capelli lunghi, e si truccano come farebbero le nostre.
Quando la trovo, Maria mi mette subito al mio posto: “Jenawen è il mio nome. I “colonos” mi hanno messo Maria. Ma io non sono Maria”. È lì che mi rendo conto per la prima volta di aver preso un abbaglio.

Tutte le Sofie, le Sandre e i Luis, che ho conosciuto nella comunità non sono l’esempio della riuscita della colonizzazione, ma della furbizia della resistenza: dietro ad un’apparente rassegnazione ai codici dei coloni, i Nukak continuano a custodire ostinatamente le loro memoria collettiva.

Il governo, le istituzioni, la scuola, la chiesa, li hanno assoggetti a discriminazione e razzismo: gli hanno vietato di parlare la loro lingua, di dipingersi il viso, e persino di usare i loro propri nomi. Hanno provato a cancellare la loro identità.

“Noi abbiamo la nostra strada, dobbiamo pensare bene”, mi racconta una donna Nukak. “Oggi stiamo peggio, non c’è insegnamento, non c’è lingua. Non stiamo più pensando alla vecchia maniera, stiamo diventando Kawenes (bianchi). I Kawenes si ubriacano e colpiscono con il machete, noi non lo facevamo. Per molti anni gli anziani hanno preso decisioni sul territorio. Gli uomini prendevano decisioni diverse dalle donne. Avevamo la nostra pittura e il fisico nukak. Ora non lo facciamo. Ora non abbiamo colore.”

La Pace che si fa attendere

L’accordo finale per porre fine al conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, firmato nel 2016 tra il governo della Colombia e le FARC, ha incorporato nel Capitolo Etnico una clausola specifica per il ritorno, lo sminamento e la restituzione dei territori al popolo Nukak.

Sembrava una rivincita. Eppure il ritorno dei Nukak alla loro terra resta ancora un miraggio. Gruppi dissidenti si aggirano nella zona, e il territorio non è stato sminato. Il governo, preso d’assalto dagli innumerevoli accordi e difficoltà del dopoguerra, non ritiene che quei pochi Nukak rimasti siano una priorità.

Insieme ad alcune organizzazioni indigeniste della Colombia, i Nukak, hanno risposto a questa indifferenza cercando di organizzarsi e dando vita alla prima assemblea del popolo Nukak.

Per quanto il processo di organizzazione di un popolo nomade sia soggetto a dibattito nelle cerchie dell’antropologia colombiana, non si può negare che il loro neo-leader, Manuel, abbia le idee molto chiare.

“Noi vogliamo tornare al nostro territorio. Perché parliamo di territorio? Perché dove è il nostro territorio, lì abbiamo tutto. Lì abbiamo il nostro cibo, la nostra sussistenza. Lì abbiamo tutte le conoscenze, gli insegnamenti per i giovani.”

Nonostante la Colombia abbia assistito a questo drammatico caso di contatto forzato che ha portato i Nukak al rischio imminente di estinzione, il governo colombiano non ha ancora varato una politica pubblica sui popoli incontattati.

Eppure riconoscere la loro esistenza e i loro diritti territoriali è fondamentale per evitare la loro scomparsa: se le loro terre non saranno protette, per gli altri popoli incontattati della Colombia sarà la catastrofe.

Questo vuoto legislativo è il riflesso della scarsa attenzione che governi e istituzioni riservano
a questi popoli. Un’indifferenza dettata forse dal fatto che essi “non hanno né voce né voto”, come mi ha riferito un esperto di popoli incontatattati in Colombia.

E forse anche dal persistere di pregiudizi e razzismo nei loro confronti. Eppure i popoli incontattati non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un passato remoto. Sono nostri contemporanei e
rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

Le loro conoscenze, sviluppate nel corso di migliaia di anni, sono insostituibili. Noi di Survival stiamo facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

Guarda l’emozionante video-appello di Claudio Santamaria, Gillian Anderson e Wagner Moura a sostegno della campagna mondiale per i diritti dei popoli incontattati:

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Il ritorno dei colori

Il villaggio non è mai silenzioso. A neanche 1 km di distanza c’è un campo per gli ex combattenti. Tre ex guerriglieri di passaggio mi squadrano con sospetto. I Nukak li ignorano.

Quando inizia a imbrunire, le donne dai capelli corti mi portano via verso il campetto da calcio. Le stesse persone che due minuti fa indossavano magliette usate si dipingono ilcorpo. Balliamo al ritmo delle loro voci. I ragazzi e le ragazze mi fanno il rituale di benvenuto: “Come facevamo là”, Jenawen mi indica un punto nell’oscurità della notte… “là dove?” chiedo io… “là sul monte”.

È la prima volta che la vedo sorridere. Non credo ai miei occhi. Ridono, cantano, saltano sul fuoco. Sono ancora loro.

Tra i sussurri attorno al fuoco, qualcuno dice che forse lassù ci sono ancora dei Nukak incontattati, che seguono “la retta via, che sanno cosa siamo diventati e non vogliono farsi vedere. Sono nascosti”.

Quando erano là, anche loro conoscevano il nome di ogni pianta e di ogni animale. Non avevano bisogno di vestiti e trovavano tutto quello di cui avevano bisogno nella loro giungla.

Una donna canta in nukak una canzone bellissima. Un uomo accanto a me fissa il vuoto. Un ragazzino con la faccia ustionata mi passa davanti.

Jenawen mi racconta che stava sniffando benzina quando un amico gli ha accesso un accendino in faccia. Guardo verso il monte: *sperando con tutta me stessa che qualche “incivile” sia davvero ancora lì, nella foresta, a sorridere, pieno di colori.



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