Mafia, una montagna di merda. Oggi come quarant’anni fa

La commemorazione di Peppino Impastato

di Sofia Nardacchione, da Cinisi (Palermo)

Il pomeriggio del 9 maggio il corteo che attraversa le strette strade di Terrasini e Cinisi, paesi a una trentina di chilometri da Palermo, è lunghissimo e colorato. Tante persone a ricordare, dopo quarant’anni dalla sua morte, Peppino Impastato, il ragazzo che ha sfidato la mafia siciliana attraverso l’informazione, la satira, la cultura, la politica e la poesia.

Il suo impegno andava da Radio Aut – sulle cui frequenze venivano presi in giro i più importanti boss locali, a partire da Gaetano Badalamenti detto “Tano Seduto” – fino alla candidatura alle elezioni comunali insieme a Democrazia Proletaria, all’interno della cui lista venne eletto consigliere una settimana dopo il suo assassinio.

Sono passati quarant’anni e le strade di Cinisi sono piene, un po’ come nel giorno del suo funerale. Quel giorno dopo il 9 maggio 1978 le finestre erano chiuse, serrate, il dolore non faceva risvegliare la gente sottomessa all’arroganza e al predominio mafiosi.

E, purtroppo, da questo punto di vista la situazione è ancora la stessa: pochissime le persiane aperte, così come i bar e le attività commerciali che incontriamo durante il cammino dalla sede di Radio Aut a Terrasini – dove le frequenze radio, grazie alla posizione meno a ridosso delle montagne, funzionavano meglio – fino alla casa che è stata di Felicia e di Peppino Impastato, e sotto la quale c’è oggi la Casa Memoria in loro ricordo.

Proprio dal balcone della casa vengono fatti gli interventi alla fine del corteo, che ha visto la presenza, oltre di tante ragazze e tanti ragazzi provenienti da tutta Italia e di tante realtà associative – le bandiere erano quelle di Libera, del Partito Comunista, della Cgil, del Comitato Impastato, dell’Associazione Rita Atria, insieme a bandiere dei No Muos, della Palestina, di gruppi studenteschi e tante bandiere rosse – anche di sindaci e rappresentanti delle Istituzioni, come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e quello di Messina Renato Accorinti, di personaggi del mondo culturale e musicale, Ascanio Celestini e Roy Paci, insieme al Presidente di Libera Don Luigi Ciotti, la Segretaria Generale della Cgil Susanna Camusso e il Presidente della Federazione Nazionale Stampa Beppe Giulietti.

Ed è Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, ad introdurre gli interventi ricordandoci di come questo viva e parli ancora oggi: “lo dico soprattutto ai giovani: vi abbiamo consegnato la storia di Peppino, quindi fatela vivere, portatela con voi e fatene spunto per il vostro lavoro”.

Un messaggio rivolto a tutti: dai tanti studenti presenti ai giornalisti che hanno continuato sulla strada solcata dai tanti che hanno rischiato e in alcuni casi perso la vita per un’informazione che sia realmente tale.

Don Ciotti afferma poi, quasi urlando: “La grande intuizione di Peppino e dei suoi amici è stata combattere le mafie dissacrandole. Il suo azzardo è stato quello quello di usare la satira contro le mafie. E allora mi sembra importante, a quarant’anni dalla sua morte ricordare Onda Pazza, il programma che andava in onda sulle frequenze di Radio Aut.

E pazzi lo erano sul serio, Peppino e i suoi amici, che, invece di abbassare la testa di fronte a un potere corrotto, alzavano il volume della loro radio. Così noi oggi dobbiamo alzare le nostre coscienze”. E aggiunge: “Peppino è stata un’anima libera che viveva per gli altri, e chi vive per gli altri vive negli altri”.

Continua Beppe Giulietti ricordando l’importanza delle domande: “C’è qualcuno che le domande non le ha mai fatte, e quando non fai domande uccidi il sistema democratico”.

Come, tra l’altro, non si erano fatti troppe domande i giornalisti di importanti testate, ad esempio il Corriere d’Informazione che il 9 maggio 1978 titolava “Terrorista dilaniato dalla sua bomba” e il Corriere della Sera su cui il 10 maggio si leggeva “Ultrà di sinistra dilaniato dalla sua bomba sul binario”.

Invece sulla prima pagina de La Repubblica del 10 maggio non c’era spazio per l’omicidio di Peppino Impastato: tutta la pagina fu riempita dalla notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro e, d’altra parte, anche in questi giorni, quarant’anni dopo, il ricordo nei giornali è troppo spesso unilaterale.

Il Presidente della FNSI rimarca anche l’importanza dell’informazione locale, sui territori, come quella che faceva Impastato tramite la satira e la radio, e come fanno oggi tanti giornalisti sotto scorta e non, che decidono di andare a fondo.

Un’informazione, quindi, a servizio del territorio: “La morte di Peppino non ha significato la fine, ma l’inizio di una lotta alle cosche fatta sul campo, attraverso l’informazione. Informare per offrire al cittadino strumenti necessari a scegliere liberamente, a conoscere. Da uomo libero, consapevole. Il giornalismo al servizio del territorio, racconto del reale fatto di intrecci e malaffare”.

Lo scrive su L’Espresso della scorsa settimana Giovanni Tizian, il giornalista sotto scorta dalla fine del 2011, quando lavorava per la Gazzetta di Modena e raccontava quel territorio, scrivendo anche di mafie, di quella ‘ndrangheta da cui era scappato con la famiglia quando era giovane, dopo l’omicidio del padre, assassinato a Locri nel 1989.

Sono storie, memorie che si intrecciano, quelle che ogni 9 maggio “invadono” Cinisi e l’immaginario collettivo di una parte di popolazione che, per un motivo o per un altro, ricorda questa data, porta avanti una memoria, privata o pubblica.

Una memoria che parte da Peppino Impastato e arriva fino ai nostri giorni insieme alla convinzione che la mafia si può sconfiggere, con quell’informazione, quella cultura e quella politica al servizio della comunità, fatta con anima e corpo, fatta con la consapevolezza della necessità che abbiamo oggi di questi valori.

E magari può sembrare banale dire “Peppino non è morto, le sue idee camminano sulle nostre gambe”, ma non è così: è ancora una volta una spinta a fare determinate scelte, seguire determinati percorsi, strade, sentieri. E’ la voglia di mettersi in gioco e non dare tutto per scontato né tutto per vinto.

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Lo hanno dimostrato a Cinisi le tantissime persone presenti, ma lo dimostrano ogni giorno coloro che sui vari territori continuano sulla strada tracciata dai tanti giornalisti uccisi per mano delle mafie: sono giornalisti sotto scorta – come Federica Angeli, Paolo Borrometi, Giovanni Tizian, Lirio Abbate e tanti altri – ma sono anche tutti quei giornalisti, di piccole testate locali o di grandi testate nazionali, che scelgono con passione e impegno la strada della verità, evitando tutti quei compromessi che, nella vita di ognuno di noi, troviamo quotidianamente.

E proprio sulla via del ritorno da Cinisi a Palermo capiamo come le strade che è possibile prendere siano così diverse, incrociate, tortuose.

Enzo, l’autista del nostro pullmino, a un certo punto abbassa la musica che andava avanti avanti a tutto volume dall’inizio del tragitto: “La vedete quella casa bianca? – chiede. Da là hanno azionato la bomba che ha ucciso Giovanni Falcone. Ora c’è scritto No Mafia”. Si fa il segno della croce e alza di nuovo la musica.

Quella storia la conosciamo bene – la scritta è stata fatta da alcuni ragazzi di Capaci nel ‘93, cancellata e poi riscritta dai ragazzi di Addiopizzo nel 2005 – ma in quel momento capiamo come l’antimafia possa essere un sentimento, che sia sotto forma di un segno della croce sincero in determinati luoghi e in determinate situazioni o sotto forma di un impegno concreto e costante.

Rimane comunque alla base questo sentimento, e forse partono davvero da qua il riscatto, l’impegno quotidiano.

Tra l’altro sempre il 9 maggio e sempre in Sicilia, nella Valle dei templi di Agrigento, i vescovi siciliani hanno presentato, a 25 anni dal discorso di Papa Wojtyla nello stesso luogo, un documento che ribadisce la scomunica dei mafiosi e l’appello alla conversione, per affermare che la mafia non è solo un problema della società, ma anche della Chiesa (in tutti i sensi, aggiungerei).

E fu proprio dopo il discorso di Wojtyla nel 1993 che Santino Di Giuseppe – uno degli artefici della Strage di Capaci che si compì da quella casetta bianca da cui è stata azionata la bomba – ha deciso di pentirsi, con tutte le conseguenze che ne sono derivate, a partire dal sequestro e poi l’uccisione del figlio Giuseppe, sciolto nell’acido visto il mancato ritiro delle dichiarazioni del padre.

Allora, dal mondo religioso al mondo civile, è davvero necessaria quella presa di posizione che, in tutta Italia, troppo spesso non viene presa.

Le finestre chiuse di Terrasini e Cinisi lo hanno ribadito ancora una volta, come lo fanno capire anche le troppe orecchie tappate e i troppi occhi che fingono di non vedere la presenza delle mafie in tutto il Paese.

Ricordando Peppino Impastato che alzava il volume della sua radio, dovremmo svegliare davvero le nostre coscienze, mettendoci in prima fila in una battaglia che ha nell’informazione – ce lo insegnano Peppino e i troppi giornalisti uccisi o minacciati – un fronte importantissimo, insieme a tutte quelle esperienze di impegno collettivo che animano i territori.



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