I code like a girl, e me ne vanto!

Intervista con Emanuela Dal Mas e Laura Bartoli, due delle organizzatrici dell’evento Django Girls che ha lo scopo di avvicinare le donne al mondo della programmazione informatica

“Di’ agli uomini che restiamo” è una rubrica per tutti, ma in onore delle donne. Specialmente quelle che non hanno permesso che le lasciassero indietro. Quelle che hanno detto “Vengo anche io, e ci vengo alle mie condizioni.” E anche per quelle che invece sono state lasciate a casa, come le mogli del racconto di Raymund Carver. È anche per loro, perché non sono da sole. E perché spero che un giorno potranno raggiungerci.

di Elena Esposto

Il 20 giugno 1969 è una data che tutti conoscono. È il giorno in cui l’uomo arrivò per la prima volta sulla Luna. Ovviamente con questa frase intendiamo il raggiungimento di un obiettivo da parte dell’umanità, e non solo della parte maschile di essa, anche se nel modulo lunare viaggiavano solamente due uomini. Quello che invece non tutti sanno è che l’Apollo 11 forse non sarebbe mai arrivato sulla Luna se non fosse stato per una donna.

Margaret Hamilton, all’epoca non ancora trentenne e con una figlia piccola che nel week end portava con sé in laboratorio, entrò nel team che stava lavorando alle missioni Apollo diventandone poi la direttrice.

Fu lei a progettare il software in modo che, anche in caso di sovraccarico di dati, riuscisse comunque a portare a termine le mansioni più importanti, tra cui, appunto, l’allunaggio. In una foto del tempo la Hamilton è ritratta vicino alla pila di volumi contenenti il codice dell’Apollo Guidance Computer. Una catasta così imponente da superarla perfino in altezza.
Nonostante i contributi femminili importanti – quello di Hamilton è uno dei più famosi ma non certo l’unico – la scienza informatica rimane ancor oggi ad appannaggio principalmente degli uomini.

Se ci guardassimo intorno, in un qualunque ambiente IT ci renderemmo presto conto di come le donne siano nettamente sotto rappresentate. Secondo quanto riportato in un articolo dell’Huffington Post, la percentuale delle donne nel mondo della programmazione informatica oscilla tra il 10 e il 20% del totale. Per scardinare queste barriere all’entrata del mondo informatico e della programmazione, nel 2014 è nato un progetto chiamato Django Girls, che attraverso l’organizzazione di workshop in cui le partecipanti creano un loro blog, ha come scopo quello di avvicinare le donne al mondo della programmazione. Durante il PyCon 9, la conferenza annuale che riunisce esperti e appassionati del linguaggio di programmazione Python, tenutasi a Firenze dal 19 al 22 aprile di quest’anno, ho avuto l’occasione di intervistare Emanuela Dal Mas e Laura Bartoli, due delle organizzatrici dell’evento Django Girls durante la conferenza, e su larga scala di Django Girls Italia.

Raccontateci qualcosa di Django Girls

Emanuela: L’organizzazione nasce nel 2014 a Berlino (è un’organizzazione internazionale) ed è stata fondata da due sviluppatrici polacche, che volevano portare diversity nell’universo maschile della comunità Django. Django è sostanzialmente un sottoinsieme della comunità Python. Si tratta di un framework per applicazioni web gratuito e open source, scritto in Python. Loro sono partite con l’idea di utilizzare questo format specifico che era quello del workshop, quindi coinvolgere donne di tutte le estrazioni. Non devi avere un background particolare, devi solo aver voglia di provarci. Questo per dare la possibilità a tutte di entrare in un mondo senza barriere e preconcetti, di provare e di portare il proprio contributo. Fondamentalmente è un’azione di tipo esperienziale, per far incontrare il mondo della tecnologia e le donne.

Tu come sei entrata a farne parte?

Emanuela: Io sono tra le più vecchie e ho un sostenuto l’ingresso di Django Girls in Italia come progetto. Sono un’imprenditrice della web-industry e insieme al mio socio abbiamo sponsorizzato i primi eventi di Londra. Ci era piaciuta l’idea e poi quando siamo rientrati, lei [Laura] lavorava con noi, l’idea sua era “allora perché non lo portiamo anche in Italia?”. Al primo evento, da trenta posti, abbiamo ricevuto novanta iscrizioni e allora abbiamo capito che i tempi erano maturi, la cosa era seria e il format funzionava bene. Così abbiamo cominciato a organizzare questi eventi in Italia, a creare aggregazione. All’inizio eravamo tre quattro, abbiamo iniziato a reclutare i coach nella comunità Python, che erano già sviluppatori esperti. Da allora questo è il tredicesimo evento, ci sono state 700 ragazze che si sono iscritte, 400-500 partecipanti, e molte di quelle che hanno partecipato poi sono rimaste a dare una mano. All’inizio i coach erano tutti uomini adesso cominciamo ad essere metà e metà.

Stesso discorso per il Pycon?

Emanuela: Anche il Pycon ha registrato un aumento della partecipazione di donne sensibile e non banale. Quattro anni fa le donne erano veramente poche e il primo evento Django Girls che abbiamo fatto qui era una cosa nuovissima, adesso no. Adesso di donne che sono speaker e che girano ce ne sono molte di più. Comincia a diventare una cosa abbastanza normale. Questo si collega alla seconda domanda, che è l’importanza di riconoscersi nelle persone che ci stanno intorno. Andare ad un workshop Django e vedere una donna coach, per le ragazze può fare la differenza. Soprattutto trovarsi in un ambiente dove non si è la mosca bianca, l’unica donna del gruppo, come succede talvolta in ambiente lavorativo.

Laura: In realtà non soltanto vedendo coach donne, ma vedendo anche coach uomini che non hanno problemi a partecipare a eventi di questo tipo. Spesso e volentieri sono i coach stessi che cercano di insistere per far sì che le ragazze che hanno maggiori dimestichezza con la piattaforma e che magari, poi, continuino il percorso all’interno della community. Già questo è un riconoscersi, al di là di essere uomo o donna.

Emanuela: Devo dire che uno dei risultati belli di questo esperimento, al di là di riunire donne intorno a questi workshop, è che si è creata una community parallela dei coach, dei mentor, fatta di uomini e donne, che prima non c’era. Hanno cambiato anche il linguaggio, il modo di rapportarsi. Sono completamente cambiati. All’inizio c’era più diffidenza, mentre adesso sono tutti amici. Si è creata una comunità e una sintesi, anche con punti di vista diversi, però sono una comunità unica, complessiva, dove la componente femminile è totalmente paritaria.

Avete trovato diffidenza o chiusura da parte dell’ala maschile della programmazione? Capita tante volte di sentire, anche sul posto di lavoro, “queste non sono cose da donne” o “le donne non sono abbastanza brave”. Ci viene insegnato da piccole che la matematica, le scienze naturali e la tecnologia sono cose da maschi.

Emanuela: Come progetto Django Girls mai. In realtà quelli che hanno partecipato fin da subito erano contentissimi, sembrava che mancasse quel messaggio, quel dire c’è un progetto in cui possiamo essere più femministi? Perché molti uomini in realtà lo vogliono fare, vogliono essere femministi.

Laura: Dall’esterno invece è arrivato questo tipo di critica, nel senso che noi abbiamo partecipato a dei meet-up per promuovere il progetto ed è venuto fuori che, evidentemente, se facciamo un evento solo per ragazze vuol dire che il tutorial è for dummies, ovvero più elementare di quello che si potrebbe fare per un uomo. In realtà è un tutorial per tutti ed è abbastanza simile a quello che c’è sul sito di Django.

Emanuela: Alcuni pregiudizi ci sono venuti da persone che non erano dentro, da gente che ha visto la cosa e ha giudicato sulla base forse di qualche apparenza, però dalla comunità no.

Laura, tu ieri nel talk parlavi nel blocco davanti alla riga di codice. Secondo te, questo blocco davanti al codice o all’errore è più spiccata per le donne che per gli uomini?

Laura: Secondo me sì, la donna mette moltissimo impegno nelle cose, quindi ci tiene molto nel riuscire, ha questa paura del fallimento. Nel linguaggio di programmazione, per quanto elementare sia (Python ha anche dei termini in inglese abbastanza semplici da comprendere) se ti manca qualche base a livello tecnico scientifico ti senti in difficoltà, e quindi scatta immediatamente il panico. La prima volta che ho provato il tutorial ero proprio bloccata dal panico, chiamavo i coach e dicevo “ecco adesso non funziona niente”. Poi rileggendo, ripensando con calma al problema, ho capito di non dover aver paura anche se la cosa non mi era subito chiara. Ragionando un pochino e riprendendo l’inglese elementare ci sono arrivata

A questo punto dell’intervista Emanuela coinvolge una delle altre Django Girls al tavolo con noi.

Emanuela: Valentina, i ragazzi hanno panico? Quelli del corso che fai anche tu, di Python.

Valentina: Beh, alcuni stanno al computer ma non seguono. Ci sono poi quelli che seguono, ma che sono bravi, quindi è diverso. Però non parlerei di panico: le cose o le sai oppure le impari. Ci vuole coraggio.

Emanuela: Si parla di ragazzi delle superiori, che si stanno approcciando a Python. Alcuni sono bravi, hanno una grande passione e sono già partiti. Atri invece si stanno avvicinando adesso con varie motivazioni. Sono ragazzi di 16 anni e hanno creato un gruppo di più di venti persone. Ne fa parte anche lei [Valentina]. Anche lei è una coraggiosa, perché sta facendo il corso Python Django volontario a scuola. Ed è doppiamente coraggiosa perché viene dal liceo linguistico.

Laura: Sì lei non ha quel corso di studi, i ragazzi invece sì.

Emanuela: Loro vengono dall’Istituto Tecnico, sezione informatica, dallo Scientifico eccetera. Il punto è che i ragazzi di quell’età lì sono dicotomici, e c’è anche una serie di problemi legati al rapporto con la formazione, a non avere il coraggio di dire “non so”, “non ho capito, spiegamelo”. Questo è un problema di barriera formativa alla base, legata alle lezioni frontali e al contesto scolastico. In genere con gli uomini che lavorano e che si avvicinano ad un’età diversa, può esserci timidezza. Posso portare l’esperienza indiretta di quelli che ho visto lavorare da adulti e che mi hanno raccontato come il problema del panico sia diffuso. Magari lo vivono in maniera diversa emotivamente rispetto ad alcune donne. Ma anche anche lì dipende dai caratteri, dalla chiusura o dall’apertura, da quanto uno riesce ad esprimersi. Io parlerei francamente più di temperamento, può esserci un’espressione emotiva diversa. Ma non c’entra se si è un uomo o una donna, hanno panico anche gli uomini, assolutamente non è un tratto di genere.

Laura: Prima si parlava del fallimento. Più che femminile o maschile è una cosa che manca in Italia, l’ho visto anche nel contesto di questa conferenza. S’è parlato del terrore di fallire. Se fallisci vuol dire che non sei in grado di lavorare su una data cosa. In realtà non è così, fallire vuol dire che tu provi una strada per raggiungere un obiettivo e se questa strada non funziona o migliori quella che stai perseguendo o ne trovi un’altra. In Italia manca proprio questa logica del fallimento, ma non soltanto a livello tecnologico, in tutti gli ambiti. Ovviamente non deve essere un fallimento continuo, deve essere un fallimento che ti insegna qualcosa.

Laura, ieri dicevi che la scelta del format e del fatto che alla fine le ragazze creano un sito non è l’obiettivo, ma a volte lo diventa. È un modo per stimolare il fatto di dire vedo una cosa mia, che ho fatto io?

Laura: Sì, anche perché è un’applicazione che per i principianti può essere abbastanza semplice da sviluppare. Fare altre cose può essere più lungo, o possono esserci più errori. Il blog è qualcosa di fattibile. Poi, come diciamo alle ragazze, c’è un supporto continuo. Noi continuiamo ad esserci anche dopo, se non l’hanno fatto durante la giornata e vogliono continuare a svilupparlo. Quindi sì, è dimostrare che con poche righe di codice (perché alla fine i files che affrontano non sono tantissimi) possono avere una piccola applicazione che funziona, pubblicare quello che vogliono e vederlo poi online. È molto motivante.

Le storie delle donne che grazie a Django Girls si sono avvicinate alla programmazione e ne hanno fatto la loro professione sono moltissime, e si possono trovare sul sito dell’organizzazione. Tuttavia, di tutte quelle che ho letto, una mi è parsa emblematica, e ve la voglio raccontare. Quella di Kelsey Gilmore-Innis, coordinatrice del technology team presso il Sexual Health Innovations, un’organizzazione non-profit che sviluppa soluzioni tecnologiche per la salute e il benessere sessuale. Tra i suoi progetti principali c’è Callisto, una piattaforma interamente scritta in Django che supporta le vittime di abuso sessuale nei campus universitari, e permette loro di denunciare l’abuso in totale anonimato, riducendo così drasticamente il tempo tra il fatto e la denuncia. Inoltre, attraverso un sistema di matching, vittime della stessa persona possono sporgere denuncia contemporaneamente.

Dall’allunaggio al sostegno alle vittime degli abusi sessuali, anche la programmazione è uno di quei campi in cui il contributo femminile può fare la differenza. E se sentite che anche dentro di voi abita una programmatrice che potrà cambiare il mondo il prossimo workshop di Django Girls in Italia si terrà il 29 giugno a Salerno. Io ve l’ho detto.



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