I detenuti stanno in sezioni da dieci, ognuna con una sala-cucina dotata di maxi televisore e Xbox, divani, giochi da tavolo. Le celle sono singole, con televisore a schermo piatto, bagno privato, frigorifero, tastiere e chitarre per chi studia musica. Le due palestre e la biblioteca farebbero invidia ai migliori campus universitari. E nel verde c’è una casetta vera dove passare il weekend con i familiari, tra barbecue e giocattoli per i figli.
”L’edificio è nuovo, ovvio che abbia ogni comfort” minimizza il direttore Are Hoidal. ”Ciò che ci distingue è che qui ogni detenuto studia o lavora, ed è pagato 57 corone al giorno”. Circa sette euro, poco per la ricca Norvegia ma abbastanza per comprare sigarette e cibo in più (tre pasti al giorno li fornisce la prigione) nel negozio interno.
La quotidianità è scandita: scuola o lavoro fino alle 15, cena (prestissimo, alle 16), poi le celle si chiudono per un’ora, giusto per ricordare che è pur sempre una galera. Sport in palestra o all’aperto, e alle 20,30 le celle si serrano fino al mattino. C’è una falegnameria dove si fabbricano mobili da giardino e culle per neonati, un’officina meccanica, un laboratorio di web design. Molti studiano per il diploma o per la laurea, altri imparano musica e riprese video, con cinquanta tra insegnanti, psicologi, assistenti sociali. Il concetto è: tutti devono uscire con un pezzo di carta per inserirsi nel mercato, che in Norvegia non conosce crisi. E la prigione aiuta nel collocamento.
”Solo il 30 per cento dei detenuti sono stranieri” spiega il direttore ”gli altri torneranno nella società norvegese: qui non esiste l’ergastolo, il massimo della pena è 21 anni, dunque ognuno potrebbe diventare il mio vicino di casa. E io non voglio un vicino rabbioso, che ha passato anni rinchiuso nell’ozio”.
Funzionerà davvero un sistema così carezzevole? In fondo qui incontriamo grossi trafficanti di droga, assassini, pedofili… Anche se nella cucina bianca, mentre affetta peperoni, Kenneth che ha preso 18 anni per spaccio sembra solo un rampollo di buona famiglia un po’ annoiato: ad Halden si è iscritto a una prestigiosa università privata (settemila euro l’anno, paga il carcere) per laurearsi in ”nuovi media”. E Jack, 23 anni, abuso su minore: quando lo senti suonare il piano ti chiedi dove sia evaporata la sua malvagità. E Chin, originario di Taiwan, accusato di essere il boss della droga di Oslo, immerso nello studio del marketing.
In Italia a molti non piacerebbe un carcere tanto carente in afflizione. Qui vince la logica dell’utilità: in Norvegia, a due anni dalla scarcerazione, solo il 20 per cento dei criminali torna a delinquere. Nel nostro Paese la recidiva è al 69 per cento forse perché, nelle galere affollate da 67mila detenuti, poco più di un quinto lavora.
Allo Stato italiano ogni detenuto costa 113 euro al giorno; a quello norvegese, l’equivalente di 180: fatte le proporzioni di reddito pro capite, la Norvegia ottiene risultati migliori a un prezzo inferiore. Ad Halden gli agenti sono tanti, 290, tutti disarmati e per metà donne. Hanno una preparazione universitaria e, alla domanda: ”Perché proprio questo mestiere?”, rispondono all’unisono: ”Amo lavorare con la gente”. Lo dice Stine Rosten, 30 anni: ”Qui è tutto nuovo, fresco. Vorrei solo poter passare più tempo con i detenuti per conoscerli meglio”. Già. Qui gli agenti giocano a freccette con i criminali, pranzano con loro, nei weekend accompagnano a sciare quelli della sezione tossicodipendenze.
I detenuti apprezzano, ma ci ricordano che Halden resta carcere duro: solo venti minuti di telefonate a settimana, una visita di mezz’ora (ma in stanze private con lavandino, asciugamano e preservativi), le guardie sempre accanto.
”Che lavoro facevo prima? spacciavo anfetamine” sorride Robert, che ne avrà fino al 2016. Qui dirige il programmaRadio Inside, in onda su un’emittente locale: ”È un talk show: in Norvegia non era mai esistita una trasmissione radio interamente confezionata da detenuti”. Tema della prima puntata: Anders Behring Breivik, l’estremista dagli occhi lividi che il 22 luglio ha massacrato 77 persone tra Oslo e l’isola di Utoya. È molto probabile che verrà ad Halden, terminato l’isolamento nel carcere di Ila. Il direttore si irrigidisce, smentisce, ma qualche agente osserva che c’è un’unica prigione, oltre a questa, con un livello di sicurezza adatto a Breivik, e si affaccia proprio su Utoya, l’isola insanguinata: chiuderlo lì sarebbe un sadico contrappasso.
I detenuti di Halden, che hanno mandato corone di fiori ai parenti delle vittime, stanno in allerta. ”Noi siamo criminali ma lui è diverso, è un’altra cosa” dice Robert. E Peter, anche lui dentro per spaccio: ”Non si è mai pentito: devono trovare il modo di rinchiuderlo a vita”. In casi molto gravi, pochi finora, in Norvegia si prolunga la pena oltre i 21 anni. Ed è ciò che ci si aspetta per Breivik.
”Mi sforzerei di restare professionale con lui, ma certo non ci giocherei a backgammon come con gli altri” ammette l’agente Stine. ”Riabilitare una persona del genere” aggiunge Linn Andreassen, 23 anni ”sarebbe una sfida per me e per l’intero sistema penitenziario norvegese”. Sì, è bello pensare che, dopo un soggiorno ad Halden, persino uno come Breivik si trasformerà nel vicino di casa che tutti vorremmo.