Sulcis, il mare fuori dal tunnel

Per alcuni è colpa dei sindacati, per altri dello Stato e dei padroni. Resta il fatto che chiuse le miniere, il Sulcis in Sardegna si è come paralizzato. Tra i problemi da risolvere, non c’è quello di una regione splendida, da raccontare a piedi, con lentezza, per ammirare la sua bellezza e riflettere sulla sua storia

di Giulia Bondi

“Mercoledì era giorno di caccia, giovedì di funghi, poi arrivava il fine settimana… insomma in miniera, dopo che le ha acquisite lo Stato, non si lavorava più”. A sentire Massimiliano, 45 anni, largo viso rotondo e occhi a mandorla, imprenditore prima nell’edilizia poi nel turismo, sarebbe arrivato così il declino del bacino minerario del Sulcis: “a forza di diritti sindacali trasformati in privilegi assurdi”. Di tutt’altro parere Gino, una ventina d’anni in più, minatore in pensione, il volto  solcato da rughe sotto il berretto con la visiera e l’immagine di Che Guevara: “Il minerale che costa meno è quello insanguinato, estratto senza nessuna garanzia della salute e della sicurezza dei lavoratori”. Nel Sulcis, sud ovest della Sardegna, la storia di occupazioni delle gallerie comincia nei primi anni del Novecento, con una serie di scioperi che finiscono in eccidi. Oggi, a vent’anni dalla chiusura delle miniere metallifere, Carbonia-Iglesias è tra le province più povere d’Italia: fanalino di coda per l’indagine sui redditi di Unioncamere del 2008, 85esima su 107 nella classifica 2012 della qualità della vita secondo il Sole24ore. Della storia mineraria restano molti ruderi, e qualche impianto trasformato in attrazione da visitare. Figli e nipoti di minatori, molti iglesienti ora sperano che ospitalità, mare e natura selvaggia aiutino a rilanciare l’economia. Eccone un assaggio, in tre giorni di cammino a piedi tra scogliere e paesini.

 foto di Giulia Bondi

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Gonnesa – Nebida: prima tappa

A Gonnesa, 5mila abitanti, a dieci chilometri dal capoluogo Iglesias e poco meno di sei dal mare, c’è il piccolo albergo di Maria Murgia, 85 anni. Viene dal Nuorese, da ragazza era pastora errante. Nel Sulcis scendevano con le pecore, poi lei ci si è fermata, col marito. Una figlia è andata sposa a Marsiglia, un’altra a Como, un’altra abita ancora in paese, “ma sta sempre coi parenti del marito”: in tutto cinque ragazzi, “tirati su con dolcezza, correggendoli senza mai picchiarli”, spiega Maria, che all’unica stella del suo albergo sopperisce con perle di saggezza tra una portata e l’altra. Piccola e rotonda, i capelli grigi raccolti in una crocchia, il vestito scuro coperto da un grembiule ricamato, Maria parla con voce sicura, frasi brevi al ritmo sincopato e danzante della lingua sarda. Porta a tavola acqua del rubinetto imbottigliata in plastica, e due tipi di pecorino: quello più stagionato ha il colore del miele, la pasta che si sbriciola e rivela decine di minuscoli vermetti. “Gli ingredienti devono essere tutti buoni, ma il capofamiglia è l’olio”, rivela orgogliosa quando le si chiede il segreto del suo sugo. Sulle pareti della saletta ristorante, a piano terra, la foto del matrimonio, più di sessant’anni prima. La sorella è in borghese, abito beige a fiorellini e calze bianche. Maria, in costume tradizionale del paese, ha il fazzoletto scuro in testa, l’abito rosso fregiato di decori d’oro e blu. I mariti portano camicie bianche e completi con la giacca. Nessuno sorride.

Si parte camminando sull’asfalto, qualche chilometro sulla provinciale dove le macchine corrono veloci verso il pranzo di capodanno. Sul ciglio della strada, del cadavere di un cane restano tracce da paleontologi. I fiori secchi dell’agave hanno sparso le loro spore nell’estate, gli spari rivelano che qualcuno va a caccia sull’argine di un torrente. Un cartello indica Plagemesu, si devia a sinistra per una strada più piccola, ogni pochi metri c’è un lampione, perfino una pista ciclabile, separata dalla carreggiata prima da un cordolo giallo, poi da una staccionata in legno. Sulla destra, minuscoli alberelli: è una vigna di Carignano del Sulcis, una delle poche varietà italiane a “piede franco”, con le radici affondate nel terreno senza bisogno di innesti. Si arriva alla spiaggia bianca dopo uno sterrato ombreggiato dai pini marittimi. Passeggiano coppie di tutte le età, le macchine parcheggiate davanti al ristorante chiuso, i cani che scorrazzano bagnandosi le zampe nell’acqua freddissima. Portovesme con gli impianti metallurgici è quindici chilometri a sud, i fumi degli alti camini rigati non si vedono più. A destra sulla montagna, invece, il rudere di una piccola ciminiera in mattoni, rossi come la terra battuta del sentiero, che comincia tra fiori lilla di rosmarino.

Oltre i faraglioni del Morto e dell’Angusteri, abitati solo da gabbiani, in lontananza la scogliera prende la forma di uno scivolo, una curva dolce e poi una risalita, come un trampolino da sport invernali che finisce nell’acqua argentata del mar di Sardegna anziché nel candido della neve. La macchia mediterranea scherza con il sentiero, i cespugli si inarcano formando brevi porticati d’ombra. D’un tratto cambiano la roccia e il terreno, la vegetazione finisce, il sentiero diventa un solco su una parete scoscesa di scisti e per alcune decine di metri bisogna sorreggersi a un cavo di metallo. Sotto, minuscole spiaggette accessibili solo in barca. Poi tubi e vecchi binari arrugginiti e curvati dal tempo, un piccolo tunnel da attraversare prima dell’incanto, dorato dal sole del tramonto, della laveria Lamarmora. Dell’impianto ottocentesco di lavorazione dei metalli, costruito su quattro livelli di terrazza a picco sul mare, ora non restano che pareti, arcate e uno dei camini, più la rotaia e i trecento gradini che salgono verso il paese di Nebida.

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A una curva del sentiero, da lontano, la frazione sembrava una piccola Topolinia di casette a schiera  dai colori pastello. Arrivati in paese, invece, gli intonaci rivelano tinte più ordinarie, bianco e giallo chiaro segnati da qualche graffito, grigio polvere per gli scheletri dei due palazzi che sarebbero dovuti diventare alberghi. Quello che si vedeva dal mare era il villaggio turistico di Massimiliano e della moglie Gabriella. Lui ex imprenditore edile riconvertito al turismo, lei troppo impegnata a lavorare per raccontare la propria storia. Massimiliano ha costruito il villaggio e ora sta in cucina, le gote rosse e tanta voglia di chiacchierare. Gabriella ha i capelli raccolti in una coda e pesanti occhiaie sul volto, la fatica del cenone di San Silvestro si fa ancora sentire. “Non abbiamo posto, ho già mandato a casa le cameriere”, era la sua prima risposta. Ma quando capisce che i nuovi arrivati viaggiano a piedi e ormai si è fatto buio, sospira e va personalmente a preparare la camera. Il marito intanto è già seduto a raccontare dei pesci migliori, quelli che ingrassano d’estate e sono più gustosi a settembre. Delle tonnare “rovinate dai pescherecci giapponesi, perché a dodici miglia sono già acque internazionali”. Della sua famiglia di minatori, “grandi lavoratori ma troppo pronti a lasciarsi abbindolare dalle promesse del sindacato”. Delle bufale del fotovoltaico, che “in realtà è una truffa di società private”. E delle miniere che andavano valorizzate subito, non lasciate andare in malora per vent’anni: “Dal ’92, quando le hanno chiuse, la gente si è portata via tutto”.

 Nebida – Cala Domestica (Acquaresi): seconda tappa

Massimiliano chiacchiera ancora la mattina a colazione. Si lamenta dei “falsi ambientalisti, con l’iPhone e le giacche a vento tecniche, che poi sono fatte coi derivati del petrolio”. Da quando ha deciso di costruire il villaggio turistico gli sono piovute addosso decine di critiche, sia dai compaesani – “molta gente è invidiosa di chiunque abbia un’idea nuova” – sia da gente di passaggio, come i turisti dei trekking organizzati, che sfilano a piedi accanto alle casette colorate e alla piscina, “lasciando dietro di sé cartacce e cicche di sigarette”. La pioggia forte fa ritardare la partenza, ma il cielo nuvoloso esalta il verde dei cespugli e degli olivi. Il rosso della terra battuta del sentiero appare ancora più saturo. Le scarpe scivolano, gli occhi si riempiono di un Mediterraneo ventoso e selvaggio, diversissimo da come appariva il giorno prima, sotto un tiepido sole di gennaio.

Dopo brevi tratti di strada asfaltata, ovili e canneti, minuscole spiaggette dove le barche riposano in attesa dell’estate, ecco Porto Flavia. Qui, le navi “accostavano” alla scogliera per caricare il minerale, grazie a una serie di gallerie sovrapposte scavate nella montagna, l’ultima delle quali usciva dalla parete rocciosa direttamente sul mare. L’ingegnoso sistema, inaugurato negli anni Venti e rimasto in funzione per qualche decennio, sbaragliò il lavoro degli scaricatori carlofortini, che fino a quel momento portavano a braccia pesantissimi cesti di vimini, avanti e indietro in equilibrio su passerelle di legno, per caricare le piccole barche a vela che salpavano dal molo di Buggerru verso i magazzini dell’Isola di San Pietro.

Il tempo peggiora di nuovo e viene il dubbio se lasciare il sentiero, arrivare per strada asfaltata all’agriturismo di Acquaresi, passare il pomeriggio a guardare la pioggia battere sui vetri delle finestre. Ma non è ancora ora di rinunciare, anche se da Porto Flavia alla vetta, proprio di fronte allo spettacolare scoglio del Pan di Zucchero, si sale verticali da zero a trecento metri, come fosse un ascensore, tra grosse pietre e fango rossastro che frana sotto gli scarponcini. Per un po’ il sentiero rimane in quota, affiancato qua e là da gallerie chiuse e  abbandonate. Il sole è sempre più basso e i pannelli piazzati di tanto in tanto confermano, ogni volta più ineluttabili, che arrivare alla meta stasera è impossibile. Un bivio, poco dopo la deviazione per Canal Grande, permette di uscire sulla statale, proprio al di là dell’arcobaleno che si è appena acceso tra pioggia e raggi di sole. Un pastore con la sua cagnolina zoppa e bianca dà le indicazioni giuste, l’autostop a un camper di turisti tedeschi allevia la fatica degli ultimi due chilometri di asfalto.

Poco dopo il bivio per Acquaresi, già sede di un’importante miniera, c’è l’agriturismo di Emanuele. Da qualche anno è riuscito a convincere suo zio che alla cura delle pecore si poteva aggiungere quella dei turisti. Fa trovare la camera calda mentre il cuoco prepara la cena: verdure alla griglia, pasta al sugo e carne di pecora, come è di pecora la ricotta, aromatizzata al limone, che diventa il ripieno di un delizioso raviolo fritto. Alcuni degli ospiti sono stranieri. Emanuele cerca di fare conversazione, alle parole che non conosce in inglese sostituisce sorrisi e gesti. “Ci ho provato a studiarlo, ma non mi entra proprio in testa!”, ammette, e confessa le sue difficoltà di imprenditore in una terra dove la cultura è ancora mineraria. “Molti giovani se ne vanno perché non c’è lavoro – racconta – eppure io faccio fatica a trovare dei ragazzi che abbiano voglia di fare i camerieri. Si potrebbero fare tante cose per agevolare i turisti – dice – per esempio organizzare un servizio di trasporto per Cala Domestica, tanto più che i prezzi dei traghetti sono quasi raddoppiati e anche le auto a noleggio costano care”. E che succederà, si chiede ancora Emanuele, “quando sarà finita anche l’ultima delle pensioni minerarie che ancora oggi campano intere famiglie?”.

Cala Domestica – Buggerru: terza tappa

Una striscia di sabbia fine incuneata tra le rocce, i cespugli verdi arrampicati tra le pietre della scogliera e gli schizzi di schiuma bianca delle onde. Cala Domestica non è sfuggita agli occhi di pubblicitari e produttori. Qui atterra, per salvare una preziosa anfora, l’idrovolante rosso dello spot di un celebre digestivo, qui ha girato un videoclip l’ex “883” Max Pezzali. A Buggerru ne vanno fieri, espongono i ritagli di giornale incorniciati alle pareti del bar.

Dalla spiaggetta si riparte sotto le nubi. La torre aragonese svetta solitaria e rotonda sulla scogliera verso sud. Il primo tratto di sentiero sono scogli acuminati spazzati dalle onde. Poi una brevissima galleria e una salita tra pietre, orchidee selvatiche e rosmarini fioriti, fino a una sorta di altopiano brullo. “Crescono poco alla volta, i ginepri, per questo restano piccoli. Però ce ne sono di centenari”, aveva detto Massimiliano due giorni prima, pieno d’amore per la propria terra. Ora, delle vecchie signore dai grandi rami attorcigliati, che profumavano l’aria con le proprie bacche, non restano che gli scheletri anneriti. Un incendio ha cambiato il volto della collina e cancellato i segni che indicavano il sentiero. Camminare sulla terra rossastra piena di pietre, senza una traccia battuta, è più faticoso. Solo le pecore ci trovano ancora qualcosa da brucare. Poco prima di Buggerru, una cava mezza crollata e il trenino della vecchia Galleria Henry, che a fine Ottocento mandò in pensione i muli addetti a trainare i vagoni carichi di galena.

Il paesino è in un imbuto sul mare, dall’alto potrebbe sembrare anche il Brasile o l’Albania, casette basse dall’intonaco colorato, un pullman ogni tre ore verso Fluminimaggiore o Iglesias. Lo si vede passare, puntualissimo, dall’alto, mentre il sentiero che scende in paese si è trasformato in una via crucis al contrario, ogni venti metri le stazioni segnate dai numeri romani decrescenti e da piccoli bassorilievi in metallo. All’ombra di un enorme ficus, un cartello rivendica il primato separatista di Buggerru, che nel Sessanta fu la prima frazione d’Italia a chiedere con un referendum di diventare comune indipendente. Nel piccolo bar, unico aperto nell’ora della siesta, quattro giocatori si sfidano a pinella. Il rimpianto dell’autobus dura poco: basta improvvisare un cartello bianco con la scritta “Iglesias” e compare Gino su una Punto bianca. Sul cruscotto posteriore c’è un caschetto di plastica rossa, con la scritta “Sardigna no es Italia” e la bandiera dei quattro mori.

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Iglesias: il ritorno

“Sto andando a funghi, ma vi lascio sulla provinciale, dove passa più gente”, spiega Gino, facendo segno di aprire la portiera. Poi comincia a raccontare decenni di manifestazioni, e il passaggio dura fino al capoluogo. “Quando arrivavamo in piazza vestiti da lavoro, coi caschi in testa e le lampade alla cintura, avevano paura anche i celerini, – ricorda”. Una vita di scioperi, proteste e politica. “Una volta ho toccato Berlinguer”, racconta Gino quasi commosso, mentre la Punto si arrampica e ridiscende tra le curve. Dal finestrino si intravedono scogliere e sentieri percorsi in tre giorni di cammino. A farlo a ritroso, in macchina, bastano meno di tre quarti d’ora. “Quasi quasi toccavo anche Fidel Castro! – riprende Gino: – Mi avevano invitato, i compagni, ma non ho fatto in tempo a ottenere il passaporto!”. È lui stesso una miniera di storie della sua terra. Come quella dei quattro mori: dal ’99, una legge regionale ha stabilito che le teste raffigurate sul vessillo ufficiale portino una benda sulla fronte, ma per Gino la bandiera autentica è un’altra. “La benda – dice – va sugli occhi: un gesto di pietà dei sardi verso i prigionieri saraceni, quando li giustiziavano”.

Più tardi, al bancone di un bar nel centro medievale di Iglesias, il filuferru scalda il torace e scioglie la lingua, e l’ex minatore finisce per confessarsi anarchico. Qualcuno racconta di come ha “dovuto licenziarsi e ricominciare a lavorare in nero, se no tutto quel che guadagnavo finiva in alimenti all’ex moglie”. Chissà cosa ne penserebbero i tre piemontesi seduti sotto le volte di pietra del ristorantino di pesce fresco. Dai discorsi, sembrano revisori dei conti, forse dell’unica miniera ancora aperta, a Carbonia. “Resta in funzione per motivi strategici, il carbone non si estrae più, ma è pronta a ripartire se Putin chiude i rubinetti del gas”, aveva chiarito Gino in macchina.

Paolo, venticinque anni, magro magro e con gli occhiali, è un informatico disoccupato. Basta telefonargli con un po’ di anticipo per farsi accompagnare sottoterra, col caschetto giallo in testa. È  uno dei volontari che tengono aperto il Museo di storia mineraria di Iglesias, una galleria nei sotterranei dell’istituto tecnico, che una volta veniva usata per insegnare ai ragazzi e durante la guerra servì da rifugio nei bombardamenti. Le foto d’epoca mostrano lotte e scioperi, da quelle di inizio secolo alla lunga occupazione dei pozzi del 1992. Altre cornici racchiudono le immagini di donne velate di bianco, pagate la metà degli uomini per fare le cernitrici: le mani che soppesano velocemente le pietre per distinguere i minerali dallo scarto, i bambini accanto a loro, perché non si sa a chi lasciarli, i più grandicelli che danno una mano perché la paga è a cottimo.

E ancora, la visita di Giovanni Paolo II (“è venuto il papa ma le miniere hanno chiuso lo stesso”, ironizzava Gino) e la grotta di Santa Barbara, “scoperta per caso da un minatore”, racconta Paolo, “che nel vedere le spettacolari stalattiti chiamò allarmato il suo capoturno: credeva di avere bucato il pavimento di una chiesa”. Il museo racconta anche della silicosi e dell’artrosi endemiche, la prima dovuta alle polveri, la seconda all’acqua, sparata dal martello pneumatico perché di polveri se ne sollevassero di meno. La ricchezza e la prosperità del tempo minerario, almeno a parole, tutti la rimpiangono. La povertà di oggi la raccontano i tanti sorrisi dai denti rovinati e non curati, la facciata del Duomo di Iglesias coperta dai pannelli di una ristrutturazione mai finita. La speranza è rinascere dal turismo, “ma senza coprirci di cemento come la Costa Smeralda”, precisa Paolo, mentre serve la crostata di arance amare della moglie ai tavolini del bar, senza smettere di chiacchierare.

Informazioni sul viaggio: Molte agenzie locali accompagnano i turisti in tutto o parte dell’itinerario a piedi qui percorso, spesso con pullmini al seguito per trasportare gli zaini. Chi vuole camminare in autonomia può fare riferimento all’articolo di Gian Luca Boetti Trekking sul mare disponibile on line o rivolgersi all’ufficio del turismo del Comune di Fluminimaggiore (CI) per ottenere una cartina dettagliata. Ciascuna delle tappe descritte in questo articolo si percorre in circa cinque ore di cammino. A eccezione di Cala domestica, dove bisogna organizzarsi per dormire in tenda oppure spostarsi con autostop o passaggi, tutti gli altri paesi sono collegati dai mezzi pubblici, non frequentissimi ma puntuali (informazioni sul sito arst.sardegna.it). Molti impianti minerari (Galleria Henry, Porto Flavia, Museo di storia mineraria di Iglesias) aprono su appuntamento (informazioni sul sito igeaspa.it nella sezione Visite guidate). In questo itinerario si è pernottato a Gonnesa all’albergo Frau, a Nebida al villaggio Tanca Piras, ad Acquaresi all’agriturismo Sa Rocca.



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