Stupirsi a Teheran

Il racconto di un’antropologa italiana che vive da anni nella capitale iraniana, un entusiasmo popolare che pareva smarrito per sempre dopo il bagno di sangue delle elezioni del 2009. Il futuro resta un’incognita, ma almeno si apre una fase di potenziale cambiamento

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/06/1011723_10151970663739115_31057545_n.jpg[/author_image] [author_info]di Tiziana Ciavardini, da Teheran. Vive attualmente in Iran. E’ antropologa culturale e giornalista. Ha trascorso gli ultimi vent’anni nel Sud Est Asiatico, Estremo e Medio Oriente. Laureata presso La Sapienza, dal 2002 è stata ricercatrice presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università Cinese di Hong Kong (CUHK). È Presidente dell’Associazione Ancis Anthropology Forum, Centro Internazionale di Studi, con sede a Roma. Negli ultimi dieci anni si é interessata alle cerimonie rituali iraniane e alla cultura persiana. Ha collaborato con il centro Dialogue Among Civilizations (dialogo tra le civiltà) promosso dell’ex presidente iraniano Khathami. Ha organizzato convegni presso il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati di Roma con incontri dedicati al pluralismo religioso. Ha partecipato a molteplici congressi nazionali e internazionali sul dialogo interreligioso e interculturale; è autrice di articoli divulgativi volti alla conoscenza delle culture e delle religioni. [/author_info] [/author]

Semplificare in poche parole l’entusiasmo e le emozioni di questi giorni in Iran è davvero difficile. Personalmente, già qualche giorno prima, avevo intuito che Hassan Rohani avrebbe vinto. Prima delle elezioni ero stata al bazar di Tajrish, un luogo abbastanza conosciuto nella zona nord di Tehran. Ogni negoziante aveva affisso sulla propria vetrina o sul banchetto di frutta o a terra vicino alle cose da vendere, la foto del candidato preferito, quello che invitavano a votare. La foto in bianco e nero di Hassan Rohani campeggiava ovunque. La sera prima delle elezioni ero uscita a cena con amici iraniani e le sensazioni erano ancora indefinibili: da una parte si percepiva che una parte della popolazione non sarebbe andata a votare, considerati i precedenti; dall’altra, invece, era palpabile il presentimento che qualcosa sarebbe cambiato e, di fatto, così é stato – sebbene è ancora presto per capire cosa sia cambiato.

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La campagna elettorale a Tehran é stata ‘bizzarra’: fino a qualche settimana prima, l’Iran non sembrava neppure un paese al voto se non per i dibattiti in televisione e l’arrivo dei giornalisti da tutto il mondo, poi qualche giorno prima delle elezioni abbiamo visto affiggere manifesti elettorali e le foto dei candidati – Rohani, Velajati, Jalili – sui tronchi degli alberi, sui portabagagli delle automobili, sulle betoniere, sui motorini e anche sui camion della spazzatura e orde di ragazzi che distribuivano volantini a tutti i passanti, compresi gli stranieri. Sul telefono di una mia amica iraniana arrivavano di continuo messaggi da parte di amici e di associazioni che la invitavano a recarsi a votare la mattina seguente. Ho saputo di persone che durante la giornata delle elezioni avevano deciso di non andare ma alla fine il desiderio di cambiamento ha prevalso. Il giorno delle elezioni, venerdì 14 giugno, a Tehran si respirava un’aria surreale, i seggi affollati e nello stesso tempo una calma piatta in città: si avvertiva qualcosa d’impalpabile. Il giorno dello scrutinio ho assistito in diretta televisiva al conteggio dei voti e mentre passavano le ore la vittoria di Rohani si palesava sempre più. Qualche giorno prima in un’intervista avevo affermato che, probabilmente, si sarebbe arrivati al ballottaggio tra Rohani e Velajati: e d’altronde, questa era la previsione degli ‘esperti di strategia politica iraniana’.

Cosí non é stato e devo dire che l’Iran è riuscito davvero a stupirmi. Alla proclamazione della vittoria del nuovo presidente, dalla mia casa nella zona nord di Tehran, abbiamo iniziato a sentire i clacson delle macchine suonare nel caos del traffico cittadino e, in seguito, abbiamo visto numerosi fuochi d’artificio illuminare il cielo. Un entusiasmo mai visto, una città letteralmente impazzita. Un frastuono assordante da non riuscire nemmeno a udire le nostre stesse voci. Tutti esultavano sulle principali vie di scorrimento – Lavasani, Niavaran, Kamranieh – portando in trionfo le foto di Rohani, in un delirio collettivo. È stata un’emozione intensa: difficile descrivere con le parole gli stati d’animo della gente; la commozione ha pervaso anche me, che dell’Iran sono solo un ospite.

Il tramonto di Ahmadinejad

Sentimenti di rassegnazione, rinuncia e sottomissione avevano segnato un popolo inerme. I giovani avevano perso la speranza: un manto grigio e un’angoscia di vivere percettibili in ogni situazione facevano dell’Iran un paese affranto. L’immagine stessa di Ahmadinejad, icona di un uomo eletto a Presidente contro il volere popolare, aveva marchiato l’Iran sia internamente sia sul piano internazionale. Del resto, la figura di Ahmadinejad rimarrà sempre associata al volto di Neda Soltan, la ragazza uccisa durante le manifestazioni di protesta organizzate dall’Onda Verde e la sua era sarà ricordata come un periodo assai funesto, un intervallo nel quale l’Iran é caduto in una profonda crisi economica e politica.

Almeno inizialmente, Ahmadinejad aveva goduto del sostegno di una parte della popolazione, ma è ancora troppo presto per capire se ora lo abbia perduto. Sono passati pochi giorni e ancora non sappiamo cosa, ed eventualmente come, cambierà in Iran. Personalmente ritengo che occorra tempo, ma non è agevole quantificarlo. Parlando con un ragazzo il giorno dopo la vittoria di Rohani, e contagiata dall’entusiasmo collettivo, gli ho chiesto cosa pensasse di questa vittoria. Lui con un sorriso vagamente sarcastico mi ha risposto: “Non credevo in queste elezioni e non volevo votare, ci sono andato perché i miei amici hanno insisto. Ho votato Rohani perché tra i sei candidati finali era il male minore, ma non illuderti – mi ha detto – ‘They only change the face’. E’ cambiata la faccia ma il resto rimane lo stesso. Finché non cambierà il regime in questo paese nulla cambierà.” Parole che fanno riflettere e che mostrano in che situazione d’impotenza e di disillusione era sprofondata la società iraniana. Forse muteranno le modalità di dialogo con la Comunità internazionale, ma questo non vuol dire che muterà la sostanza.

D’altra parte, l’Iran é uno Stato teocratico e al vertice c’é la Guida Suprema, l’Ayatollah Kamenei. Il fatto che Khamenei abbia dato immediatamente la sua approvazione all’elezione di Rohani costituisce motivo di attenta analisi. Probabilmente, l’evento ha posto le basi per una rinascita positiva del modus vivendi: che, di certo, non é poco. Tuttavia, bisognerà attendere altri sviluppi. Ad appena una settimana dagli esiti elettorali, l’immediato merito di Rohani é sicuramente quello di aver riportato la ‘speranza’, fornendo al popolo una ‘nuova chance’, la possibilità di tornare a sognare. Peraltro, è possibile che le alte cariche della Repubblica islamica, quali – ad esempio – il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, facciano leva proprio su questo sentimento, sull’illusione di un cambio di rotta, di un’apertura all’Occidente, con l’ausilio di una figura rassicurante come Rohani, sostenuta per di più da personalità ancora molto amate in Iran come Rafsanjani e Khatami. Se l’intento era di restituire alla popolazione una sorta di ottimismo, per agire poi arbitrariamente, si può affermare che finora l’operazione sia riuscita.

Rispetto alle divisioni tra i conservatori, Hassan Rohani ha vinto perché é stato appoggiato da due elementi fondamentali della politica iraniana: Rafsanjani e Kathami. Semmai, dovremmo chiederci cosa sarebbe accaduto senza il loro aiuto. Di fatto, la svolta si è avuta con il ritiro del riformatore M.Reza Aref, atto proposto proprio da Khatami, considerando che moltissimi iraniani, appartenenti alla classe media, lo avrebbero votato, come avrebbero votato Rafsanjani, se questi non si fosse a sua volta ritirato. Ho vissuto in Iran durante il mandato del presidente Khatami e ho potuto apprezzare il suo intento innovativo volto, fra l’altro, all’instaurazione di un dialogo costante con l’Occidente. In quest’ottica, Khatami aveva ideato e creato il ‘Centro per il Dialogo tra le Culture’ (Culture Among Civilizations) sostenendo come la cultura, la morale, e l’arte dovessero prevalere – nelle relazioni – sulla politica. Mi auguro che il nuovo Presidente riprenda in considerazione questo progetto che – in seguito – è stato accantonato da Ahmadinejad.

E’ necessario un nuovo approccio, anche da parte nostra. L’Iran é un paese da vivere. Come antropologa ho sempre biasimato quanti azzardano valutazioni su un paese dove non hanno mai messo piede. La mia esperienza – ormai quasi decennale – nella Repubblica islamica mi fornisce una visione della società contemporanea iraniana spesso in contrasto con le notizie che i mass media occidentali divulgano. Ancora oggi, non è raro imbattersi in prospettive etnocentriche e tale atteggiamento di avversione e di paura patologica nei confronti dell’Iran ha creato una sorta di IRANOFOBIA per cui quando si parla di Iran di solito se ne parla con evidenti prerogative negative. L’Iran ha 2000 anni di storia ed ha le potenzialità per diventare una delle massime potenze mondiali, ma spesso è osservato con lenti pregiudiziali, sia da un punto di vista socio-politico, sia da un punto di vista squisitamente culturale.

La crisi economica

La crisi economica che l’Iran sta attraversando è legata principalmente alle pesanti sanzioni internazionali imposte dall’Occidente nel tentativo di frenare il programma nucleare, condotto dal Paese. Tutto questo si è tradotto in un aumento spaventoso del tasso di disoccupazione, in un’inflazione superiore al 30 % e in un deprezzamento della moneta nazionale (Rial) del 70%. Ad esempio, con l’arrivo delle sanzioni i medicinali stranieri non sono più reperibili in Iran. Di conseguenza, la popolazione e gli stranieri che vi risiedono, possono avere accesso solo ai farmaci locali che spesso hanno dei dosaggi diversi da quelli europei e la maggior parte delle volte non si riesce a trovare nemmeno lo stesso principio attivo. Poche settimane fa, come riporta la ‘Fars Agency News’, il Ministro della Salute Iraniano Mohammad Hassan Tariqat si era scagliato contro gli Stati occidentali per i loro embarghi ‘disumani e discriminatori’, relativi al mancato approvvigionamento  di prodotti farmaceutici e delle attrezzature mediche destinate agli ospedali. In quest’ottica, è auspicabile che il nuovo Presidente della Repubblica islamica iraniana getti le basi per un dialogo costruttivo con l’Occidente.

Tutti attendono il sospirato ‘cambiamento’, ma – al contempo – tutti temono che il ‘cambiamento’ sia solo parziale, ammesso che ‘cambiamento’ vi sia. Quel che in questo momento interessa di più al popolo è capire come Rohani riuscirà a sollevare il paese dalla crisi economica. Solo un ingenuo può pensare che il nuovo Presidente veleggi verso un’idea di democrazia. La capacità repressiva del regime è ancora molto forte e ciò significa che il Leader Supremo continuerà a essere il vero capo dell’Esecutivo e che, pertanto, Rohani sarà una pedina da muovere sulla scacchiera interna ed esterna, come – in parte – si è verificato con lo stesso Ahmadinejad. Il fatto però che Rohani faccia parte dell’apparato religioso farebbe pensare a un accostamento con la Guida Suprema, situazione che lascia spazio a qualsiasi interpretazione, per adesso almeno.

Mi piacerebbe conoscere al più presto il programma del nuovo Presidente. Vorrei sapere se a parte le sanzioni, il dialogo con l’Occidente sul nucleare e la crisi economica da affrontare urgentemente, vi sia nel suo programma qualche proposta riguardante i diritti umani, il ruolo della donna, la libertà di stampa. Vorrei tanto chiedere al Presidente se con il prossimo anno qualcosa cambierà nelle Università iraniane o, se come adesso accade, le donne saranno completamente escluse da ben quattordici programmi accademici, tra i quali le scienze, la matematica e le materie umanistiche. Vorrei sapere se ci saranno novità concernenti l’istruzione, visto che secondo il ‘Rapporto sul Diritto all’educazione’ sono oltre 1000, negli 8 anni di amministrazione Ahmadinejad (2005-2013), gli studenti che sono stati sospesi, segnalati o espulsi dalle università del paese in ragione della loro attività politica, della loro appartenenza a organizzazioni studentesche non islamiche, o semplicemente della loro fede religiosa. Vorrei sapere come intende prendere in considerazione la questione della pena di morte in Iran, le discriminazioni nei confronti dei Bahai, il sistema penale e processuale connotato da un’evidente rigidità. In verità, le risposte sembrano abbastanza prevedibili, ma – come i giovani e il popolo – mi piace nutrire l’utopia di una profonda trasformazione. Solo il tempo ci dirà se la meravigliosa atmosfera che si vive oggi in Iran darà i frutti sperati. Vada come vada é stato bello anche solo averci creduto. 



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