Genova G8: dove ci siamo persi

Il minidisk acceso. Stanno montando una rete metallica che chiude un tabaccaio, quello di fronte a Palazzo Ducale, zona rossa. Questione di centimetri. Registro in maniera metodica. Toc toc-toc, toc.

di Angelo Miotto

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È da stamattina che picchiano come fabbri, anzi sono i fabbri che picchiano mentre i carabinieri guardano quella rete a maglie strette e taglienti che viene su. Ha una feritoia, nei giorni seguenti sarà il passaggio per decine e decine di pacchetti di sigarette che vanno verso fuori, i soldi che entrano, di resti che tornano dall’altra parte del muro.
In fondo alla salita di San Lorenzo è la stessa scena. I perni di sicurezza della rete metallica entrano dentro i muri. Invadenti, invasivi, come questo castello dalle alte mura grigio acciaio che chiude, che soffoca, che ferisce la città.
Torno a Palazzo Ducale, poi esco su piazza De Ferraris, c’è un operaio che sta pulendo un cubetto di porfido alla volta, il sole picchia, l’uomo suda e procede in ginocchio, accovacciato a volte, un arco di cubetti alla volta. Registro: ma scusi, cosa fa? Pulisco, dice. Perché da lì passeranno gli otto potenti della Terra. O gli otto grandi maiali, come sfileranno in enormi maschere di gommapiuma solo un paio di giorni dopo per le strade calde e affollate di Genova.

Fuori dalla zona rossa, verso Punta Vagno, sbocciano i tendoni per le riunioni e i workshop del Genoa Social Forum. C’è grande vivacità, c’è interesse, orecchie attente ad ascoltare i relatori che vengono da tutto il mondo e che anticipano temi che saranno cardine nei dieci anni successivi in una profezia di sventura avverata, appello inascoltato che urla di combatterla con un incrocio benefico di esperienze, di saperi.
Non si poteva immaginare che tutto quello sarebbe stato spazzato via dal rosso sangue, le botte, la violenza, la tortura.

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Dodici anni dopo, una moglie, due figlie, una casa e un mutuo, due lavori cambiati, un licenziamento subito, lutti che hanno attraversato le schiere degli amici, dei parenti. Sembra una vita fa. Ma la forza dell’attimo presente che prevale è solo una sensazione, perché quel che è stato, e non scompare, è un chiodo piantato dentro al cranio, è un’idea che solo a fermarsi e chiudere gli occhi torna dentro le palpebre in tutta la sua definita lucidità.

Il furgone della nettezza urbana in questa mattinata milanese scaricava i bidoni del vetro. Eppure a me ritorna solo il suono degli scontri.
Il suono degli scontri sono urla, improperi e bestemmie, scarpe sul selciato, spari di lacrimogeni, sibilo del fumo che ne fuoriesce, rumore di vetri rotti, di macerie colpite, di pali divelti.
Il camion se ne va, sparisce Genova 2001, ma è pronta a ritornare nelle pale di un elicottero sulla mia testa e il dito medio che in un istinto pavloviano torna a ergersi solitario nel mio pugno pronto a farsi riconoscere dalle telecamere montate su nel cielo.

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Il silenzio della fine della giornata, la camicia cartazucchero, maniche rimboccate, il giubbotto multitasking, i taccuini che escono, l’ultimo foglio cartonato pieno di numeri di cellulare degli altri 26 inviati di Popolare network, i numeri degli sbirri, i miei contati in Questura, gli stessi cui andrò a chiedere notizie di amici scomparsi nei giorni seguenti, per ritrovarli nelle celle delle prigioni di Alessandria o di altre città del Nord. Tutto si proietta sul buio dentro le mie palpebre.

A Genova ci siamo andati cinque giorni prima, per montare gli studi, per camminare tutto il giorno a caccia di notizie, di un particolare, a origliare i discorsi dei poliziotti in borghese dentro i bar. Ridevano, dentro una bettola di fronte alla sopraelevata, raccontandosi le prodezze della sera prima a puttane, le stesse cacciate a forza dentro casa per non turbare il decoro pubblico della provinciale Italia del Presidente, paradossi della storia.

Gli allarmi bomba, i pacchi esplosi, le dita che volano via, la psicosi, le rivendicazioni, il clima che viene preparato pian pianino, le polemiche, i disobbedienti, Casarini, Agnoletto che cerca insieme ai rappresentanti e portavoce del global forum di trovare un canale diretto con chi gestirà la piazza, in divisa, in giacca e cravatta, nelle segrete stanze.

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Un pomeriggio, era mercoledì, prima delle grandi manifestazioni: quella dei migranti era prevista giovedì 19, piazze tematiche venerdì 20, tutta la redazione al completo in una stanza di Sampierdarena. I violenti, la violenza, il grande tema del dissenso non pacifico, non pacifista. È giusto. È sbagliato. È funzionale. È politica, in fondo. Provocatori. Casseurs.
Due, tre ore di partecipata discussione, in attesa di dividerci, le mappe e i percorsi, le zone di appartenenza per i tratti da coprire, i palinsesti variabili, i responsabili dei pezzi per il gr, i contatti da sentire ai campeggi, i contatti da sentire in Questura, i funzionari da sentire a Roma, la programmazione dalla sede milanese, gli incastri, le ultime raccomandazioni del bravo direttore: una sberla è una sberla, uno spintone è uno spintone, niente enfasi, mantenere la calma, raccontare quello che si vede, ascoltare sempre la radio in cuffia, il segnale ripetuto per le strade della lanterna. Pochi avremmo immaginato che saremmo diventati una mappa di geolocalizzazione ante litteram per spostare masse di persone lontano dai manganelli, dai gas, dal sangue.

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Il giovedì festoso. Il venerdì a lutto di Alimonda, la notte a bordo di una Tempra a vegliare, controllare, poi nella Zona rossa per sentire i cori infami “Uno di meno” delle divise a fine giornata che passeggiano per la Genova sequestrata, mentre lo raccontiamo in diretta con Roberto alla luce di un lampione vicino alla basilica, l’ombra che si allunga e si sfoglia in quattro sotto le lampadine, la rabbia che ti assale e ti chiude la gola, la paura di trovarti solo mentre passa il drappello urlante, la ripiegata verso la casa dentro il territorio ostile, mentre Roberto va a bersi due drink al bar e incontra uomini della sicurezza nord americana che lasciano andare la lingua sciolta da qualche bicchiere di troppo e si vantano di profezie avverate nel sangue solo poche ore prima.

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Il sabato con l’adrenalina, i Ds stanno a casa, la Cgil non si vede, solo la Fiom è in piazza.
I caschi, gli uomini neri disseminati sui cortei che si fanno gesti strani, ancora i fumi, ancora botte, ancora fiamme, fuoco, minuti di collegamenti, batterie da cambiare al cellulare, trovare case, ricaricare, ringraziare, uscire con tre mele, le uniche tre mele mangiate in due giorni, i tre torsoli lanciati rabbiosamente, perché altro non si poteva, non in servizio.

La camicia non cambia, non c’è tempo, è un ritmo animale di sveglie all’alba, di corsa, di punti di fuga, di collegamenti e ritorno alla base, di consegne, riversamenti e montaggi, per arrivare a casa e buttarsi nel letto in un sonno senza sogni, troppo veloce, buio, rapido e la sveglia già che suona nei timpani, i ponfi per dilatare i bronchi malmessi e troppo occupati a respirare gas fuorilegge.

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È sabato. È tutto finito. I treni partono, ma abbiamo raccontato dei blindati che si mettono a quadrilatero e pescano le persone:  dove le portano?
Una squadra rimane di turno, gli altri a mangiare una pizza, in un ristorante non lontano dal mare. Lorenzo esce per dettare il pezzo, l’ha scritto fra un boccone e l’altro. Solo allora trova cinque chiamate perse, i telefoni là sotto non prendevano, Silvia chiamava come una forsennata.
Chi vi sta assaltando? Chiedeva Cecilia da Milano. La polizia.
Era la notte della Diaz.
Venti persone che si alzano di colpo, consegne veloci, motorini, a piedi, di corsa, scalini, in un automatismo quasi militare, quasi inconscio, crisi di nervi c’è chi non ce la fa, ha paura, si ferma. La Diaz e Piero che accompagna le barelle e intanto massacra il vice questore di domande e quello balbetta, non sa, non risponde e la catena di comando è subito chiara a tutti e punta in alto. Le prime foto di quella chiazza di sangue sulle scale, i volti di chi esce dalla stanza della Diaz. Tutto ricomincia: la Tempra e le ronde ai punti ritrovo sul lungomare, monitorare i campeggi, i serpentoni di manifestanti che abbandonano i luoghi ritenuti sicuri e che vagano per la città, la paura, le sirene diventano nemiche, i diritti non esistono, le garanzie un ricordo. Il titolo del direttore: Stato di polizia. Le frasi più gettonate: macelleria messicana, polizia cilena, aumentano i numeri degli scomparsi, arriveranno i racconti dagli ospedali, che porteranno piano piano alle torture di Bolzaneto, alle detenzioni arbitrarie, alle confessioni estorte, alle violenze psicologiche alle donne violentate nella loro dignità, nei loro corpi.

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Mi sveglia il telefono, di colpo, non capisco nulla, solo una voce che mi dice Questura e conferenza stampa. Un comunicato e niente domande. Non si possono fare domande, insorge la stampa internazionale, poi quella italiana, il banchetto preparato ad arte è scandaloso, felpe presentate come mitra e assorbenti e pile, bandiere e zaini come bombe a mano, E picconi e badili del cantiere della scuola, come se fossero armi trasportate in gran segreto. Una farsa, squallida, odiosa. Risentimento. Rabbia.

Psicosi, tecniche di contropedinamento, grossi scooter con uomini nerboruti, tutti con il marsupio a tracolla, dentro c’è il cannone, si respira aria di controllo.
Mia madre chiede sempre se va bene. Da sei giorni. Va sempre bene, dico.
Il direttore: ‘bravo, che tono calmo negli scontri’. Sorrido e penso a mia madre attaccata alle casse della radio a Milano.
Come glielo racconterò che sono scappato a bordo di una autoambulanza, che dio li benedica, mentre venti poliziotti avanzavano per le strade diroccate e offese di Genova battendo i manganelli sugli scudi? Tirami su, ho detto al guidatore, che aveva paura. Hanno aperto il portellone, mi son buttato dentro e nascosto. Li hanno fermati. Siamo vuoti, hanno detto, grazie due volte, li han fatti proseguire con un colpo di manganello sulla carrozzeria, come si frusta un cavallo. Grazie scendo qui, ho detto dopo cinquecento metri, fra le macerie. Non so  i loro nomi.

Ci crederà mio padre, un monumento ai diritti e al rispetto delle leggi, quando gli racconterò della mia paura per le divise, della rabbia dell’astio, dell’odio, anche dell’odio che non mi è mai piaciuto provare, dopo tutto quello che abbiamo visto e raccontato?

RIOT POLICE FORM A SOLID WALL AS THEY TRY TO DISPERSE PROTESTERS DURING RIOTING IN GENOA

Dodici anni si perdono veloci, ma quel chiodo è piantato nel nostro cranio.
Dieci anni di ritorni a Genova, dieci anni di denuncia, di evocazione di quanta politica si sia persa per il sangue e la violenza di stato. Dieci anni possono bastare, mi dicevo chiudendo una manifestazione di popolo nel 2011 a Caricamento, mentre Breivik insanguinava, in quelle ore, le spiagge di Utoya.
Ma non basta. La verità è più semplice dei pensieri che si aggrovigliano nel caldo di luglio, troppe sigarette, qualche reducismo, tanta tristezza.
Non basta e la verità è che lo sai tu come lo sanno tutti quello che lo hanno anche rimosso, quel chiodo, o che pensano di esserci riusciti.
Hanno solo spostato un pensiero in una stanza senza finestre, ma è ancora lì e abita silenzioso.
E ogni anniversario che cade mi tornano i miei 32 anni, l’agilità della fuga dai gas, il calepino che cade e gli occhiali scivolati al suolo per il sudore che cola sul naso e io che corro perché ho paura perché là stanno arrivando di corsa e sono brutti e hanno facce deformate dai caschi dal caldo, dalla fatica di tutti quei chili addosso, dalla svegli all’alba e il sole che hanno fatto prendere loro per tutto il giorno e chissà che altro.
Fermati, penso. Torna indietro, calmo e lucido, dove vai senza occhiali? Cosa racconti? E i numeri li perdi tutti così? Dietrofront, prendi tutto, ti abbassi, ti volti e riprendi a correre più forte, la mano sulla tasca del minidisk, che non cada perdio, è oro colato quello che sta registrando.

Mi tornano i miei 32 anni e le dirette dalle città di Italia indignate. I corpi nelle piazze. I corpi, nelle piazze. Carne e ossa, fasci di vene e di arterie.
Il silenzio, il minuto di silenzio in piazza del Duomo per Carlo, e lo senti in cuffia il respiro della moltitudine silenziosa, che respira prima di sciogliersi in applauso e in roco grido: assassini.

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Dove ci siamo persi, mi sono domandato per anni, per tanti anni.
Forse non oggi, ma la domanda cui dovremo rispondere se saremo capasci di raccontare tutto a chi oggi è un ragazzo è: dove ci ritroviamo.

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