Mr. Simpson e il Mont Ventoux

Il Tour de france torna sulla cima dove perse la vita, nel 1967, il corridore britannico, simbolo dell’irruzione del doping nel mondo dello sport

di Christian Elia

Un uomo, una bicicletta, una montagna. Si potrebbe sintetizzare così, in una imperfetta trilogia, lo spirito divino che risiede nel ciclismo. Lo sport della fatica per eccellenza.

Ci sono montagne che il ciclismo ha eternato nel mito, in un gioco di specchi, nel quale è impossibile dire con certezze se è la cima ad aver reso epico lo sport o viceversa. Di queste cime un posto d’onore, di sicuro, spetta al Mont Ventoux, Provenza, Francia. Tappa storica del Tour de France.

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Anche nell’ultima edizione si è scalata questa vetta, il 14 luglio scorso. Ha vinto il leader della gara, Chris Froome, britannico nato in Kenya. Un altro britannico prima di lui, però, ha reso immortale il nome di questa cima. Tom Simpson, si chiamava.

Alto, magro. Volto scavato, naso importante. Aveva l’aspetto di un attore di teatro, una vaga somiglianza con il giovane Anthony Hopkins, al cui sguardo allucinato opponeva un sorriso scanzonato. Un po’ dandy, un po’ cadetto di Oxford. Pazzo per la bici, inizia a correre presto, con ottimi risultati.

Classe 1937, dopo una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Montreal nel 1956 (inseguimento a squadre) diventa professionista nel 1959. Uomo da corse in linea, ne vince di importanti: Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Giro di Lombardia. Sono gli eroi da corse di un giorno, grandi campioni, che però finiscono sempre oscurati dal fascino delle grandi corse a tappe, soprattutto dal mito degli scalatori, gli uomini capaci di piegare le montagne.

 

GUARDA IL DOCUMENTARIO ”THE STORY OF TOM SIMPSON”, DELLA BBC, SU YOUTUBE

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Guardi le foto di Simpson e non lo immagini a buttar sangue per i tornanti, o rischiare il collo in discesa. Ha l’aria da uomo di mondo, più a suo agio nei party e nelle sale da thè. In un giorno, però, era dannatamente bravo. Fino al punto che ne 1965, a Lasarte (in Spagna) vince il titolo mondiale.

Neanche trenta anni, un ottimo palmares, un buon contratto. Poi ha incontrato il Mont Ventoux. Il Tour de France, per uno così, può essere un calvario. Giorni e giorni a macinare chilometri, magari per vincere una tappa, magari per sostenere l’uomo di punta della squadra. Simpson, il 13 luglio 1967, è stanco. Ma siamo agli albori dello sport come business, Simpson deve partire lo stesso, cosa direbbero sennò sponsor, tv, direttori commerciali?

Una giornata eccezionalmente calda, eppur bisogna andar. Quando la strada inizia a salire, Simpson andò in crisi una prima volta. E si fermò. A quel punto tutto diventa buio, in una zona d’ombra nella quale non è chiaro se lui volle proseguire, o se venne comunque spinto a farlo. Due minuti, immagini strazianti, Simpson sbanda, si piega, qualcuno corre per sostenerlo, ma cade per terra.

Il giornalista sportivo Auro Bulbarelli, in un documentario, racconta che Simpson continuò a pedalare nonostante fosse per terra. Dopo pochi minuti ebbe un collasso cardiaco e tutti i tentativi di rianimarlo furono inutili.

 LE IMMAGINI DELL’EPOCA

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Morì così, sul monte calvo, un caldo giorno di luglio. L’autopsia parlò di un mix letale tra anfetamine e temperature. Simpson diventò, suo malgrado, un’icona. L’immagine dello sportivo che, ormai, si muoveva in un sistema più grande di lui, del quale era allo stesso tempo soggetto e oggetto. Se aumentano i ricavi e la celebrità, diminuisce la soglia di decenza e rispetto, il livello di importanza dell’aspetto umano del corridor rispetto a quello sportivo. Per sempre il Mont Ventoux e Simpson sono legati in un tango doloroso: l’uomo che sfida se stesso e la natura, con mezzi che diventano illeciti solo per coloro che fanno finta di non vedere quello che si chiede a questi atleti.



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