Il tunnel di Sarajevo

Monumento alla forza dello spirito umano o luogo di torture? Viaggio nella storia del tunnel di Sarajevo, 700 metri che, durante la guerra, rappresentavano la differenza tra la vita e la morte

di Azra Nuhefendic, tratto da Osservatorio Balcani Caucaso

Secondo alcuni è un monumento alla forza dello spirito umano, altri pensano che fosse un luogo di torture. Viaggio nella storia del tunnel di Sarajevo, 700 metri di percorso sotterraneo che, per gli abitanti della capitale bosniaca, rappresentavano la differenza tra la vita e la morte

È un clandestino vero e proprio. Esiste, lo sappiamo tutti, anche se negli elenchi telefonici, nei libri ufficiali, nei discorsi pubblici non si menziona. Le indicazioni stradali per trovarlo non ci sono. Eppure è conosciutissimo. Riceve tantissime visite, lo cercano, lo trovano, lo guardano, lo ammirano. È “il tunnel di Sarajevo”, esiste, ma ufficialmente è come se non ci fosse.

Per la gente di Sarajevo “il tunnel” è il simbolo del coraggio e della sopravvivenza. Per i serbi della Bosnia Erzegovina è un luogo dove i serbi venivano uccisi e torturati.

L’altro giorno un piccolo gruppo di ammiratori e di affezionati che non hanno dimenticato ciò che il tunnel di Sarajevo significava durante la guerra, si sono riuniti per celebrare i diciotto anni della sua nascita. È stata una cerimonia piuttosto modesta, molto al di sotto della fama e dell’importanza storica che ha oggi il tunnel di Sarajevo.

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La salvezza sotto l’aeroporto

Il 30 luglio 1993, alle 20.40, le mani di due persone che scavavano sottoterra, uno nella direzione del centro città e l’altra del sobborgo di Hrasnica, si toccarono sotto la pista dell’aeroporto di Sarajevo. Un breve abbraccio e poi, in fretta, vennero messi in sicurezza gli ultimi metri delle pareti e fu rafforzato il soffitto di quel buco che è stato poi conosciuto e ricordato come “il tunnel di Sarajevo”, oppure “il tunnel della guerra”, o “il tunnel della salvezza”. In quel momento la Sarajevo assediata apriva l’unica linea sicura con il resto del mondo. La stessa notte, per il tunnel, furono trasportate dodici tonnellate di roba varia in città, e una brigata di soldati, in direzione opposta, l’aveva attraversato per soccorrere le unità che combattevano sul monte Igman, dove era in corso una grossa offensiva.

È esagerato chiamarlo tunnel, in pratica è un incavo lungo 760 metri, largo un metro e venti, alto un metro e mezzo, e solo in alcuni punti un metro e ottanta. Dal marzo al luglio 1993 più di duecento persone, in assoluta segretezza e in condizioni da medioevo, l’avevano scavato con le mani, pale e picconi, a lume di lanterna. Il tunnel veniva costruito a soli 50 metri dalla linea del fronte, sotto il naso delle forze internazionali, che avrebbero impedito la sua costruzione se l’avessero saputo e, naturalmente, era un segreto per i nemici. Collegava le due parti libere della città, Dobrinja e Butmir. Per questo il suo nome in codice era D-B. La gente rideva di questa sigla, perché era la stessa dei servizi segreti della ex Jugoslavia.

Sarajevo, 1993

Per capire meglio l’importanza del tunnel in quel periodo, bisogna ricordare Sarajevo nell’inverno 1993: sigillata dai nazionalisti serbi che la tenevano sotto un assedio medievale con 600 pezzi d’artiglieria posizionati sui monti circostanti, senza luce, senza acqua corrente, senza gas, nelle case si congelava dal freddo, i telefoni non funzionavano; trecentomila abitanti di una città moderna erano sottoposti alla fame, ai bombardamenti, agli spari dei cecchini. Da là volevano scappare, se non tutti, la maggior parte di sicuro. Si fuggiva dalla città attraverso le tubature delle fogne, percorrendo i campi minati, attraverso il fiume congelato, nascosti nei rari camion che portavano aiuti umanitari alla città.

I più audaci o i più disperati attraversavano la pista dell’aeroporto di Sarajevo. La possibilità di sopravvivere o morire su quel percorso era del 50 per cento. L’incertezza accompagnava fino in fondo i fuggiaschi disperati. La pista si attraversava di notte, correndo nel buio più totale. Non solo perché mancava l’illuminazione ma perché, una volta attraversata la pista, non si sapeva se dall’altra parte si sarebbe finiti tra le braccia degli amici o dei nemici, cioè nella terra controllata dai bosniaci o dai serbi. Mia sorella ce la fece. Al quinto tentativo. Nei quattro precedenti lei, insieme al gruppetto con il quale tentava di fuggire, fu fermata e riportata indietro nel centro della città.

L’aeroporto era controllato dalle forze internazionali, che impedivano la fuga dei cittadini. Gli stranieri sorvegliavano la pista, tra l’altro, con i raggi infrarossi. Appena si accorgevano dei fuggiaschi si avvicinavano con i carri armati e contro di loro puntavano i riflettori. La “preda”, come un animale illuminato nel buio, si fermava per la paura, e impietriva per la disperazione. I catturati, sotto i riflettori, diventavano un bersaglio facile per gli assedianti. Più di 250 sono morti così.

Il tunnel lo sognava la gente comune, ma anche le autorità ci riflettevano. Certo, non per svuotare Sarajevo dei suoi abitanti, ma per sopportare meglio l’assedio, facilitare le manovre, per portare in città il cibo e le medicine, e il materiale bellico in entrambe le direzioni. Scavarlo sotto l’aeroporto fu una necessità, e una mossa da disperati.

A progettarlo furono due competenti professionisti, due giovani ingegneri di Sarajevo: Nedžad Branković e Fadil Šero. La struttura, che da dentro sembrava un buco, resse per tutta la durata della guerra le tonnellate che atterravano sulla pista di sopra. I due vennero in seguito decorati con le medaglie. Purtroppo Nedžad Branković, dopo la guerra, non riuscì a mantenere la gloria. Fu coinvolto in uno scandalo, per essersi procurato un appartamento in modo illecito, e fu proprio la gente comune che lo costrinse a dare le dimissioni da Primo ministro della Federazione di Bosnia Erzegovina.

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La casetta dei Kolar

Nel tunnel di Sarajevo si entrava passando per una casa anonima, della famiglia Kolar, che sta vicino all’aeroporto. La segretezza del progetto limitava i lavori. I primi metri furono scavati da un piccolo gruppo di fedelissimi. Si procedeva molto lentamente, si scavava seduti per terra, oppure stando sulle ginocchia. Sorgevano vari problemi: cosa fare con la terra tirata fuori, per non insospettire i serbi, come proteggersi dall’acqua che riempiva il buco, mancava il materiale necessario per assicurare il soffitto e rafforzare le mura del tunnel, i bombardamenti fermavano i lavori. Nel marzo 1993 l’attività si arrestò. Allora il presidente Alija Izetbegović intervenne di persona. Si ripresero gli scavi lavorando a turni, 24 ore su 24. Gli operai facevano parte dell’esercito bosniaco, poi arrivarono i minatori dalla Bosnia centrale. Otto ore di lavoro venivano ricompensate con un pacchetto di sigarette, roba rara e costosissima, molto apprezzate non solo dai fumatori, perché le sigarette si usavano anche come moneta di scambio. Un pacchetto costava circa 15 euro.

Dal tunnel finito venne estratto un totale di 2.800 metri cubi di terra, vennero incastrati circa 170 metri cubi di legname e 45 tonnellate di metallo.

Il passaggio per il tunnel era controllato dall’esercito bosniaco. Si transitava ad oltranza da una parte e dall’altra. Occorreva avere il permesso per poter entrare o uscire dalla città, passando sottoterra. Ogni giorno, attraverso il tunnel, circolavano tra le tremila e quattromila persone e si trasportavano trenta tonnellate di varia roba. All’inizio si camminava in gruppi, da venti fino a mille persone. In media si impiegavano due ore per percorrere quei 760 metri. Quando la struttura del sottopassaggio fu rafforzata vennero introdotti i carrelli, piccoli come quelli che si usano nelle miniere. I carrelli venivano spinti dagli uomini. Era un lavoro duro, inoltre nel corridoio sotterraneo c’erano curve, salite e discese. Il punto più profondo era a 5 metri sotto la pista.

Su ogni carrello si caricavano 400 chili di roba. Le persone che lo attraversavano portavano negli zaini e a mano una media di 50 chili di roba. Un anonimo di Sarajevo aveva trasportato sulle proprie spalle addirittura 105 chili, principalmente cipolle e patate. Per il presidente Izetbegović fu installata la “poltrona presidenziale”. A vederla oggi viene da ridere per come si poteva chiamare così pomposamente quella misera roba.

Le prime cose militari che passarono per il tunnel erano le bombe “fai da te”, quelle costruite nella città bloccata, usando il metallo che c’era a disposizione: “…i pali dei segnali stradali…” mi scrisse in una lettera, con un tono di orgoglio, mia sorella.

Il primo grande affare del tunnel fu il trasporto di uova dentro la città assediata, ma ben più lucrativo fu il trasporto di alcol e benzina. Era il commercio dei ricchi e dei potenti, quelli che potevano pagare e sapevano dove e chi corrompere. Ufficialmente l’alcol non si poteva trasportare per il tunnel, ma capitò che nelle borse dei giocatori della squadra di pallacanestro “Bosna”, di ritorno da un torneo, furono scovati più di duecento litri di alcol. Come le sigarette e il caffè, anche l’alcol faceva da moneta nella Sarajevo sotto assedio.

La testata di Divjak, il coraggio di Alma

Per il tunnel passavano militari, gente comune, politici, giornalisti, artisti. Il generale Jovo Divjak porta un ricordo indelebile: dodici punti sulla testa. Passando ha sbattuto la testa sul soffitto basso della galleria. Il primo straniero che lo attraversò fu l’ambasciatore americano Viktor Jaković.

Alma G., cinquantenne, attraversò il tunnel per portare cibo alla famiglia. “Per mesi mangiavamo le foglie e il riso che ci veniva distribuito come aiuto umanitario. Grazie al tunnel sono tornata a casa con due zaini pieni di cibo, uno sulle spalle, l’altro davanti, e in più con una borsa in ogni mano. Ho attraversato il monte Igman, camminando su mezzo metro di neve. Ero già stanca quando sono arrivata all’entrata del tunnel. Mi parevano un’eternità quei 760 metri. Credevo di non farcela. Davanti a casa sono caduta per terra. Non potevo fare un passo di più. Ma sapevo che esisteva un’uscita dall’inferno di Sarajevo, che c’era il tunnel, e questa cosa mi consolava”.

All’ingresso del tunnel si svolge una scena del cortometraggio “(A)torzija” / “(A)torsione” (sceneggiatura di Abdulah Sidran, premio al Berlino film festival nel 2003). Alcuni coristi aspettano il proprio turno davanti all’entrata del tunnel, una mucca sta per partorire, il vitello nell’utero è rivoltato, e i coristi cantano per facilitare il parto, perché uno si era ricordato che la musica può alleviare i dolori.

Si contava sull’effetto della musica sui disperati anche quando il famoso tenore croato Krunoslav Cigoj fu invitato a partecipare al concerto di Natale, a Sarajevo, nel 1994. Soffriva di claustrofobia e dopo il concerto, che fu trasmesso dalla CNN, Cigoj disse che il passaggio sottoterra era stata una delle imprese più difficili della sua vita.

Tre capre

Il privilegio di percorrere il tunnel l’avevano avuto anche tre capre. La sorte di una di loro la conosco. La mia collega e amica Fadila, originaria di Prijedor, città nel nord della Bosnia, aveva saputo che tutti i maschi della sua famiglia erano finiti nei campi di concentramento che i serbi avevano allestito in quell’area (Omarska, Keraterm e Trnopolje). Per i suoi non poteva fare niente. Perciò Fadila aveva deciso di aiutare comunque qualcuno che ne aveva bisogno. Fa parte di un’usanza o di un’antica credenza bosniaca. Nell’orfanotrofio della città di Zenica c’erano parecchi bambini. Zenica dista solo mezz’ora da Sarajevo – in tempi di pace però. Per raggiungerla durante la guerra ci volevano vari permessi, coraggio e un’intera giornata. Tramite i radio operatori, perché i telefoni non funzionavano, Fadila chiese a una collega, che lavorava nell’orfanotrofio, di aiutarla a scegliere un bambino. La collega le suggeriva bambini carini e in salute. C’era un maschietto di due anni, non parlava, non camminava, magrissimo, sembrava autistico. Fadila scelse lui. Mandò il marito a prenderlo. Portò il bambino nella Sarajevo assediata, passando per il tunnel. Poi attraversò nuovamente il tunnel per portare una capra. La tenevano sulla terrazza, nel centro di Sarajevo. Una capra, in un posto dove si soffriva la fame e dove mancava tutto, valeva una fortuna. Il latte di capra da noi è considerato miracoloso per le sue proprietà. Con il latte di capra e altre cure avevano rimesso in piedi il bambino. Oggi è un bel ragazzo ed è l’orgoglio della famiglia.

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Le granate di Mladić

Nel 1994 i serbi vennero a sapere dell’esistenza del tunnel. Il generale Ratko Mladić protestò presso le forze internazionali, e chiese all’Unprofor di chiudere la galleria. Invano, perché ufficialmente l’Unprofor non sapeva, o non voleva sapere, della sua esistenza. Nelle trattative con i militari bosniaci il passaggio sotterraneo si nominava come “il tunnel che non c’è”. Allora gli assedianti provarono a distruggerlo. Cercarono di deviare il corso del fiume Željeznica per sommergere il tunnel, e intensificarono i bombardamenti nella zona dove presumevano ci fossero gli ingressi. In uno di questi bombardamenti dodici persone furono uccise, mentre aspettavano il turno per attraversare la galleria.

Dopo la guerra il tunnel fu abbandonato, e la maggior parte della galleria è andata in rovina. Grazie alla famiglia Kolar, dalla cui casa si entrava nel tunnel, oggi rimangono percorribili 25 metri. I Kolar, di propria iniziativa, hanno allestito un piccolo museo con oggetti legati al posto.

Varie volte le autorità bosniache hanno tentato di dichiarare il tunnel monumento nazionale. I serbo bosniaci sono contrari. Di recente, nel Parlamento federale, Slavko Jovičić ha detto che “sotto la pista non c’era un tunnel di salvezza, ma piuttosto una galleria di tortura e di liquidazione dei serbi, e una grande via per il contrabbando e l’importazione di armi”.

Secondo il presidente dell’Associazione dei Detenuti della Republika Srpska, Branislav Dukić, “medici esperti hanno dimostrato che in questa galleria ci sono stati più di 149 tipi di torture inflitte ai serbi”.

La pensa diversamente il professore dell’Università di Sarajevo Hidajet Repovac, un sociologo della cultura. “Il tunnel ha una sola uscita e un unico ingresso. Chiunque poteva attraversarlo, e nessuno chiedeva a quelli che passavano se erano serbi, croati o bosniaci. Perciò il tunnel non ha salvato solo i musulmani”, conclude Repovac.

Secondo Tim Clancy, un americano che durante la guerra lavorava per un’organizzazione umanitaria austriaca, “il tunnel è un monumento alla forza dello spirito umano e deve essere visitato da tutti gli americani ed europei per capire quanto era difficile vivere nella Sarajevo assediata”.

Toccare la storia

Oggi il tunnel di Sarajevo condivide il destino di tutto quello che spacca la Bosnia Erzegovina. Riflette le divisioni, le animosità, le contraddizioni di un Paese frammentato e dei suoi popoli che insistono su quello che li allontana e li divide. Per questo quella struttura sotterranea, che è sopravvissuta alla guerra, oggi a malapena vivacchia.

Ma ai visitatori che vengono a Sarajevo non interessano le beghe familiari. La maggior parte dei turisti, le delegazioni ufficiali e i personaggi importanti chiedono di visitarlo, perché considerano il tunnel di Sarajevo un monumento storico, come il ”Check point Charlie” di Berlino, il nascondiglio di Anna Frank ad Amsterdam, le gallerie “Củ Chi” in Vietnam e altri posti simili. Tutti luoghi storici, di quella storia che si vuole almeno toccare.



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