Afghanistan, calcio alla guerra

Torna il calcio a Kabul, nello stesso stadio teatro di orrori in passato, non risolvendo i problemi, ma regalando un sorriso a un popolo stanco di guerra

di Christian Elia

28 agosto 2013. L’orario, più o meno, è lo stesso. Anche la città è la medesima: Kabul, Afghanistan. Non è mutato neanche il luogo, lo stadio Ghazi. Cambia la data e cambia un mondo intero.

Il 20 agosto 2013, per Kabul, diventerà una data storica? Sarebbe retorico e fuorviante dire di si. Perché basta guardare le imbarazzanti foto (per lui e per i cittadini italiani) del premier Letta con elmetto e giubbotto anti-proiettile durante la sua visita ufficiale a Kabul per capire che la situazione dell’Afghanistan resta un incubo. Peggio, un coma.

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L’Afghanistan è come una persona che, negli anni Settanta, all’epoca dell’invasione sovietica è stata colpita. Come un uomo, o una donna, ferita gravemente. Si è adagiata sulle splendide alture che rendono unica la bellezza di quella terra. E’ venuta la guerra e non è andata più via. Prima I sovietici, poi i talebani, poi la coalizione internazionale che dal 2001 non vince un conflitto che uccide migliaia di civili ogni giorno, ogni anno, da allora.

Questo è quello che accade, ma il 20 agosto, in questa tragedia, resta un interludio luminoso, come nelle rappresentazioni teatrali, dove i temi profani regalavano un momento di sollievo agli spettatori in una rappresentazione di temi impegnati.

Si è giocata infatti, per la prima volta, dal 1977, una partita ufficiale della nazionale di calcio dell’Afghanistan. Proprio nello stadio che, nel 1999, era stato teatro di uno dei simboli dell’incubo in cui era sprofondato il Paese. Il 16 novembre 1999, infatti, all’altezza dell’area di rigore, era stata giustiziata con una raffica di kalashnikov Zarmeena, madre di sette figli. Rea di aver ucciso il marito che la picchiava. La foto dell’esecuzione fece il giro del mondo.

Taliban_execute_Zarmeena_in_Kabul_in1999_RAWA

Quindici anni dopo, mentre i talebani sono più forti di prima e tengono sotto assedio Kabul, dove i loro vecchi alleati ai tempi dei sovietici riescono a fare solo stragi di civili, lo stesso stadio diventa luogo di vita, di gioia, di speranza.

Quella del 20 agosto scorso è stata ribattezzata la partita dell’amicizia, giocata e vinta dall’Afghanistan, contro quell Pakistan che tanti problemi ha creato con i suoi servizi segreti al vicino straziato dalla guerra. E’ finite 3-0 per gli afgani, piccolo rivincita per anni di dolore.

Non cambia nulla, non migliora niente, ma è dannatamente bello vedere quello stadio pieno di 6mila tifosi, con bandiere e striscioni, per un giorno di vita e non di morte. Zarmeena non c’è più, come lei migliaia di afgani, ma il 20 agosto è stato un giorno di sorrisi.

I padroni di casa si sono portati in vantaggio al 20′ con l’attaccante Sanjar Ahmadi. Harash Atefi ha raddoppiato 12 minuti più tardi, mentre il 3-0 è stato siglato dal centrocampista Marouf Mahmoudi al 26′ della ripresa. A livello di club il calcio era già tornato in Afghanistan l’anno scorso, quando è stata disputata la stagione inaugurale della Roshan Afghan Premier League, con giocatori selezionati con un reality show. Un po’ come quello in cui vive prigioniero l’Afghanistan da decenni, da cui si è concesso un giorno di fuga.



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