Ingigantire un oggetto di consumo, metterlo in bianco e nero e mostrarlo nella sua nudità equivaleva a una rivoluzione. Era un distacco sarcastico dall’oggetto di consumo, allora ancora oggetto del desiderio, visto che eravamo ai prodromi della società del consumo di massa.
da Parigi, Alessandra Fava
Se c’è della genialità in Roy Lichtenstein, l’artista americano della pop art, si esprime già nei primi anni Sessanta nella serie di oggetti quotidiani (61), tra cui un peumatico, una radio a transistor, una palla da golf, esperienza che lui stesso commenta così: ”quel che c’è di interessante della pop art, secondo me, è il cogliere le caratteristiche più ciniche e minacciose della nostra cultura, le cose che detestiamo e che tuttavvia hanno la forza di sopraffarci”.
La mostra ‘Roy Lichtenstein”, prima retrospettiva francese che raccoglie oltre cento opere, al Centre Pompidou fino al 4 novembre, restituisce tutta la forza dell’artista, con una dovizia di scritti, interviste, film e incursioni nel suo studio, grazie anche al fatto che nato nel ’23 l’artista è morto nel ’97 e quindi ha attraversato anche una fase di mediatizzazione dell’arte con mezzi espressivi come il video. Con la Francia l’artista non ha avuto troppo a che fare, ma i curatori, tra cui Camille Morineau, insistono non solo sul ricordo della visione di Picasso nel suo studio parigino durante la seconda guerra mondiale quando Roy fu mandato soldato sui fronti europei (Belgio e Francia), ma sopratutto sulla sua filiazione da Picabia e Matisse e Monet nella serie delle cattedrali e altre incursioni nelle bagneuse e poi Lèger e altri, che vedremo dopo.
[blockquote align=”none”]Ma la fase geniale sono le intuizioni primigenie tra il ’56 e il ’62 quando approda alla galleria di Castelli a New York con la sua prima mostra. George Washington del ’62 che diventa un viso in bianco e nero, quasi un fumettone o il biglietto da dieci dollari col viso cubista del primo presidente americano creavano uno spiazzamento, più forte forse, per l’epoca, dei ready-made di altri americani negli anni Cinquanta.[/blockquote]
Da lì la mostra ci conduce nell’evolversi di quell’idea: i primi ingrandimenti giganti come ”L’anello di fidanzamento” (1962) inventano un’arte che nasceva dalla produzione industriale seriale e dal primo boom della pubblicità, anche se l’artista spiega che ”mentre il cartone animato vuole rappresentare qualcosa, io lavoro sulla definizione di forme”. Poi c’è un Lichtenstein artigiano, fabbricatore di idee a partire dalla manualità: l’utilizzo della porcellana smaltata su acciaio per costruire sculture dal ’65 in poi, sovrapponendo piani diversi, come in ”Small esplosion” oppure il Rowlux, una plastica lenticolare che, come spiega lui stesso, ”permette di creare degli effetti optici ed è l’ideale per rappresentare un paesaggio (perché) lo rende quasi reale grazie al movimento che crea”. Un filmato illustra ancora meglio questo aspetto quando Lichteinstein spiega che prima di fare grandi quadri di 3 o 4 metri di larghezza preparava delle machette molto più piccole e utilizzava anche uno specchio per rivedere l’immagine che sta disegnando sotto un altro punto di vista e non assuefarsi a quella ma ”coglierla come se la vedessi per la prima volta”.
Certo non potevano mancare i grandi quadri ispirati al consumo dei cartoon, alcuni ancora di proprietà dei discendenti di Leo Castelli: i prototipi del bellone e l’oca giuliva oppure ”La ragazza che affoga” con quelle onde ispirate a Hokusai. Per arrivare poi alle sue cattedrali omaggio a Monet, oppure bottiglie stile Picabia e finalmente i suoi nudi che si ispirano alle bagneuse di Picasso esperimenti che porta avanti dagli anni Settanta fino al Novantatre, anche se la sua non è mai carnalità perchè quei corpi diventano astrazione e forme più che sostanza animale.
L’ultima fase infine è la meno conosciuta. Come Canova rinunciava alle grandi statue monumentali per cesellare cera o terra cotta, Lichtenstein inventa una pittura zen, dove tra terra, cielo e acqua appena accennati in distese per lo più bianche, compaiono piccolissimi alberi come fossero alghe galleggianti su mari salati, sincrezioni o un ponte o un omino piccolo così che si perde. E’ il ”Paesaggio con filosofo”. Roy era vicino ad un addio.
