La Bosnia Erzegovina si qualifica per i campionati di Brasile 2014. Tutti assieme, come in un mondiale del 1990
di Christian Elia
18 ottobre 2013 – L’azione è quasi banale. L’esterno sinistro punta il terzino, sposta rapido la palla sulla sinistra, salta in velocità il difensore e crossa rasoterra al centro. Dove Ibisevic, dimenticato dalla difesa lituana, deposita in porta di piatto destro.
Di banale, però, c’è solo la dinamica della realizzazione della rete. Perché la vittoria della Bosnia-Erzegovina in Lituania è scritta nelle pagine della storia del calcio. Per la prima volta dall’indipendenza proclamata nel 1992, la nazionale di calcio dell’ex repubblica jugoslava si qualifica per i campionati del mondo, in Brasile, l’estate prossima.
La prima reazione è un sorriso. Il calcio non è mai la soluzione, non può e non deve esserlo, ma conosce la grammatica dei cuori, la semiotica dei sentimenti, la narrazione delle simbologie. Perché, proprio dopo il primo censimento del Paese, a Rio de Janeiro, ci andranno tutti: musulmani, serbi, croati. Con rom ed ebrei, e tutto il resto. Perché la Bosnia – Erzegovina è mosaico ben più complesso delle asettiche linee del fronte che la comunità internazionale ha fatto confine, nel 1995, con gli accordi di Dayton dopo la guerra.
Un mondiale, una competizione di quelle che rende tifosi anche gli indifferenti, perché è come essere al centro del mondo. Un mondiale come un altro, lontano. In molti, in queste ore di piacevole sorpresa, ricordano la partita che nell’immaginario di tanti divenne simbolo della fine della Jugoslavia: Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado, finita in una rissa drammatica. Distante dieci anni e migliaia di morti dalla morte del maresciallo Tito, quando le squadre dell’Hajuduk Spalato e della Stella Rossa Belgrado piansero assieme, al centro del campo, sospendendo la partita quando allo stadio venne annunciata la morte del leader jugoslavo.
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Il ricordo, però, corre anche ad un altro mondiale. Di pallacanestro. Argentina, 1990 (anno anche dei mondiali di calcio in Italia, ultima apparizione della Jugoslavia unita ai mondiali di calcio). La Jugoslavia, già preda della retorica velenosa dei nazionalismi, si presenta da favorita. Un concentrato di fuoriclasse impressionante, tra cui l’immenso Vlade Divac. Serbo, come poi sarebbe diventato normale dire, ma nel 1990 non lo era per nulla. La Jugoslavia stravince, umiliando l’Unione Sovietica (un altro fantasma) 92-75.
La festa, però, è tesa. Da casa arrivano pessime notizie. I giocatori sloveni della squadra hanno ricevuto pressioni per non giocare, i croati fanno gruppo da soli. Migliaia di tifosi entrano in campo, come sempre, nelle esplosioni di gioia che accompagnano queste feste. Anche uno, con una bandiera della Croazia dei tempi dello stato fascista collaborazionista nato durante la Seconda Guerra mondiale. Un simbolo dei nazionalisti croati. Divac, nelle immagini sgranate dell’epoca, si fa largo con il suo fisico immenso, placca il tifoso, gli strappa la bandiera croata.
La squadra sale sul podio, inno della Jugoslavia. Piangono tutti, non solo di felicità. Piangono anche i tifosi, abbracciati, ma sentendosi lontani. Per quel gesto, Divac pagò un prezzo enorme. Il 7 giugno del 1993, in Germania, un incidente d’auto si prende la vita di Drazen Petrovic, croato, uno dei giocatori di basket più forti di tutti i tempi. A soli 28 anni. Divac perde un fratello, con cui aveva condiviso anni di gloria e passione. Il funerale si terrà in Croazia, ma orami la guerra dilania la ex-Jugoslavia. I nazionalisti croati odiano Divac, che non potrà esserci. La storia è magistralmente raccontata in un documentario, Once Brothers, della ESPN.
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La qualificazione della Bosnia-Erzegovina ai mondiali non cancella nulla di quello che è stato e non risolve nessuno dei drammatici problemi, economici, sociali e politici, che dilaniano la ex repubblica jugoslava. Basta vedere i luoghi di nascita di molti dei calciatori della squadra, nati negli anni Novanta in paesi dove i loro genitori sono arrivati profughi di guerra. Ma per una notte, quasi timidamente, tutti assieme, si è festeggiato. Magari non come fratelli, ma come buoni vicini. Buon viaggio alla squadra della Bosnia – Erzegovina, che la strada sia lunga e serena, perché tutti siano liberi di muoversi o di restare, fosse anche per salutare un amico.