Viva l’Italia

Fausto e Iaio non sono morti: lo spettacolo teatrale di Cesar Brie dedicato ai due militanti del Leoncavallo assassinati nel 1978

tratto da Prime/Teatro

10 dicembre 2014 – César Brie ha messo il testo di Roberto Scarpetti (menzione speciale Franco Quadri al Premio Riccione per il teatro 2011 e Premio Enriquez 2014) sulla morte di Fausto e Iaio, due ragazzi di diciotto anni uccisi per motivi politici nel 1978.

La storia, nel racconto intrecciato in prima persona di cinque personaggi principali, si sviluppa come se sfogliassimo un giornale d’epoca. Foto ingiallite, abiti scuri, volti semplici dei proletari milanesi anni settanta. Una rete di voci e testimonianze d’epoca, ricostruita in una narrazione in ‘diretta’ mentre sul palco si formano e disfano, come ricordi evanescenti, gli attimi più intesi di quella tragedia.

 

 

La vicenda dei due ragazzi s’intreccia alla Storia del rapimento Moro e della strage di Bologna. L’omicidio, uno tra i tanti dell’epoca, viene messo sotto il microscopio distorto per gli anni passati, in un amalgama di comicità, astrazione, indagine giornalistica e noir, per far luce sugli intrecci politici ed emotivi che muovevano gli animi dei cosiddetti anni di piombo.

Le invenzioni di César Brie sono coinvolgenti: teli, proiezioni, scatole di legno. Pochi oggetti per costruire un mondo multiplo, fatto di trasparenze e riflessioni, dove la verità è sempre dietro a un’altra storia e dove il ricordo di un ragazzo assassinato è spesso l’unico conforto di chi rimane solo. Un ricordo che è sempre presente, un corpo, quello dell’attore Federico Manfredi, che non sparisce quando il suo personaggio viene ucciso. Ma rimane sulla scena come impronta di una morte ingiustificata.

 

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Tra depistaggi, sottovalutazioni, disinteresse e trasferimenti dei responsabili delle inchieste, in Viva l’Italia prende corpo il corpo scuro del nostro paese. Le morti di Fausto e Iaio sono macchie di sangue che non si possono cancellare come quelle di altre più imponenti stragi italiane. E questo sangue certamente César Brie ha voluto mostrarci, con il suo tocco delicato e la sua acutezza.

Ma la scelta di un doppio registro, costruito sicuramente sul testo che penetra nelle emozioni della scena lasciandosi lo spazio di riflettere quando gli attori raccontano, rischia di non affezionare alla storia e di ingarbugliare il flusso delle informazioni. Tanto che l’intenzione di portare tutto vicino all’oggi quasi appiccica attori e storie in un album delle figurine, più freddo della vita e che via via, uscendo dal teatro, va scolorendosi.

 

 

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