Continua il racconto dall’isola di Lampedusa nei giorni dopo la strage: le condizioni del centro di accoglienza, il video girato da un migrante durante la traversata, le proteste e i sogni dei profughi, le proposte per un nuovo diritto dell’immigrazione.
testo e foto di Giulia Bondi, da Lampedusa, per Galatea. Video di Khaled A.
12 dicembre 2013 – Faisa è incinta. 19 anni, studentessa di francese a Damasco, è profuga assieme al marito Mneear. “È al quarto mese, prima ha già avuto due aborti”, spiega il marito, “eppure non ha ancora potuto essere visitata”. La dottoressa della Croce Rossa, che opera all’interno del Centro di accoglienza di Contrada Imbriacola nell’ambito del progetto Praesidium, spiega che, in questo, le migranti sono perfettamente integrate: “Qui il ginecologo arriva due volte la settimana, anche per le isolane”.
Mneear e Faisa si sono conosciuti in Egitto, da profughi. Insieme ad altre famiglie siriane, dormono in una palazzina originariamente adibita a uffici. In una stanza ci sono ancora gli armadi pieni documentazione sanitaria su migranti passati da Lampedusa negli anni precedenti.
“Il centro è progettato per ospitare 200 maschi adulti e 50 tra donne e bambini”, spiega Federico Miragliotta. Dirige il Centro di soccorso e prima accoglienza (Cspa) di Lampedusa per conto della società Lampedusa accoglienza, che riunisce un consorzio di cooperative catanesi (Sisifo, aderente a Legacoop) e una cooperativa agrigentina. Dovrebbe essere un luogo di permanenza breve, non oltre i tre giorni, per poi passare ad altre strutture destinate all’identificazione ed espulsione (Cie) o all’accoglienza dei richiedenti asilo o protezione umanitaria (Cara).
A Lampedusa, chiarisce ancora Miragliotta “la permanenza media è di sette-otto giorni”. Subito dopo il naufragio le presenze al centro sfiorano il migliaio e molte persone dormono all’aperto (“per scelta”, precisa il direttore: “noi abbiamo approntato letti in ogni spazio chiuso disponibile”). “Qui le persone dovrebbero restare al massimo due o tre giorni e poi essere trasferite altrove”, afferma Tommaso Della Longa, portavoce della Croce rossa: “Non è possibile che una struttura con una capienza di 250 persone continui a sfiorare e a volte superare il migliaio di presenze”.
Per delimitare spazi o ripararsi da sole o pioggia si sfrutta ogni tessuto: tra i rami degli alberi sono annodate sottilissime lenzuola bianche e teli neri di plastica da sacco della spazzatura. Luccicano, sventolando vicino alla rete, i teli dorati delle coperte termiche da pronto soccorso. Dentro la palazzina che ospita le famiglie siriane, le coperte si trasformano in tendaggi per creare un po’ di privacy. Verso metà mattina, il bagno – in questi giorni è usato da decine di persone – è ricoperto da un sottile strato d’acqua. Due uomini giocano a carte su materassi nel sottoscala: “Di notte ci dormiamo in cinque”. Ringhiere e fili spinati diventano stenditoi per tute colorate, magliette e calzini. Dopo la pioggia, finiscono stesi al sole anche i materassi inzuppati.
Per ogni migrante, l’ente gestore riceve dalla prefettura di Agrigento 30 euro al giorno. A ciascuno spetta un “kit” con indumenti puliti (le tute di acetato onnipresenti, che i siriani chiamano “pigiama”), biancheria intima, asciugamano (che tutti portano sulle spalle, anche quando escono), lenzuola (di carta, come quelle delle cuccette dei treni) e coperte. “Ricevono ogni giorno tre pasti, sigarette, merendine, succhi di frutta o snack”, spiega Miragliotta: “Giorno e notte ci sono medici e infermieri, facciamo visite mediche all’arrivo e alla partenza e non somministriamo psicofarmaci”.
Oltre all’accoglienza per i migranti che riescono a sbarcare, l’appalto della Prefettura di Agrigento ha previsto anche l’eventualità di morte in mare: alla società di gestione è appaltato pure il servizio necroforo, svolto dagli stessi operatori socio assistenziali. “Fare una media delle presenze è difficile”, aggiunge Miragliotta “ma direi che si aggira sulle 500 persone”. Il doppio della capienza.
“Facciamo continuamente solleciti per i trasferimenti, in particolare per le categorie deboli”, precisa il direttore: “Chi dice che noi guadagniamo dal sovraffollamento del centro non si rende conto di quanto diventa più complicato e costoso fornire il servizio in queste condizioni”, afferma.
Formalmente, non si potrebbe uscire: il motivo sta nel fatto che in ogni momento potrebbe esserci un appello per essere trasferiti in continente. In realtà, le passeggiate in paese attraverso i buchi della rete e le scorribande dei bambini lungo la collina sono all’ordine del giorno. Anche perché, comunque, da Lampedusa non si può scappare. I giornalisti possono entrare, chiedendolo alla Prefettura.
Vista dall’alto della collina, l’attività principale del centro sembra essere l’attesa. Tanti siedono su panche o gradini, molti fumano. Le madri cullano i bebè, i bambini più grandi giocano a palla con i militari. Un giovane uomo appartato legge un libro. Sorprendono gli sguardi fieri, e l’aspetto ordinato che molti riescono a conservare. Mohammed e Kalif, 22 e 25 anni, sintetizzano in una frase le persecuzioni del regime di Afewerki: “Law not good Eritrea”, la legge non è buona.
Dalla collinetta osservano il viavai della visita di Cecile Kyenge Kashetu, ministra dell’Integrazione del Governo italiano. La dottoressa emiliana di origine congolese entra accompagnata dal sindaco Giusi Nicolini e da un codazzo di polizia in divisa e in borghese. Le uniformi blu scure si sommano alle mimetiche dei militari. Mohammed e Kalif hanno la divisa dei profughi, tute sportive colorate di marca “Royal”.
Al centro ci stanno da 23 giorni, sono partiti dall’Eritrea a piedi, lasciando altri due fratelli. Dopo 10 giorni di cammino si sono affidati ai trafficanti sudanesi: “Abbiamo pagato 1600 dollari a testa per attraversare il deserto, e altri mille per il tragitto in mare, da Tripoli all’Italia”. Dicono di voler arrivare in Svezia, o in Norvegia.
No impronte
In piedi sulla collina, a godersi i raggi di sole, c’è anche Mohammed, 27 anni, siriano dagli occhi chiari. A Damasco era piastrellista, finché non ha preso un aereo per il Cairo per sfuggire alla guerra, e dall’Egitto si è spostato in nave a Tripoli. “I ribelli dell’esercito libero e i militari di Assad si ammazzano tra di loro”, racconta: “Per questo siamo costretti a scappare”. Non vuole parlare della guerra, Mohammed. Aggiunge soltanto che “L’esercito libero non spara sui civili”. Da 13 giorni vive al centro e, come molti, non si separa mai dal suo asciugamano. Delle cose con cui è partito non gli è rimasto nulla: per imbarcarsi, a Tripoli, lui e gli altri passeggeri hanno dovuto nuotare per 150 metri. In quel tratto di mare ha perso denaro, portafogli e cellulare. Non ha fatto domanda d’asilo, in Italia non vuole restare: la meta è la Svezia.
Sono molti i profughi, siriani ma anche eritrei, inclusi alcuni sopravvissuti al grande naufragio, che dichiarano di non voler restare in Italia. Il regolamento di Dublino, che disciplina l’accoglienza dei rifugiati sul territorio dell’Unione Europea, impone che la domanda di protezione umanitaria venga esaminata dal primo paese nel quale i migranti vengono registrati. Così, per evitare di rimanere “incastrati” in Italia, molti rifiutano di lasciare le proprie impronte digitali.
Alì, 23 anni, studente di Economia, regge un cartello che gli copre anche il viso. Ci sono due mani disegnate col pennarello e sbarrate da una croce. Sopra, le scritte: una piccola in arabo, una più grande in un italiano appena sgrammaticato: “No inpronte”.
Mariam, di Damasco, riferisce i racconti di una parente dal Centro di accoglienza di Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove sono alloggiati molti dei siriani sbarcati nel corso dell’estate sulle coste della Sicilia orientale: “Lì a chi non lascia le impronte requisiscono il cellulare”, asserisce Mariam.
Durante l’estate, decine di eritrei alloggiati nel Centro di accoglienza avevano manifestato nel centro del paese per rivendicare la possibilità di non lasciare le impronte. La vittoria l’avevano celebrata ballando coi turisti, una sera di luglio, in via Roma.
Businessman e ingegneri
Mneear, Alì, Mariam e molti dei loro compagni di viaggio parlano un buon inglese. Hanno studiato. Mneear era ingegnere a Damasco. Per loro, i 1000 dollari del viaggio non sono una cifra enorme, pur di sfuggire ai bombardamenti. Un trentenne siriano, Khaled, parla con un fotografo attraverso la rete metallica verde.
É uno scambio tecnologico: con lo smartphone di sua moglie (un Samsung 4), Khaled ha girato immagini della traversata del Mediterraneo, su una barca entrata nel porto di Lampedusa “due ore prima del grande naufragio”. Le trasmette con il bluetooth, fa un po’ fatica a orientarsi nei comandi del cellulare, spiega “perché io ho l’iPhone 5, questo non lo uso mai”.
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Occhi scuri, pelle olivastra, barba di qualche giorno, Khaled conserva un portamento dignitoso anche se è vestito della tuta da ginnastica d’ordinanza. Siede su un materasso in gommapiuma, sotto lenzuoli tesi alla meglio tra i rami dei cespugli. In Siria, era un “businessman”, un uomo d’affari, aveva una bella casa e una Mercedes.
Ora gli resta un borsello nero con il passaporto, una piccola mazzetta di contanti e l’iPhone 5. Sfodera un sorriso che spicca sulla pelle scura: “Ma davvero voi italiani mangiate macaroni tutti i giorni, pranzo e cena?”.
Dalla guerra, Khaled è fuggito nel 2012, assieme alla seconda moglie. “La prima – racconta – era morta nei bombardamenti, assieme a nostro figlio. Siamo rimasti a Zuwara, vicino Tripoli, un anno, poi siamo scappati anche da lì”. In Libia non si trovano bene: Khaled lavora per qualche tempo, ma gli rubano l’auto e gran parte dei risparmi.
“Sono razzisti con noi siriani”, dice. Così, la decisione di partire: 1500 dollari a testa per le 30 ore di navigazione. Il breve video mostra uomini, donne, bambini e ragazze stipati a decine sulla barca. Partono con gli abiti che hanno addosso, il cellulare e i risparmi. Per alcuni, ci sono i giubbetti salvagente arancioni.
Khaled non lo indossa, ma il suo autoritratto lo mostra sorridente nella luce del tramonto sul mare, i capelli scompigliati dal vento. Molti volti sono affaticati, gli uomini hanno la barba lunga, una ragazza si stropiccia gli occhi. Ma gli sguardi sono pieni di speranza. La videocamera del cellulare indugia sulla scia di schiuma che la barca lascia nell’acqua. Ogni minuto si è più lontani dalla guerra.
“A circa 50 miglia dalla costa ci ha intercettato un elicottero”, dice Khaled. “Noi siamo riusciti ad arrivare fino a Lampedusa, praticamente fin dentro al porto”. Da una parte all’altra della rete passano chewin-gum, caramelle e perfino souvenir: Khaled regala a una giornalista una banconota egiziana. “Per ricordo”, dice. “Ma perché sei fuggito, Khaled?”. “Dalla Siria? Chiunque lo avrebbe fatto. Fuggiresti anche tu”.
Attraverso il deserto
Mentre in mare continuano le ricerche dei corpi, Daniel è ancora seduto sotto la statua della Madonna. Con lui altri giovanissimi superstiti. Si infilano sotto la catena che fa da ringhiera per sedere più comodi. “La traversata dalla Libia a Lampedusa è durata una ventina di ore”, riprende Daniel: “Ma il viaggio era iniziato molto prima”.
Mentre racconta, usa spesso un avverbio, “francamente”. Iniziano con “ti dico francamente” tutti i pezzi più duri della sua storia, quelli che sembrerebbero più difficili da credere, se non coincidessero con i racconti raccolti da giornalisti infiltrati, con i report dell’Alto commissariato per i rifugiati, con i reportage che hanno già raccontato l’Odissea dei migranti dal Corno d’Africa alle coste sud del Mediterraneo.
“Per gli studi avevo scelto ingegneria ma non posso dire di avere cominciato, ho deciso subito di scappare. Non posso dirti il perché, non posso parlare del mio paese. I motivi per cui gli eritrei scappano li sanno tutti”. Fuggono dal regime di Isaias Afewerki, che soffoca la libertà di espressione e di stampa (l’indice di Reporter without borders lo mette all’ultimo posto al mondo, peggio della Corea del Nord) e impone a maschi e femmine sopra i 18 anni un servizio militare di durata indefinita.
“Non ricordo nemmeno più quando sono partito – riprende Daniel – Penso fosse la fine del 2010. Lavoravo vicino al confine e sono entrato in Sudan a piedi”. Molti giovani, secondo i report dell’Unhcr, affrontano la strada a piedi dal campo di addestramento militare di Sawa, a 18 km dal Sudan, rischiando rapimenti e aggressioni.
“Chiedono fino a 20 mila dollari di riscatto”, precisa Daniel, e continua: “Ci vogliono 48 ore per arrivare a Kassala, nel Sudan orientale. Ho camminato insieme a due amici, avevamo fame e sete, c’è gente che muore in questo tratto di deserto”. Vicino Kassala, in uno dei campi Unhcr di Shagarab, Daniel vive per cinque mesi e ottiene la yellow card, come richiedente asilo.
La zona orientale del Sudan accoglie fuggiaschi eritrei da quattro decenni, prima i profughi della guerra con l’Etiopia per indipendenza, poi gli oppositori del nuovo regime, dopo l’indipendenza formale ottenuta nel 1993. A inizio 2012 i campi ospitavano circa 30mila persone, in tutto il Sudan si stima ci siano circa 115mila eritrei.
Dopo il campo profughi, Daniel si ferma per due anni nella capitale, Khartum, lavora in un albergo e mette insieme il denaro per proseguire il viaggio. Da lì, con i trafficanti, attraversa il deserto viaggiando in jeep per cinque giorni. “La razione quotidiana d’acqua è di mezzo litro a testa, spiega Daniel, e il pagamento si fa step by step”. Viaggia con 130 persone, ciascuna delle quali paga 1500 dollari.
“Nel raccontare queste cose sembro normale, ma soffro”, dice con gli occhi bassi a terra, prima di proseguire: “Al confine con la Libia ci hanno rapiti tutti. Con noi viaggiavano 20 donne, una ragazza somala è riuscita a sfuggire ai suoi stupratori, poi non so che fine abbia fatto”. I rapiti sono costretti a chiamare le famiglie per farsi mandare denaro, tramite intermediari dei trafficanti nelle banche di Dubai o di Khartum.
“Hanno chiesto 3mila dollari, la mia famiglia per trovarli è andata a mendicare, ci sono voluti tre mesi”. Intanto subiscono torture e ricevono un solo pasto al giorno: “Sono stato appeso per le caviglie”, afferma Daniel. Pagato il riscatto, viene trasferito a Tripoli, in un caseggiato che ospita circa 600 eritrei in attesa di salpare, la notte del 2 ottobre.
Il dolore del racconto lo ha stremato, ma Daniel recupera un sorriso quando parla della sua famiglia. Primo di sette fratelli (“la più piccola non la conosco, è nata quando ero già partito”), dice di considerare la sua giovanissima madre “praticamente come un’amica”. Lo ha cresciuto la nonna. “Aveva lavorato come domestica per una famiglia italiana – ricorda – e da piccolo, quando mi sedevo a tavola e volevo abbuffarmi – mi rimbrottava in italiano: Troppo mangiare, scoppiare”.
Per le strade
Per via Roma si aggirano giovani uomini e ragazzi. Dopo lo choc dei primi giorni, molti vorrebbero contattare i parenti. Ma al centro manca il collegamento a internet. “Facebook” chiede Maedin. Insieme al fratello e al padre tenta invano di convincere l’edicolante a lasciargli usare il computer.
Potrebbe pagare, ma la signora – che offre il servizio di internet point a lampedusani e turisti – nel suo caso non ne vuole sapere: “Non so su che siti vanno, dopo passo i guai”.
Una coppia di ragazzi, lei con il capo ricoperto da un velo fucsia, è appena uscita dal supermercato con una sporta piena d’uva. Fermano una turista, sbracciandosi come se avessero riconosciuto qualcuno che non vedono da tempo. Lei attraversa la strada, stupita. La ragazza estrae dal sacchetto un grappolo bello grosso.
All’ingresso di una pizzeria, la carrozzeria di una Mehari dipinta di giallo è diventata un divanetto. Per i ragazzi siriani è un set fotografico, scenografia per la nuova immagine del profilo Facebook.
Dalla terrazza sotto la Madonna del Mare, isolani ed eritrei continuano a scrutare l’orizzonte, il mare continua a restituire corpi. Da una casa poco distante esce una giovane coppia di siriani, con una bambina di due o tre anni. La piccolina è vestita di nuovo da capo a piedi. Parenti e amici sono andati a rovistare negli armadi tirando fuori bavaglini e scarpine. I giovani se ne vanno felici con tanto di passeggino, inseguiti pochi istanti dopo da quattro ragazzine. Hanno dimenticato in soggiorno il nuovo biberon.
Qualche giorno dopo Sharani e Linda, due delle soccorritrici del “Gamar” siedono in un bar con Aregai e Awet. Si erano già rivisti, alla commemorazione delle vittime organizzata nel grande hangar vicino all’aeroporto, pieno di bare marroni, più quattro piccole per i primi corpi di bambini ritrovati nella barca. “Gridavano come animali, soprattutto le donne”, ricorda Sharani: “Le stesse urla che sentivamo in mare”.
I due raccontano la loro storia, la fuga nel deserto, il disastro in mare, l’impossibilità di soccorrere amici e parenti più deboli, l’obbligo di pensare a se stessi per potersi salvare. Gira voce che il giorno dopo l’incidente, nonostante il lutto nazionale, alcuni turisti non abbiano voluto rinunciare all’immersione subacquea, e gli istruttori di un diving non se la siano sentita di dirgli di no.
Dopo la tragedia
Per il turismo, l’estate 2013 è stata un boom. Complice la crisi egiziana, che pare abbia spinto molti tour operator a dirottare qui gli acquirenti di pacchetti vacanze. La strada che sale in paese dall’aeroporto accoglie i visitatori con una luminaria: “Benvenuti”. Per chi arriva dal mare, ci sono le navi militari dell’operazione “Mare Nostrum”, l’intervento del Governo italiano in seguito al naufragio.
“Per il momento – afferma il docente di Diritto dell’Immigrazione Fulvio Vassallo – la presenza delle navi ha bloccato le partenze per Lampedusa, ma non ha influito sulle rotte più orientali, quelle che portano sulle coste calabresi o nel siracusano”. Vassallo caldeggia l’apertura di un corridoio umanitario.
“In concreto si tratterebbe di creare luoghi sicuri in Libia, per esempio campi dell’Unhcr. Poi bisogna predisporre strumenti di salvataggio in mare, non aspettare che le imbarcazioni siano in avaria, ma pattugliare ai limiti delle acque libiche. I profughi in un primo momento andrebbero portati in Sicilia o a Malta, poi trasferirli con equa distribuzione tra tutti i paesi europei”.
A chi paventa l’invasione, Vassallo risponde con le cifre: “Eritrei e siriani in partenza dalle coste libiche sono alcune decine di migliaia. Un numero che potremmo facilmente accogliere, nonostante la crisi economica. La Germania degli anni Novanta – ricorda – pur nel difficile momento della riunificazione – accolse in un solo anno 340mila profughi dalle aree di guerra della ex Jugoslavia”.
Il punto critico del corridoio umanitario è rappresentato dalla Libia: “Le autorità locali, la cui collaborazione sarebbe indispensabile, al momento non hanno il pieno controllo del proprio territorio, in particolare in Cirenaica: potrebbero arrivare comunque miliziani e sequestrare le persone in transito”.
Un altro aspetto importante è il tipo di protezione umanitaria da concedere: “La Libia – spiega Vassallo – riconosce solo la Convenzione di Ginevra, cioè il diritto di asilo per chi subisce nel proprio paese una persecuzione individuale. Gli stati europei invece concedono forme di protezione umanitaria anche per chi fugge da ‘minacce generalizzate’, come è il caso dell’Eritrea, e della Siria in guerra”.
Dopo il naufragio, si sono sprecate parole come “vergogna” e promesse di “mai più”. Ma uno dei modi per rendere più sicuro il mare Mediterraneo sarebbe prendere atto della realtà dei movimenti migratori e aprire canali legali di ingresso.“Per esempio – precisa ancora Vassallo – rendere convertibile il visto turistico, o di ingresso breve per visita, a chi avrebbe i requisiti per lavorare”.
I dati raccolti da Frontex, l’Agenzia dell’Unione Europea per la difesa dei confini, dimostrano che il principale canale di ingresso non sono gli sbarchi in mare (15mila persone sono arrivate sulle coste italiane nel 2012), né il traffico attraverso le frontiere terrestri (37mila gli ingressi dal confine orientale di Grecia e Bulgaria, sempre nel 2012) ma gli aeroporti: solo l’Italia rilascia ogni anno 500mila visti per visita breve, che danno accesso a tutta l’area Schengen.
In Europa, ogni anno, gli ingressi con questi visti sono circa 3 milioni. E molti di questi diventano “overstay”, cioè persone che si trattengono irregolarmente oltre la scadenza del documento.
Intanto, Daniel sogna di andare in Canada. È riuscito ad aprire la sua pagina Facebook. Fa sapere agli amici che sta bene, e riguarda le foto scattate a Khartum prima di partire. “Pesavo 80 chili”, ride. Adesso non arriva a 60. Mneear e Faisa hanno ottenuto di non depositare le impronte, hanno lasciato Lampedusa e in treno hanno raggiunto prima Parigi, poi l’Olanda.
“Chiunque lo avrebbe fatto”, dice Khaled della sua fuga dalla Siria. Le stesse parole che usa Sharani, per descrivere il mattino d’ottobre in cui lei e i suoi amici hanno salvato 47 vite.
[continua]














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