Diritti e doveri

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/09/Berra-Portr-bw.jpg[/author_image] [author_info]testo e foto di Matteo Berra, da Daegu, Corea del Sud. Nato a Milano nel 1977, e’ docente di scultura a Daegu, in Corea del Sud, dove vive dal 2011. Ha esposto in Italia e all’estero in mostre personali e collettive. Il suo sito: www.matteoberra.com[/author_info] [/author]

12 dicembre 2013 – Anche se ironicamente mi piace pensare di essere un pendolare intercontinentale, la reale definizione della mia condizione rientra nella tradizione italiana del dopoguerra che ha portato alla fondazione di tante “Little Italy” negli stati uniti, alla nascita di tanti malumori con la Germania e di antipatici classismi in Argentina. Sono un emigrante, con la valigia non più di cartone, ma protagonista spesso di surreali dialoghi degni di Totó, alle prese con una incomprensibile lingua straniera, non in piazza duomo, ma da qualche parte in Corea del sud. Ma dal punto di vista coreano sono uno straniero, che per chiunque lo sia, é una consapevolezza più difficile da avere, si é stranieri negli occhi degli altri.

É da un po’ che penso a come affrontare questo argomento e a come raccontarlo, perché é complicato dipanare le complesse dinamiche che si intrecciano in questo rapporto tra ospite ed ospiti e temo di essere parziale o superficiale. Ma sento il dovere di farlo, per aiutarci a capire gli stranieri in casa italiana, guardando il rapporto con un paese ospite attraverso gli occhi di un emigrato, come quelli che incontriamo sul pullman in Italia, quelli che arrivano sui barconi, ma anche quelli che siedono in uffici da manager o lavorano in televisione.

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Si parta dall’assunto che ciascuno straniero ha un passato, non nasce in questa situazione straordinaria. La sua normalità é diversa, e si trova a vivere una quotidianità composta di eccezioni. E nella misura in cui accetta queste differenze, si aspetta un trattamento paritario. Il baricentro é tutto qui, almeno dal mio punto di vista. Semplicemente uno straniero non dovrebbe sottostare a circostanze che sarebbero inaccettabili per un appartenente autoctono di una società, sebbene sottoposto a oneri supplementari. Mi spiego con un semplice esempio. Quando dovetti preparare i documenti necessari per il mio espatrio mi addentrai in un nuovo capitolo della Commedia dantesca, che mancava nell’edizione che avevo al liceo, canto che si potrebbe intitolare “Apostille”.

L’Apostille é un sistema di certificazione internazionale dei documenti. Se si va in Corea con la propria laurea, anche in originale, questa vale meno di carta bianca, se sprovvista di Apostille, che altro non é se non un ulteriore controllo e certificato di validità del documento stesso ad opera generalmente della prefettura. Quindi per ottenere tutti i bei timbri sui miei pezzi di carta, mi ritrovo in fila la mattina presto in prefettura a Milano, smistato nel macro gruppo degli italiani, fiancheggiato dall’altro dei cittadini stranieri. La lentezza della fila é disperante, con piccoli manipoli dei due gruppi che alternativamente vengono fatti accedere finalmente nell’ufficio, dove oberati impiegati devono sbrigare ogni pratica con poche domande e poca attenzione, vittime loro stessi di questo abominio burocratico.

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Fortunatamente il mio calvario alla deriva nel mare magnum della pubblica amministrazione é durato solo un paio di mesi e devo dare atto alle forze dell’ordine di tanta buona volontà ed infinita pazienza. Ma quello che per me ha rappresentato un’eccezione, rappresenta una routine annuale per gli stranieri in Italia, per il rinnovo del permesso di soggiorno, che si svolge con le medesime dinamiche, nei medesimi uffici. Supplizio che causerebbe rivoluzioni con forconi e defenestramenti se fosse inflitto a tutti i cittadini italiani. Giunto in Corea, naturalmente devo percorrere il medesimo iter, ma con la locale formula. Iniziamo col dire che il tutto si svolge in un ufficio pubblico e non in una caserma, che già da un tono di maggiore normalità. C’é fila, ma abbiamo il nostro numerino, possiamo sederci e nell’attesa venir aiutati da dei volontari a sistemare i nostri documenti. Si aggiunga poi che i coreani sono molto gentili e non é difficile trovare qualcuno che abbia il buon cuore di accompagnarti per darti una mano e molti degli stranieri sono accompagnati. La pratica porta via una mezza giornata, il primo anno e in quelli successivi, se si é attenti a non andare nei momenti di picco, porta via ancora meno tempo, e si riduce ad una routine.

Come straniero sono consapevole della necessità della Corea di aggiornarsi sulla mia situazione, e accetto questo piccolo onere cui devo sottostare, ma apprezzo che il governo coreano si sia organizzato in modo tale da farmelo svolgere in relativa comodità. E gli obblighi non si fermano qui, alcuni di essi, solo paventati in Italia, avevano già sollevato polemiche senza neanche venir attuati.

Ricordo molte contestazioni per l’idea di prendere le impronte digitali agli immigrati nel nostro paese. Ebbene in Corea, ma anche in Giappone, non si limitano alle impronte digitali, ma registrano anche le iridi e non solo degli immigrati, bensì di tutti coloro che entrano nel paese, anche come turisti, pratica che viene espletata all’aeroporto durante il controllo dei documenti di immigrazione. Inoltre quale immigrato in Corea annualmente devo sottopormi ad un esame medico generale, che include un dato sensibilissimo, quale la contrazione dell’Aids. I risultati sono ad uso dell’ufficio di immigrazione. Ben oltre la registrazione delle impronte direi. Anche in questo caso la burocrazia coreana fa in modo che io possa svolgere questo onere in modo relativamente comodo, recandomi in qualsiasi ospedale, in qualsiasi momento dell’anno, pagando una modica cifra. Così ogni anno, so e sanno se sono in salute.

Ora le speculazioni sulla legittimità di questi comportamenti possono essere infinite, attorcigliate ed indipanabili, in un garbuglio di questioni di principio e di diritti universali piuttosto che di libertà individuali, ma la realtà é una e come spesso accade, semplice. Uno straniero é un ospite, e come tale di sua sponte si pone nella condizione di dover cooperare con il paese ospitante, affinché gli venga concesso di rimanere. Questo paese deve però porlo nella condizione di ottemperare a tali doveri in circostanze civili e dignitose. Al contempo lo straniero gode della libertà di andarsene, se non vuole soggiacere a regole che gli sembrino troppo severe. Un po’ come un invito a cena, in cui il rispetto deve essere reciproco, altrimenti non verrà rinnovato l’invito o non verrà accettato per una seconda volta.

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Naturalmente il mio discorso vale in circostanze di normalità, mentre lascio casi particolari quali i rifugiati politici per esempio, fuori dalle mie considerazioni.

Quello che volevo evidenziare in questo breve ragionamento é la fastidiosa parzialità con cui spesso vedo affrontato il discorso degli stranieri. Generalmente prevalgono due atteggiamenti, l’uno buonista e l’altro xenofobo. La miopia di entrambi mi irrita, perché nessuno dei due offre una soluzione plausibile del problema e non distribuisce correttamente le responsabilità su entrambi i termini del problema.

Nella mia condizione di straniero sento delle responsabilità cui in Italia non mi sognerei mai di essere sottoposto. Se da cittadino mi sento responsabile solo di me stesso, in qualità di straniero mi sento di rappresentare una realtà più ampia, che sia l’Italia, l’Europa o la cultura occidentale in genere. So che le mie azioni vengono giudicate e che tale giudizio ricade sulla cultura che i miei ospiti vedono in me. Non sono i coreani che devono capirmi, ma sono io che devo capire come mi vedono e rapportarmi di conseguenza alla cultura che mi circonda. Questa società però, nel momento in cui mi accetta, si fa anche carico dell’obbligo di permettermi di svolgere una vita serena e normale al suo interno.

Le problematiche di questo argomento sono tante e complesse e mi riservo di tornare a scriverne in futuro.



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