Le nostre prigioni

Il consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto legge per “risolvere” il “problema carceri”. Che non dipende soltanto dal sovraffollamento. Una commissione in seno al ministero della Giustizia ha depositato da un mese una lunga serie di proposte e strategie. Eccone i contenuti
di Duccio Facchini, tratto da AltrEconomia
18 dicembre 2013 – In tema di carceri, l’Italia è fuori legge. L’ha sanzionato la Corte europea di giustizia di Strasburgo e l’ha riscontrato, finalmente, anche il Governo. La prima, condannando il nostro Paese agli inizi del gennaio 2013 per avere violato l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il secondo, mettendo a punto un decreto legge approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 17 dicembre per corrispondere agli appelli del presidente della Repubblica, e cercare di evitare una pioggia di risarcimenti.
Dal giugno di quest’anno, in seno al ministero della Giustizia, è al lavoro la commissione di studio in tema di interventi in materia penitenziaria. Al suo presidente, il professor Mauro Palma (ex presidente dell’associazione Antigone, intervistato all’interno del nostro libro “Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi”) è stato chiesto di reperire argomenti e strumenti per “risolvere” parte del “problema carceri”. Il 25 novembre 2013 la “sua” commissione ha predisposto il documento conclusivo, inviandolo ai propri interlocutori (ministro della Giustizia e governo).
Eccone i contenuti e le principali indicazioni, perché il carcere italiano oggi non è soltanto sovraffollato (64.500 i detenuti), è privo dei più elementari requisiti di umanità e dignità: dalla stratificazione sociale che vi è costretta al regime di refezione, dagli orari dei colloqui alla qualità delle strutture, dalle misure alternative agli sfollamenti. Condizioni che hanno costretto i commissari a definire il modello di detenzione italiano come “caratterizzato da passività e segregazione”.
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Il punto di partenza del ragionamento -e delle proposte elaborate dai commissari guidati da Palma- consiste nel dare “piena e positiva attuazione alle nuove previsioni normative”, e cioè a quei provvedimenti già varati ma in attesa di un riscontro da parte dell’Amministrazione penitenziaria. Secondo la commissione, infatti, quest’ultima avrebbe l’onere di agevolare – assumendo un “ruolo proponente” fin qui poco adottato – l’accesso alle misure alternative per chi è in carcere, consentendo alla magistratura di sorveglianza di valutare per tempo le istanze in materia. Inoltre, è sottolineata l’importanza strategica delle “convenzioni per lavori volontari di pubblica utilità a tempo definito” (manutenzione del territorio, ad esempio) la cui definizione spetterebbe ai Provveditorati dell’amministrazione penitenziaria. “Soltanto pochi -scrivono i commissari- si sono attivati in forme documentabili e soprattutto produttive”.
Il secondo aspetto riguarda il “potenziamento dell’accesso alle misure alternative”, considerate “lo strumento giuridico esterno per la realizzazione del reinserimento del condannato e uno dei sistemi attraverso i quali si realizza il migliore effetto deflativo”. Il fatto è che tra amministrazione penitenziaria e magistratura di sorveglianza il dialogo è complicato e la conseguenza diretta di questi inciampi si traduce nell’attuale “lentezza delle istruttorie”. Capita, infatti, che la cartella di ciascun detenuto non risulti “ordinata” o non venga trasmessa per via telematica, incidendo così sulle “lunghe attese del compimento dell’istruttoria”. Secondo la commissione, poi, il “documento sull’attività di osservazione”, e cioè il documento chiave per l’istruttoria che possa poi condurre alle misure alternative, è redatto oggi perlopiù in maniera superficiale, come una “mera narrazione descrittiva del vissuto” e non come un quadro preciso “al fine della concessione delle misure”. Il problema ricorrente resta il tempo di valutazione di ogni richiesta, sul quale la commissione ha suggerito un limite (“massimo un mese”).
Anche il campo dell’affidamento terapeutico per dipendenze necessita di interventi strutturali. Su 8mila detenuti “definitivi” tossicodipendenti o alcool dipendenti, sono oggi solo 2.400 i soggetti in affidamento terapeutico. Un terzo dei “potenziali beneficiari”. Un sotto utilizzo verso il quale “intervenire urgentemente”, scrive la commissione, predisponendo tavoli stabili tra Regioni, Asl, magistratura sorvegliante e amministrazione penitenziaria.
In materia di permessi per motivi di salute l’attuale prassi è del tutto priva di criteri oggettivi e omogenei. Occorre perciò “specificare tutti i casi in cui la patologia non possa essere curata dalla detenzione”, metabolizzando il fatto che “le malattie spesso non possono essere curate in carcere”, prosegue la commissione, coinvolgendo chi ancora non ha avuto grande ascolto o parola: l’Ordine dei medici.
Il terzo e fondamentale aspetto risponde al titolo “necessari interventi normativi”, che è centrale proprio per le iniziative governative in questi ultimi giorni. L’esempio più immediato è quello del ricorso alla custodia cautelare. Parlano i numeri: al 4 novembre 2013, i detenuti in custodia erano 24.744, a fronte dei 38.625 definitivi 1.195 internati. Degli oltre 24mila in custodia, 12.348 erano in attesa del primo grado di giudizio, 6.355 erano gli appellanti e 4.387 i ricorrenti. Oltre a suggerire, com’è ovvio, la “riduzione della custodia cautelare in carcere”, i commissari individuano in un “termine massimo di presenza negli Istituti circondariali delle grandi città” -dove peraltro si registrano il massimo affollamento e le peggiori condizioni detentive- un valido aiuto.
In materia di sostanze stupefacenti, poi, si incontra l’ostacolo più ingombrante: l’articolo 73 del Dpr 309/1990 (lo stesso contestato a Stefano Cucchi all’atto dell’arresto), riformato e inacidito dalla legge Fini-Giovanardi. I detenuti “ristretti” per la violazione di quell’articolo a novembre erano 24.326. Di questi, quelli senz’alcun altro reato contestato erano 19.119. Su questo, il Consiglio dei ministri ha seguito l’indicazione della commissione, visto che è stato reso autonomo il passato “comma 5” trasformandolo in reato a sé di “spaccio lieve” (per entità) che riguardava oltre 3mila detenuti.



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