Dieudonné e il mio amico Paolo

Un amico mi scrive: quando un articolo da sinistra (e senza ambiguità, please) sul caso Dieudonné?  

di Bruno Giorgini

Molte invece sono le ambiguità, a cominciare dalla quenelle, il gesto inventato da Dieudonné durante il suo spettacolo, che molti leggono come un saluto romano/ nazional socialista travestito e/o scimmiottato in incrocio col gesto dell’ombrello, e altri come un semplice, certo volgare, gesto di sfregio all’establishment, per finire con la sovradeterminazione mediatica del fenomeno, qualcuno ha parlato e scritto persino di 5 milioni di visite al sito del comico, ridotti poi  a uno, e allo stato attuale  seicentomila, tra cui io per esempio.

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Infatti non avendo visto lo spettacolo in vivo, ne ho cercato alcuni scampoli su youtube e altri luoghi virtuali, nonchè leggendo le cronache, e sul profumo di antisemitismo che ne emana, mescolato con molto altro, non avrei molti dubbi. Per l’intanto cominciamo col dire che il problema non è Dioudonné e nemmeno il suo spettacolo. Il problema vero della società francese, e in generale europea, è il suo rifiuto e/o incapacità a mettere in cantiere un modello multiculturale e multietnico di convivenza civile, magari sancito in una Costituzione Europea. Rifiuto e incapacità che ebbero nelle recenti guerre civili balcaniche il loro sanguinoso culmine, e che oggi  si manifestano un po’ ovunque in modi vari, tra cui campeggiano le aggressioni neonaziste contro gli immigrati di Alba Dorata in Grecia, e per la Francia un antislamismo diffuso spesso maschera e propulsore di razzismo, nonchè un pulviscolo di parole e azioni antisemite. Rispetto a questo grumo l’affaire Diuodonné è soltanto una deviazione, una stortura, però a volte quando la strada principale sembra interrotta, oltre a cercare pervicacemente  di ripristinarla,  si è anche obbligati a seguire il tracciato perverso che le circostanze ci dettano.

Chi vuole esercitare liberamente il suo culto in luoghi acconci, le moschee,  e non lungo i marciapiedi o in sottoscala e cantine, come avviene in molte città francesi, dovrebbe trovare comprensione in chi come gli ebrei da sempre fu discriminato nell’Europa cristiana, subendo dai pogrom alla restrizione nel ghetto – di invenzione veneziana- dalla cacciata  fuori dai confini della Spagna fino al confino in Russia. Una plurisecolare persecuzione che si esercita e s’accumula fino alla shoah, la deportazione, il lager, le camere a gas,  il genocidio, una sequenza che configura la cosidetta soluzione finale, trasformando l’antisemitismo endemico, incistato nella società e nel pensiero occidentale, in una tecnica accurata e precisa come una scienza esatta. Una nuova scienza della distruzione e annichilazione di un intero popolo persona per persona di ogni età, sesso, ceto e ideologia.   Scienza della deportazione, della spogliazione di ogni umanità, del genocidio, teorizzata, inventata, prodotta e praticata contro milioni di individui- non va mai dimenticato- dalla Germania ariana,colta, ricca, nazista nella maggioranza del suo popolo fin dentro la seconda guerra mondiale, non dai beduini del deserto e/o dai seguaci di Maometto.

L’intero antisemitismo riposa sulle spalle occidentali e europee, insorge là dove meno te lo aspetti, nelle pagine di Voltaire o di Baudelaire, potendo continuare con poeti e filosofi grandi e antisemiti fino all’altro ieri, Heidegger e Pound per esempio. Parrebbe logico che i discriminati ebrei di un tempo non tanto lontano tendessero la mano ai discriminati mussulmani di oggi, ma così non è pesando tra l’altro la ferita sempre più  purulenta del conflitto israelo palestinese, mentre proprio in questi giorni migliaia di  lavoratori  africani immigrati in Israele sono in sciopero e protestano, ascoltando le parole amare di David Grosmann su un popolo di profughi- l’ebreo errante per costrizione- che rifiuta la solidarietà a altri profughi, anzi li opprime.

Viceversa sul fronte dei giovani (e non solo) mussulmani e/o immigrati dal Maghreb e dalle terre d’Arabia, e dei beurs, l’antisionismo che molti di loro professano sconfina spesso  nell’antisemitismo, portandoli laddove stanno i razzisti e gli antislamici per eccellenza, l’estrema destra comunque cammuffata. Dieudonné cominciò nella sinistra antirazzista, finendo oggi in una lista “antisionista” con Alain Soral, già intellettuale marxista quindi nel FN da cui esce per ragioni di bottega – voleva nella lista delle europee un posto più visibile. Siamo dentro un paradossale cortocircuito che lede  diritti, libertà e memoria degli uni, gli ebrei, e degli altri, i beurs, i colonizzati d’antan, i mussulmani. Come ho già detto su queste pagine, dimenticando gli uni e gli altri quel brano di Primo Levi laddove egli scrive che nel Lager “mussulmani” venivano chiamati i prigionieri predestinati alla selezione della camera a gas,  gli ultimi nella scala “sociale” dei deportati.

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D’altra parte racconta il misurato Le Monde, il pubblico di Dieudonné è l’incarnazione vivente di questo paradosso. Leggiamone il sommario “In uno sketch Dieudonné paragonava il suo pubblico a una scatola di pastelli di tutti i colori. Basta assistere a una delle sue rappresentazioni al Théatre de la Main d’Or a Parigi per dargli ragione : ci sono poche sale in Francia in cui ritroviamo -fianco a fianco ridendo delle stesse battute – arabi, neri, bianchi, giovani delle cité (i luoghi urbani del massimo degrado, povertà, esclusione, abbandono- ndr), elettori di sinistra, di estrema sinistra, di estrema destra, razzisti, antirazzisti, antisemiti, antisionisti… tutti riuniti per ridere a spese della comunità ebraica – grande assente a parte qualche eccezione – nello stesso piacere giubilatorio a trasgredire l’ultimo tabù: la shoah.” Il giornale poi intervista  alcuni presenti, un ex- studente di Sciencepo, la grande scuola di politica fiore all’occhiello dell’establishment specie di sinistra, il giovanotto scapestrato della banlieu, fino al ragazzo ebreo, non molti ma qualcuno c’è, tutti uniti nel culto della risata,”si può ridere di tutto” è lo slogan che circola, la risata ci libera dal peso della storia, e ci permette di riflettere.  Su cosa? Per esempio dice l’ex –studente di Sciencepo ”la gerarchizzazione dei razzismi….a scuola ci parlano dei crimini della Germania e molto meno di quelli della Francia: la colonizzazione e la schiavitù. Esiste una paura di creare un sentimento antifrancese tra i giovani usciti dall’immigrazione. Ma succede l’inverso. Fin quando questa lettura etnocentrica della storia basata su due pesi e due misure non verrà risolta, il problema resterà aperto”.

In questa situazione interviene il Ministro dell’ Interno Manuel Valls vietando gli spettacoli di Dieudonné che il 9 gennaio doveva cominciare una turnè a Nantes. In un primo tempo il TAR regionale annulla l’ordinanza di divieto, in nome della libertà d’espressione,  poche ore dopo il Consiglio di Stato ribalta la decisione e lo spettacolo non si fa. Gli spettatori, alcune migliaia,  se ne vanno cantando la Marsigliese, mentre già si parla di una “giurisprudenza Dieudonné” restrittiva della libertà d’opinione e espressione.

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Una torsione del diritto decisamente in senso autoritario. Senza entrare nel merito e nella forma della discussione in punta di diritto molto vivace, basti una citazione del Consiglio di Stato laddove si parla delle proposte/proposizioni “penalmente perseguibili e di natura tale da mettere in causa la coesione nazionale rilevate durante le messe in scena dello spettacolo Il Muro tenutesi a Parigi”.  Pur essendo noi nel pieno della società dello spettacolo, è assai difficile credere che uno spettacolo abbia la potenza di mettere in causa la coesione nazionale della Francia, a meno che questa non sia in realtà molto debole, vedi inesistente, prima di tutto nell’inconscio se non  nel conscio, degli stessi estensori del divieto.

Insomma Dieudonné rappresenta e coagula tutti i timori, i fantasmi, i sensi di colpa e la cattiva coscienza di un establishment franco francese cui la società tal quale è, ormai multietnica in modo irreversibile, sembra sfuggire da tutte le parti. E siamo tornati all’inizio: se l’identità franco francese, nella sua versione di destra come in quella di sinistra, si fa sempre più evanescente, con  cosa sostituirla in mancanza di una identità europea? L a versione neocoloniale con l’intervento militare in Centrafrica è disastrosa, allora si cerca un senso alla Republique reprimendo gli spettacoli di Diudonné, perchè da qualche parte bisogna pure che il potere vinca. O piuttosto il Ministro degli Interni Manuel Valls, uomo approdato al governo  in funzione di garanzia “securitaria”, che egli concepisce e pratica  come leva per ambizioni più alte, e inquietanti. Manuel Valls che, dopo la decisione del Consiglio di Stato di vietare lo spettacolo, erge il suo petto e la sua retorica quasi avesse vinto la battaglia d’Inghilterra contro la Lutwaffe.  Cosa che non  sfugge a nessuno, titola infatti LIberation “Manuel Valls, le one-man show”, e l’altro showman Dieudonnè lo sfida, arrestami se puoi, con involontari effetti comici da una parte e dall’altra.  Ma se su un versante abbiamo uno spettacolo certamente con robuste venature antisemite e dall’altro una libertà d’espressione che va integralmente preservata- ricordo a tutti che Mein Kampf si trova su Amazon  e dice un mio amico ebreo che tutti dovremmo leggerlo come antidoto perchè in tutti ci può essere una piccola tentazione “nazista”- allora che fare?  Molte cose, per esempio attivare con forza iniziative della società in dissenso con i contenuti proposti da Dieudonné. Non rifiutare quella mixitè che si ritrova nei suoi spettacoli, quell’anomalo spazio pubblico multicolore descritto da Le Monde, ma andarci in mezzo, fischiare quando è il caso, tirare i pomodori, discutere, polemizzare, litigare, se del caso occupare il palcoscenico, intervenendo nel corpo vivo di chi ride alle pesanti prese in giro degli ebrei o agli scherzi sulla shoah.

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Gli spettacoli di Dieudonné sono questione della società civile, non della repressione statale, almeno finchè non diventano luoghi di organizzazione per azioni fasciste e/o naziste contro persone o cose. Aggiungo: sono questione europea, in modi e forme diverse da nazione a nazione, così come europea è la tentazione di soluzioni autoritarie, si pensi alle recenti leggi spagnole che limitano in modo drastico insieme il diritto a manifestare e il diritto delle donne a abortire, oppure alle macroscopiche violazioni e restrizioni dei diritti, dall’informazione all’organizzazione politica, che si sviluppano in Ungheria.

E’ banale dirlo ma non si risponde a Dieudonnè con una restrizione della democrazia bensì esattamente per la via opposta, quella di una democrazia libertaria, partecipata e attiva. Conclude Paolo nella lettera citata all’inizio: non è un argomento da cerchiobottismo. Bisogna prendere una posizione netta, secondo coscienza, anche se forse scontenterà alcuni. Chissà.



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