Sochi 2014 – Polveriera caucaso

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In occasione dei giochi olimpici invernali, Q Code Magazine ospita gli interventi di alcuni autori dell’ebook La Russia di Sochi 2014. Perché, oltre allo slalom gigante, c’è un paese intero da raccontare. Una Russia che si mostra al mondo, con le sue ricchezze e le sue contraddizioni, i suoi conflitti e la sua storia.

La Russia di Sochi 2014 è una pubblicazione di Cronache Internazionali, Limes Club Bologna e iMerica, scaricabile su computer, iPad, Kindle e tablet al sito www.progettosochi2014.it. Il collettivo di autori dell’eBook ha lanciato una campagna di crowdfunding su Eppela per rendere sostenibile la loro impresa.

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40mila soldati e agenti di polizia, sei sistemi di difesa missilistica a corto raggio, 5500 telecamere a circuito chiuso e una flotta di droni: una macchina militare senza precedenti per preservare la sicurezza dei giochi olimpici. Per Putin, a Sochi, nulla può andare storto

 

di Giulia Tarozzi e Pietro Figuera

 

13 febbraio 2014 – I Ventiduesimi Giochi Olimpici Invernali sono cominciati, e, come tutti i media hanno sottolineato, si svolgono in una zona molto calda, non solo per il clima mite dovuto alla prossimità del mare. La città di Sochi e le altre località a cinque cerchi, infatti, si trovano nel Caucaso, una regione da secoli scossa da conflitti interni, insurrezioni e guerre di conquista che l’hanno trasformata in uno dei luoghi più instabili della terra. A determinare questa instabilità è stata la geografia stessa, che ha posto il Caucaso al centro di un crocevia di migrazioni e dominazioni, antiche rotte commerciali e campi di battaglia. Ancora oggi, la regione è un’arena di scontro per le potenze che vi si affacciano, come l’Iran, la Russia e la Turchia. O che vi coltivano interessi energetici e strategici, come l’Ue e gli Stati Uniti.

 

mappa

 

I tumulti nell’area si sono poi inaspriti negli ultimi 25 anni quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le forze prima controllate da Mosca iniziarono a scalpitare per ottenere l’indipendenza da essa. Si sono così susseguite la guerra del Nagorno-Karabah tra Azerbaigian e Armenia (1988-1994), quella tra la Georgia e la regione separatista dell’Ossezia del Sud (1991-1992), il conflitto interetnico interno alla Repubblica autonoma dell’Ossezia del Nord (1992), la guerra per l’indipendenza dell’Abhazija dalla Georgia (1992-1993), la Prima (1994-1996) e la Seconda guerra d’indipendenza cecene (1999-2006) e della “guerra dei cinque giorni” tra Georgia e Russia del 2008. Quest’ultima scoppiata solo un anno dopo l’assegnazione dei Giochi olimpici a Sochi.

 

Scegliere di disputare le Olimpiadi proprio in questa zona è dunque un segnale forte a tutti i gruppi che ancora oggi rivendicano l’indipendenza dell’area. Con questa mossa Putin pianta la propria bandiera sul Caucaso, nell’intento di chiudere una volta per tutte la disputa territoriale e affermare il proprio dominio. Questa scelta è però estremamente rischiosa in quanto i leader indipendentisti hanno subito mostrato il proprio dissenso. In particolare, Dokka Umarov, l’autoproclamatosi nel 2007 Emiro del Caucaso, ha lanciato un anatema contro la manifestazione olimpica, sottolineando come questa si svolga proprio nei luoghi che hanno visto le più atroci battaglie tra Mosca e gli indipendentisti. «Sappiamo che sulle ossa dei nostri avi, sulle ossa di tanti, di molti musulmani che sono morti e sepolti sul nostro territorio lungo le coste del Mar Nero oggi, su tutto questo, si apprestano a mettere in scena i Giochi olimpici, e noi come mujahiddin non dobbiamo permettere che ciò accada».

 

doku Umarov(1)

 

Laureatosi con successo all’Oil Institute di Grozny, facoltà di ingegneria edile, Umarov ha guidato dal 2006 al 2007 la Repubblica secessionista cecena di Ichkeria (ChRI) per poi fondare l’Emirato del Caucaso, stato islamico non riconosciuto. E’ proprio sull’islamizzazione del conflitto che l’Emiro ha puntato per raccogliere attorno a sé la popolazione caucasica, pur non essendo il jihadismo islamico un’identità collettiva storicamente radicata nell’area, nemmeno per la maggioranza musulmana. Umarov, e prima di lui Šamil Basaev, leader di quella che poi sarebbe divenuta la ChRI, hanno fatto propria l’ideologia salafita per creare coesione.

 

foto jihad - © Un Photo by Armineh Johannes(1)

 

Alle rivendicazioni delle varie repubbliche separatiste, infatti, è sempre mancato un collante: essendo la regione estremamente variegata dal punto di vista etnico, e crocevia di culture differenti, era difficile identificare un fronte comune su cui far leva. L’islamismo ha giocato questo ruolo, proponendosi come la voce della coscienza antimperialista di coloro che volevano un Caucaso libero dal giogo di Mosca. Signori della guerra come Basaev e Umarov hanno fatto leva sulla voglia di rivalsa per reclutare manodopera del terrore, aumentare il sostegno da parte della popolazione locale e inserirsi nel mercato internazionale del jihad.

 

Tra i risultati più terribili della campagna del terrore di Umarov si annoverano l’attentato del 29 marzo 2010 alla metropolitana di Mosca, 41 morti, e quello all’aeroporto della capitale nel 2011, che ha comportato 37 morti e 180 feriti. Per questo, le minacce ai Giochi sono state prese in alta considerazione ed hanno contribuito alla creazione di un imponente sistema di sicurezza. Putin non può permettersi rischi. Le Olimpiadi di Sochi sono la vetrina scelta per dimostrare al mondo la propria potenza e il proprio potere su tutto il territorio russo, nessuna area fa eccezione.

 

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Di conseguenza, oltre all’esorbitante piano di investimenti, il governo russo ha messo in campo una macchina militare senza precedenti, pronta a difendere quelli che sono già stati definiti “I Giochi più sicuri di sempre”. A presidiare le strutture olimpiche e il territorio circostante vi sono oltre 40 mila soldati ed agenti di polizia e sei sistemi di difesa missilistica a corto raggio Pantsir-S, pronti ad intercettare eventuali aerei o missili diretti su Sochi. A questo si aggiungono le 5500 telecamere a circuito chiuso e una flotta di droni che monitorano ogni angolo dei Giochi.

 

Vale dunque la pena domandarsi se, visto il sistema di sicurezza messo in campo, è davvero così alto il rischio di un azione terroristica durante i Giochi. Nessuno ha la sfera di cristallo e, sicuramente, tra la mancata accensione di un cerchio olimpico durante la cerimonia di apertura e il tentativo di dirottamento di un aereo, c’è chi intravvede segni di auspici nefasti. In ogni caso, gli sforzi senza precedenti messi in campo dal governo dovrebbero dare i loro frutti, a meno di clamorose falle nel sistema. A preoccupare, più che un attacco diretto a Sochi, potrebbe essere un assalto negli snodi secondari della regione, meno controllati rispetto al cuore delle olimpiadi ma altrettanto capaci di arrecare un danno enorme all’immagine di Putin, oltre che di funestare irrimediabilmente l’atmosfera olimpica.

 

 

 

 

 



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