A spell to ward off the darkness

Il vincitore del 31° Torino Film Festival nella sezione Internazionale.doc è un film puramente concettuale e teorico tra misticismo e ricerca linguistica.

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2014/02/Juri-Saitta.jpg[/author_image] [author_info]di Juri Saitta. Nato nel 1987, laurea triennale in “Scienze della Comunicazione” e laureando in “Discipline cinematografiche. Storia, teoria, patrimonio” al DAMS di Torino. Appassionato di cinema praticamente da sempre, collabora da qualche anno con la rivista e il sito “FilmDOC”.[/author_info] [/author]

 

2 marzo 2014 – La sezione Internazionale.doc del 31° Torino Film Festival ha visto vincere come “miglior film” un’opera che rappresenta un tipo di cinema assolutamente concettuale e teorico, improntato sul misticismo e sulla ricerca di linguaggi filmici che rendano l’immagine sempre più autonoma dal racconto e dal soggetto rappresentato.

 Non è un caso che i tre episodi di A Spell to Ward Off the Darkness di Ben Rivers e Ben Russell non abbiano alcun collegamento narrativo tra di loro (a parte il personaggio ripreso): il primo è ambientato in una comune e segue la vita dei suoi abitanti; il secondo osserva le azioni di un uomo immerso nella natura; nel terzo si assiste a un concerto Black Metal.

Dunque, tre parti molto distanti sia dal punto di vista estetico sia da quello narrativo, momenti che rappresentano però altrettante tappe di un viaggio verso l’astrazione estetica e la spiritualità dell’essere umano. Non è un caso che l’immagine diventi sempre più importante del racconto man mano che il documentario va avanti. Se nella prima mezz’ora l’osservazione delle persone e dei loro comportamenti risulta preponderante rispetto alla pura ricerca formale, nei successivi sessanta minuti accade proprio l’opposto. Infatti, nel secondo episodio i numerosi campi lunghi indicano quanto l’immensità del paesaggio sia molto più rilevante rispetto al soggetto umano che vi abita, mentre l’ultima parte compie un ulteriore passo verso l’astrazione. Qui la regia inquadra l’esibizione musicale utilizzando soltanto delle luci naturali, in modo che la sequenza venga immersa da un’oscurità raramente “interrotta”  tramite dei dettagli sui volti dei musicisti illuminati dai fari del palcoscenico.

 

Vita nella comune

 

La sequenza è così composta da immagini prevalentemente nere intervallate poche volte da soggetti inquadrati talmente da vicino da sembrare in tal contesto quasi delle chiazze di colore, in una rappresentazione più vicina alla video arte che al cinema. L’opera passa così dalla narrazione debole alla completa astrazione in un graduale percorso verso l’autonomia dell’immagine; viaggio che però non è solo linguistico ed estetico, ma anche psichico e spirituale.

 

Seconda parte

Tutto ciò viene indicato tanto da un triangolo (possibile simbolo esoterico) che segna il passaggio da un episodio all’altro, quanto dalla lentezza del film e dalla sua struttura narrativa. Infatti, l’uomo che lega tutti gli episodi è sempre più solo con se stesso: passa prima da un ambiente piuttosto popoloso, per poi agire isolato in una natura completamente selvaggia e, infine, suona in un concerto inquadrato in maniera assolutamente astratta, possibile segno di una visione più mentale che fisica, più trascendentale che terrena.

Volti illuminati

 

Questo in un documentario che in qualche modo travalica il suo genere, diventando una pura e ostica ricerca sperimentale riguardante l’anima e l’immagine.

 

 



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