Impatto Siria

Ogni giorno 1.200 siriani cercano rifugio in Libano, dove oramai le persone in fuga dalla guerra cominciata nel 2011 sono un milione. Il dramma della Siria visto dal Paese dei cedri

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di Alessandra Fava

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7 aprile 2014 – Da ieri (ndr. 4 aprile) i rifugiati siriani in Libano sono un milione. Ma si tratta solo di quelli registrati, quindi secondo le stime informali sono molti di più. L’escalation è impressionante: due anni fa i registrati erano 18 mila, un anno fa 356 mila, e ieri hanno passato il fatidico milione. ”L’afflusso di un milione di rifugiati sarebbe una cifra notevole in qualsiasi Paese. Ma per il Libano, una nazione con diversi problemi interni, l’impatto è incredibile – ha detto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Antonio Guterres – I libanesi mostrano una generosità notevole, ma la battaglia è impari. Il Libano accoglie la concentrazione di rifugiati più grande di tutta la storia recente. Non possiamo lasciare solo a loro il fardello”. I bambini in età scolastica ormai superano quelli libanesi, sono 400 mila. Le scuole libanesi ne hanno già accoltI 100 mila ma sono al collasso. La rete informale di aiuto, fatta di associazioni confessionali e ong, riceve, dona, assiste ma si calcola che oltre 650 mila persone abbiano bisogno di un sussidio quotidiano per sopravvivere. Persino all’Università americana di Beirut, la rinomata Aub, passa su uno schermo un appello che invita gli studenti a portare vestiti e coperte per i profughi siriani. Nelle vie di Beirut negli ultimi mesi è sempre più frequente vedere gente che rovista nei cassonetti.

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A metà marzo due milioni e seicentomila siriani avevano lasciato il loro paese. In pratica quasi metà dei siriani (su una popolazione totale di 23 milioni) è scappata dalle loro case: una cifra davvero storica come dice l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite. E se in Libano sono un milione, ce ne sono quasi 600 mila in Giordania e oltre 630 mila circa in Turchia, 250 mila in Iraq, 150 mila in Egitto.

Il Paese dei cedri ne raccoglie il maggior numero e la cifra purtroppo cresce di giorno in giorno, perché 1.200 persone passano la frontiera libanese quotidianamente. Se i numeri fotografano il disastro umanitario, sul campo la questione è drammatica, anche per quegli occhi che conservano i segni della paura e le parole che escono a fatica se si deve descrivere che cosa si è passato. E poi ogni esposizione potrebbe essere eccessiva, come, ad esempio, raccontare da che parte si stava o che lavoro si faceva. Quindi a molte domande non ci sono risposte.

In un monolocale nel sud di Beirut, una delle zone più povere della città, è riparata Maysun, 37 anni, sei figli (4 maschi e 2 femmine). Con lei in Libano ha portato i cinque più piccoli, tutti sotto i 12 anni, il più piccolo ha un anno e due mesi. La più grande, 16 anni, si è appena sposata, è incinta ed è rimasta a Damasco. Fasciata in un vestito rosso fiamma sorride in una foto accanto al marito, ricordo di un momento sereno vissuto dalla famiglia, presenza costante nella galleria di immagini sul cellulare della madre. Maysun entra in casa, si spoglia del velo e dell’impermeabile lungo nero e resta in maglietta e gonna, tira fuori una tetta per allattare il più piccolo e chiacchiera del più e del meno. Ma, quando inizia l’intervista le risposte si fanno secche, a volte monosillabi.

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Maysun è arrivata a Beirut da un mese, il marito è qui da sei e ha trovato un lavoro come imbianchino, lo stesso lavoro che faceva in Siria. ”Avevo una grande paura per i miei figli. Scoppiavano bombe in continuazione. E’ una cosa terribile. Così siamo scappati – dice sintetica Maysun – Abbiamo provato tre volte a passare la frontiera, ci hanno respinti. Solo alla terza ce l’abbiamo fatta – come non vuole spiegarlo – Siamo arrivati qui che avevamo solo i vestiti addosso. Ma i bambini sono salvi, mashallah. Mio marito ha affittato questa stanza per 350 euro al mese. Quando sono arrivata era vuota. Vicini e associazioni ci hanno regalato dei materassi, almeno possiamo stenderli di notte e domire per terra e di giorno ne teniamo uno per terra e uno alle pareti e funzionano da divano. Mi hanno anche regalato qualche pentola per cucinare”. Guarda i figli e passa a parlare di futuro. Il suo sogno è che i figli studino, il più grande vuole diventare avvocato. Alla fine chiede con circospezione: ”Siamo sicuri che questa intervista esca solo in Italia?”.

Ai profughi ”ci siamo abituati – commenta un’amica libanese, cristiana – durante l’occupazione israeliana del sud nel 2006, 200 mila persone hanno risalito il Paese e tutti ci siamo dati da fare. Oggi ci sono i siriani. Guardiamo negli armadi, prendiamo cose. Io porto quello che ho a una famiglia ospitata da un mio amico. Oggi però ero in Hamra Street, mi hanno chiesto soldi per strada sette siriani. Fa impressione”.

L’emergenza è continua e crescente. I 12 campi palestinesi sono presi d’assalto. Sono le aree più povere, si trovano affitti a poco e in alcuni la popolazione di origine palestinese è già mescolata da tempo con nuove immigrazioni, ad esempio bengalesi o indiani, come a Shatila, Burji al-Barajneh nella cintura di Beirut e i campi di Sidone o Tripoli. ”Di nostro assistiamo circa 300 mila persone sui 400 mila rifugiati palestinesi arrivati per lo più nel 1948 – dice Kassem Aina dell’ong Assomoud, un’associazione indipendente, non legata ad alcun partito – oggi abbiamo anche migliaia di siriani. I campi erano già in situazioni pessime, senza infrastrutture, lo spazio era già ristretto, basta pensare che la popolazione dal ’48 a oggi è quadruplicata ovunque. Immaginate che cosa succede ora con l’arrivo dei siriani”. Nella scuola di Assomoud a Shatila, che ospita anche un ambulatorio dentistico dove al mattino vengono curati gratis i bambini e al pomeriggio gli adulti (pagando solo il materiale utilizzato), all’ultimo piano hanno piazzato una classe per insegnare l’inglese ai bambini siriani, in modo che al pomeriggio possano frequentare le scuole dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni unite per i profughi palestinesi). Nella classe ci sono una decina di studenti e il loro insegnante è siriano: ”Alcuni ragazzini sono qui da sei mesi, altri da un anno, io da sei mesi – dice Salim, grande e grosso, 20 anni – Siamo quasi tutti del campo profughi di Yarmouk, vicino a Damasco. In Siria insegnavo in una scuola statale, una scuola del governo, fuori dal campo”. Salim dice che i ragazzini hanno problemi di concentrazione e uno degli argomenti di cui parlano spesso è che a casa non ci sono soldi e non c’è abbastanza da mangiare. ”I problemi sono davvero tanti”, conclude.

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Anche nel campo di Mye Mye, vicino a Sidone (5 mila rifugiati palestinesi registrati), continuano ad arrivare profughi dalla guerra confinante. Non vivono solo dentro il campo di pochi chilometri quadrati in cima a una collina spazzata dal vento e dal sole, ma anche nei sobborghi intorno a Sidone, come Sirop, Nadisubat, Ham Shari, Smalyeh. Su al campo, arrivano a famiglie o soli, a nome di gruppi familiari con pacchi di documenti. Li portano al presidente del comitato popolare del Plo, Galeb Dnan, così si registrano presso la comunità e hanno accesso ai servizi dell’Unrwa, ad esempio ottengono l’accesso alle scuole per i figli, la possibilità di essere curati gratis in ambulatori o di andare in un ospedale per le urgenze e avere la copertura delle spese. In un paio d’ore arrivano 5 famiglie. In 15 hanno trovato una casa in affitto a 300 dollari. Anche loro sono di Yarmuk e sono qui da un mese, ”mia figlia studiava all’università in Siria e ora ha dovuto interrompere gli studi”, dice con rammarico una donna. ”Nelle ultime settimane sono arrivate 400 famiglie, cerchiamo di aiutarli come possiamo – dice Nisrin Al-Kaldhy che lavora all’Unrwa e anche come volontaria nel comitato popolare del campo, prima donna eletta nel comitato di un campo in Libano – Non abbiamo molte strutture qui da noi, ci sono due asili nido, uno del Plo e uno di Hamas, una clinica aperta tre giorni alla settimana. Così i siriani frequentano una scuola che Urnwa ha appena aperto a Sidone dove hanno lezioni al pomeriggio con insegnanti che conoscono i programmi delle scuole siriane, anche perché i ragazzini non sanno per niente l’inglese. Noi li aiutiamo magari a trovare una casa con affitti bassi, tipo 350 dollari al mese, anche se in molti casi pagheranno nei prossimi mesi, quando trovano un lavoro”.

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