Un ponte tra passato e futuro

La struttura che collega Rio e Niterói compie 40 anni portandosi sulle spalle il fardello di una storia pesante: quella della dittatura

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/11/1015058_4778608114201_571572631_o.jpg[/author_image] [author_info]di Elena Esposto. @loveSleepless. Nata in una ridente cittadina tra i monti trentini chiamata Rovereto, scappa di casa per la prima volta di casa a sedici anni, destinazione Ungheria. Ha frequentato l’Università Cattolica a Milano e si è laureata in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo. Ha vissuto per nove mesi a Rio de Janeiro durante l’università per studiare le favelas, le loro dinamiche socio-economiche, il traffico di droga e le politiche di controllo alla criminalità ed è rimasta decisamente segnata dalla saudade. Folle viaggiatrice, poliglotta, bevitrice di birra, mediamente cattolica e amante del bel tempo. Attualmente fa la spola tra Rovereto e Milano[/author_info] [/author]

26 luglio 2014 – “Tudo na vida tem um lado bom e um lado Niterói”. Così una nota di coppia di comici brasiliani prende in giro la città dirimpettaia di Rio de Janeiro, collocata dall’altro lato della Bahia de Guanabara. Del resto questa ironia è piuttosto comune. I cariocas, sempre molto modesti, usano dire che la cosa più bella di Niterói è la vista su Rio.

Ma la piccola cittadina è famosa anche per altre cose, come per il fatto che è il secondo luogo al mondo, dopo Brasilia, con il maggior numero di opere dell’architetto Oscar Niemeyer. E per il Ponte.

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Il ponte che collega Rio a Niterói, con i suoi 13,290 km di lunghezza, è l’undicesimo ponte sull’acqua più grande del mondo, il terzo all’epoca della sua costruzione nel 1974. Inaugurato per festeggiare l’anniversario dei 10 anni della dittatura militare, esso voleva simbolizzare il Grande Brasile governato dai militari, una vittoria ingegneristica per l’integrazione nazionale. Il ponte infatti permetteva il collegamento fra i due stati, l’Estado do Rio de Janeiro, di cui Niterói fu capitale fino al 1975, e l’Estado de Guanabara la cui capitale era Rio de Janeiro. Nel 1975 le due unità federali vennero poi fuse nell’attuale Estado do Rio de Janeiro.

Il Ponte Rio-Niterói compie 40 anni portandosi sulle spalle il fardello di una storia pesante, che abbiamo già raccontato: quella della dittatura militare. Esso porta infatti il nome del maresciallo Artur da Costa e Silva, presidente militare tra il 1967 e il 1969 e uno dei principali architetti dell’apparato repressivo che causò la scomparsa di almeno cinquecento persone.

Non solo. Nel suo piccolo il Ponte soffrì il suo personale golpe militare. Per far sì che fosse inaugurato prima del termine della scadenza del governo, infatti, il cantiere fu sottoposto al controllo diretto dei militari che ne controllavano i lavori e che lo presidiavano con guardie armate di mitraglia. Perfino le sue misure furono calibrate in base alle necessità dei corpi militari: altezza minima di 60 metri per la Marina e altezza massima di 72 metri per l’Aeronautica. Neanche a dirlo, il ponte misura esattamente 72 metri, perfetti, al millimetro.

Oggi, a cinquant’anni dal golpe militare e mentre le Commissões Nacionais da Verdade cercano di ricostruire una storia orribile quanto indispensabile, si chiede che il Ponte, come altri spazi pubblici, venga ribattezzato.
La famiglia di Mario Andreazza, l’allora ministro dei Traporti nonché ideatore del Ponte risponde alla richiesta dei cittadini e il giornalista Carlos Andreazza afferma (fonte: GLOBO): “A questi revisori della storia, chiusi dalla mistificazione, ostruiti dalla dottrina del giustiziare la memoria, ciechi ai fatti, non viene in mente che senza Costa e Silva non ci sarebbe il Ponte. Lì non si omaggia la dittatura, l’arbitrio, la tortura, ma un individuo che, nonostante tanti errori, ci ha azzeccato, se non tante volte almeno una”.

L’argomento è debole, debolissimo. Anche Mussolini ha bonificato l’Agro Pontino, ma non per questo avrei piacere che la piazza principale di Rovereto fosse intestata a lui. E potremmo dire lo stesso delle grandi opere della Germania nazista. Qualcuno di voi ha mai sentito di una scuola che porta il nome di Adolf Hitler?

Oggi almeno 153 mila veicoli attraversano il ponte. Secondo le stime, rimanendo nei limiti di velocità, ci si mette 13 minuti ad attraversarlo. Negli orari di punta ce ne vogliono 45 e mi chiedo quanti degli automobilisti intenti a bestemmiare imbottigliati sotto il sole cocente pensino a quello che quel ponte rappresenta. Probabilmente nessuno. La musica che esce dalle autoradio e i rosari di imprecazione degli automobilisti riempiono quel silenzio pesante che gli anni della dittatura hanno rovesciato sul Paese.

Come sostiene Heloísa Maria Murgel Starling, professoressa di Storia del Brasile all’Università Federale di Minas Gerais, ci sono ancora troppi silenzi intorno alla dittatura militare. Il silenzio di una dittatura che ha avuto l’appoggio di enormi fette della società, lo abbiamo già detto parlando di Jango. I banchieri, gli imprenditori, gli industriali, i proprietari terrieri, il clero e alcuni settori della stampa.

Il silenzio di una dittatura che ha schiavizzato e sterminato le popolazioni indigene con inoculazioni intenzionali di vaiolo, donazioni di zucchero misto a stricnina o tramite vere e proprie cacce all’uomo con mitra e candelotti di dinamite lanciati dagli aerei per poter completare l’occupazione completa del territorio brasiliano.

Il silenzio di una dittatura che ha visto giudici e avvocati conniventi condannare oppositori politici in tribunali militari e fuori da qualunque concetto dello Stato di diritto. Il silenzio di una dittatura che eliminava fisicamente gli oppositori politici e usava la tortura per interrogare i prigionieri.

Un silenzio che ai brasiliani piace custodire quasi si vergognassero di far emergere quella memoria scomoda e dolorosa. Una memoria che invece dovrebbe essere impressa a fuoco nella mente delle nuove generazioni. Nomi e cognomi vanno saputi a memoria. Volti, fatti, date. Bisogna conoscerli i mostri del passato, dar loro un nome e una definizione oggi per evitarli di nuovo nel futuro.

E se questi nomi fossero scritti sui libri di storia invece che sulle targhe dei ponti forse non sarebbe solo qualche giornalista particolarmente acuto ad accorgersi che pericolose correnti autoritarie ancora serpeggiano inquietanti nel Paese.

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