Di turismo, archeologia, vite in transito, migrazioni
di Nicola Sessa
L’ultima volta che ero stato in Grecia, era il 2012. C’ero andato da giornalista che indagava sulla crisi , quella con la C maiuscola, che spiegava i suoi effetti devastanti sulla popolazione greca, come e forse più della peste di età periclea (429 a.C.).
Stavolta ci sono andato da turista, dilettante archeologo. Quattro ore a sud di Atene, c’è il Mani, terzo dito del tetradattilo peloponnesiaco. Alla sua estremità, Capo Tenaro custodisce quel che rimane del Tempio di Poseidon e dell’Oracolo della Morte. Qui, gli Spartani massacrarono un migliaio di iloti, schiavi della Messenia, che si erano rivoltati mentre Sparta era impegnata nella guerra contro Atene durata “tre volte nove anni”.
La geografia e la descrizione dei luoghi ė molto simile, ancora, alle immagini desumibili dalla lettura tucididea; immutata, se come riferimento si prende Patrick Fremor, ex ufficiale britannico della Seconda Guerra Mondiale, scrittore e ultimo amico di Bruce Chatwin.
La mia breve vita di archeologo sgangherato, ė stata bruscamente recisa dal virus che, anche nolente, ti porta a interessarti delle umane faccende, orribili, del nostro tempo. La mia osservazione si ė spostata su segnali, simboli, cause e sintomi del cambiamento.
Nel 2012, le cronache raccontavano dei negozi chiusi e delle strade vuote. I dettaglianti erano in ginocchio e pregavano gli stranieri, con estrema dignità, di comprare qualcosa. Ora, a catena, anche l’ingrosso ha subito un arresto cardiaco, i grandi magazzini, le fabbriche che circondano le città sono diventate dei monumenti alla crisi: impolverati, opachi, morti come dei grandi mammut rimasti impigliati nelle fondamenta di cemento.
Una sfilata che passa attraverso il finestrino della macchina che racconta la cronologia della fine del sistema economico occidentale, l’archeologia moderna del capitalismo. Anche l’anima del commercio, sua maestà la pubblicità, ha dato forfait. I tabelloni pubblicitari, sono tutti bianchi, vuoti… Neanche più il numero di telefono che invita ad affittare lo spazio. Il rovescio della medaglia?
Questi enormi display sono diventati delle tele bianche riempite da poeti urbani. E poi ci sono dei piccoli dettagli, che richiedono un occhio allenato: dal Peloponneso ad Atene le strade, i massi, le rocce, i cartelli stradali sono marchiati con due lettere: XA. Ė l’acronimo di Xrysi Avgi, Alba Dorata, la formazione di estrema destra xenofoba e violenta che sta scalando i consensi nella Grecia abbandonata dall’Europa. Qualche anno fa, i suoi membri si muovevano e agivano nei sotterranei della società. Poi, l’escalation, nonostante l’arresto di pezzi dei vertici del partito con accuse gravissime di omicidio e attacchi violenti ai danni dei migranti che provano a sopravvivere nelle strade di Atene. L’orizzonte greco ė nero e fa paura, molto più dei marosi dell’Egeo.
Riflettevo su tutto questo, mentre ero in fila al gate del volo Easyjet, destinazione Roma.
Francesco Michelin.
Non dimenticherò mai questo nome letto furtivamente sulla carta d’identità del mio vicino di fila. Un signore sulla cinquantina, allegro, vestito in maniera colorata, da perfetto yachtman. Colletto della polo alzato, scarpe di tela griffate, pantaloni a mezza gamba, blu.
Eravamo, più o meno a un terzo della fila, quando arriva un giovane poliziotto greco. Come un chirurgo in fase di triage, passa in rassegna i volti delle persone. Con precisione altrettanto chirurgica, chiama fuori dalla fila uno, due, tre… sei ragazzi. Chiede i documenti e i biglietti. Tutti con carte d’identità italiane.
Il giovane poliziotto ha la faccia di chi ha fatto centro e li invita a sedersi in disparte. Nessuna reazione da parte di questi turisti, che adesso a vederli tutti insieme, non sembrano propriamente italiani. Il signor Michelin, al mio fianco, continua a farsi aria con il biglietto e la carta d’identità ben in vista. Sbuffa… Sa che questo inconveniente potrebbe causare un ritardo.
I viaggiatori dietro di me cominciano ad andare in escandescenza… Non capiscono cosa succede e si sparge la voce che i sei ragazzi sono membri di al-Qaeda e che saremmo saltati in aria in volo. Le mogli chiedono ai mariti di rinunciare al volo per partire l’indomani. Spiego loro ciò che credo di aver capito… Sono arrugginito come giornalista, dico loro, ma questi poveri ragazzi sono dei “clandestini” che avranno investito tutto quello che avevano per arrivare in Grecia e poi in Italia. Ma sono stati sfortunati.
Chiedo scusa ai lettori per la parola “clandestini”.
Il poliziotto torna alla caccia e stavolta piomba su una giovane mamma con due bambine. Si ė arresa subito. Ha avvicinato il suo volto a mezzo palmo da quello del poliziotto e lo ha implorato di non spaventare le figlie, di sorridere loro e accarezzarne i volti. Così fa il giovane sottufficiale. E siamo a nove. Il primo ragazzo ad essere stato “scelto” cede e non riesce a trattenere le lacrime che copiose bagnano la t-Shirt con la scritta “Jetzt wird Sommer”, adesso arriva l’estate…
Tra i viaggiatori cresce l’impazienza, qualcuno mostra disappunto. “Ma la legge ė legge”, bisbiglia uno. In quel momento, sbagliatissimo, ho ripensato al dialogo tra Critone e Socrate. E ho sposato l’impulsività – più umana – del primo rispetto all’oltranzismo del secondo: le leggi non sono sempre giuste e non vanno accettate tutte, seppur criticamente. La giustizia ė una cosa, trascendente dalle umane esperienze e perciò dunque sempre più inafferrabile, come una chimera. E Legge non coincide con Giustizia.
Ho visto il vuoto, il fantasma di un’Europa che non c’ė e quando c’ė, sceglie il versante più scivoloso. D’altra parte, questo ė lo spirito dei tempi, ma se il Faust di Goehte aveva ragione, si tratta dello spirito dei “Signori” – oggi avrebbe detto, dei burocrati – in cui lo spirito dei tempi si specchia solamente.
L’imbarco ė aperto; i nove viaggiatori della speranza vengono deportati altrove. Il poliziotto, rappresentante la legge europea, porta via il suo bottino. Al suo posto arriva una collega, alta con i capelli raccolti in una tiratissima coda di cavallo.
Il signor Michelin, alla mia sinistra, scuote la testa. Arriviamo insieme all’ultimo controllo. Un rapido sguardo tra l’impiegata di Easyjet e la poliziotta che in un perfetto italiano chiede al signor Michelin: “Scusi, mi sa dire che ore sono adesso a Roma?” E il Michelin, con un sorriso bellissimo, “Si io volo Roma dove casa e famiglia”. Ecco cosa vuol dire arrivare a un metro dalla meta… Avrei voluto dargli una spinta verso quel sogno… Ma le uniche parole che ho pronunciato, sono state: ci vorrebbe più rispetto per chi prova la fuga dall’inferno.
Sull’aereo li ho visti tutti quei vuoti ingombranti, quelle intenzioni di una vita nuova: una fila da tre posti completamente vuota era di sicuro quella assegnata alla giovane madre con i due bambini. Altri sei, a macchia di leopardo, qua e là. Il decimo, proprio di fianco al mio, forse era proprio del signor Michelin. Sarebbe stata una vacanza da sogno e invece sono ripiombati nell’Ade.
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