Voci da Maidan/1

Hanno perso l’innocenza, hanno conosciuto la rivoluzione. I giovani di Kiev e i loro sogni della nuova Ucraina

di Giorgia Orlandi

11 agosto 2014- Arriviamo all’aeroporto di Kiev con un volo da Londra alle 5,45 locali. Io e Gabriella la mia amica fotografa, siamo in fila per il controllo passaporti. Ci avvicina Violeta, marketing manager di 25 anni. Accenna qualche frase in italiano per poi passare all’inglese. Ci chiede dove alloggiamo, e appena le diciamo “Hotel Ukraine” nella piazza principale, fa un sussulto. Lei, dalla Maiden square, il luogo degli scontri, non ci passa, ha paura: “Ci stanno quelli che protestano – ci spiega – meglio evitare”. Violeta, ha scelto di vivere fuori dal centro di Kiev. Si è trasferita qui da Odessa solo da novembre scorso, proprio quando sono iniziate le sommosse. Ci racconta di quando in quel periodo atterrò nello stesso aeroporto: “Esperienza terribile – ricorda -. C’erano persone in uniforme che mi chiedevano chi fossi, volevano sapere tutto, pur non appartenendo a nessun corpo armato. Non era la polizia, era gente qualunque, avevano i fucili”.

Nel tragitto dall’aeroporto al centro, vediamo i primi soldati, prima uno poi due, tre. In mezzo a loro gente comune, facce tese: studenti, impiegati, giovani ragazze in minigonna. Arriviamo in albergo, un grande palazzo fatiscente che domina la piazza principale. Fuori le barricate innalzate con materiali di fortuna: ruote, lame di ferro, pannelli di legno. Gli stessi usati il 20 febbraio scorso dalla resistenza ucraina negli scontri contro la polizia di Kiev. Intorno a noi fumo e puzza di bruciato.

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

All’ingresso ancora uomini in divisa e alla nostra domanda “chi sono?”, una timida receptionist risponde che “sono qui per proteggerci”. Proteggerci da chi? Già perché qui nell’hotel Ukraine c’è stata una conferenza con l’ambasciatore americano a Kiev e il rischio rappresaglie è alto. L’abbiamo persa per poche ore.

Posati i bagagli, usciamo fuori. Di fronte a noi Maidan, che molti continuano a chiamare con il suo nome completo, piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti). È stata teatro delle più importanti rivoluzioni del Paese, dalle lotte per l’indipendenza, alla Rivoluzione Arancione, fino agli eventi dell’Euromaidan ovvero le sommosse civili iniziate lo scorso novembre, che l’hanno trasformata solo in Maidan.

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

 

Ci facciamo strada attraverso le barricate, davanti a noi una distesa di tendoni, chiamati anche dai locali “il presidio dei popoli dell’Ucraina”. Qui abitano in pianta stabile soldati e volontari in divisa “camouflage”. Mentre camminiamo, incrociamo turisti ucraini muniti di macchine fotografiche e coppie di giovani che posano davanti ai cimeli delle proteste e i ritratti dei deceduti. Le carcasse della rivoluzione oggi sono diventate oggetti di culto, tanto da attirare un nuovo turismo. Qui si arriva da ogni parte del Paese, come in una processione verso un luogo di preghiera. Si viene per onorare chi ha sacrificato la propria vita in nome della Rivoluzione.

Poco lontano, un sit-in di pacifisti. Qui conosciamo Bagdana, 14 anni, volto angelico, una lunga treccia bionda che le scende da un lato. Indossa una giacca militare con sopra un gilet giallo fluo con la scritta “Pray for Ukraine”, in mano un mazzo di fiori. “Soldatessa-hippie”, Bagdana rappresenta i giovanissimi di Kiev, disposti a tutto pur di salvare il Paese. Lei, nonostante l’età, lo sa bene, dopo essere riuscita a scampare la morte durante la rivolta dello scorso febbraio. Un cecchino, racconta, le ha sparato addosso sfiorandole la tempia. “Paura? Non più di tanto… Sì, per un momento, ma ero pronta a morire”. “Il nemico vuole ucciderci – continua-. Il nemico sono i russi”. Con un sorriso ci dice che “se deve farlo può sparare… Me lo hanno insegnato – continua -, lo farei per difendermi”.

Il giorno dopo incontriamo Irina, 25 anni, studi in economia, nata e cresciuta a Kiev. Suo padre è un ex generale sovietico di stanza qui. È lei il nostro più importante contatto da quando ci siamo conosciute grazie ad Instagram. Avevo letto una sua intervista apparsa sul New York Times e ho deciso di contattarla. Mi aveva colpito la veemenza con cui la giovane forniva un quadro attento della situazione successiva alla cacciata del presidente Viktor Yanuovich. Rivendicando il valore di una Rivoluzione combattuta con passione dalla gente comune, Irina nell’intervista predicava la necessità di nuove elezioni per evitare la salita al potere dei vecchi oligarchi.

Decidiamo di approfittare di quell’incontro per farci mostrare la città, sopratutto i luoghi dove solo poco tempo fa hanno perso la vita diverse persone. Anche Irina c’era quei giorni. Lei come molti altri ragazzi, a Maidan non vengono mai. Quando le chiediamo di posare per qualche scatto ha quasi timore. Mi chiede di non parlarne e quando sollecito un commento su quei giorni e come hanno cambiato la sua vita, inizia a piangere. Per lei sono stati momenti terribili, ha visto morire amici, conoscenti e come molti altri giovani, ha dovuto imparare a difendersi. “Mi hanno insegnato a confezionare Molotov”spiega, accennando un sorriso ambiguo.

È ora di pranzo, andiamo verso la Cattedrale di San Michele. “Questo – racconta – è il luogo dove venivano accolti i feriti delle protesta. A differenza della Chiesa di Santa Sofia, confiscata dai Russi nel 1934, in cui sono state cacciate molte delle persone, che sono andate là a cercare rifugio”.

Le domande da fare sono molte e decidiamo di completare l’intervista a tavola. Irina ci porta in un ristorante tipico. Parliamo molto, anche se il tempo è poco. Tra le varie cose, mi colpisce la sicurezza con cui mi spiega che secondo lei il suo Paese non ha bisogno degli aiuti dell’Unione Europea. “Non abbiamo bisogno che voi, o l’America, mandiate i vostri soldati. Qui ci serve solo addestramento, insegnare ai nostri ragazzi a difendersi. Non solo strategia, ma anche armi”.

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

Foto di Gabriella De Martino (www.gabriellademartino.com)

 

Irina non è nazionalista, ma come molti altri ragazzi della sua età ha un’idea molto netta di quello che sta accadendo.“Ci saranno dei referendum ad est e la Russia dovrà trattare”. Alla fine del pranzo ci racconta una storia molto curiosa che mostra, secondo lei, quanto la propaganda Russa stia influenzando la parte est del paese.

“Sapete, cosa sta facendo Putin? Sta pagando degli attori, dei finti sostenitori, per convincere la gente ad unirsi alla causa russa… Pazzesco”. Sorridiamo insieme a lei e sulle note di questo aneddoto ci incamminiamo verso l’albergo. Accendiamo la tv, ma neanche quella riesce a tenerci compagnia. Il governo ucraino ha da poco soppresso tutti i canali televisivi russi e per noi è arrivata ora di dormire.

 

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