La rabbia di Jack

Storia di Jack Johnson, il primo pugile nero a diventare campione del mondo dei pesi massimi

 

di Christian Elia

@eliachir

13 agosto 2014- Un auto parte sgommando. E’ il 10 giugno 1946, gli Stati Uniti, appena un anno dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, sono un gigante che è rimasto in piedi, mentre attorno a sé son caduti tutti. Ma un gigante che ha una cicatrice.

Giugno a Franklinton, in North Carolina, non è ardente come può esserlo in Texas. L’auto corre troppo, ma l’autista non può essere stato accecato dal sole. E’ stato accecato dalla rabbia. Perché nella tavola calda dove si è fermato per mangiare un boccone e una tazza di caffè, ancora, nel 1946, si è sentito dire di non essere gradito. Perché è nero.

E’ la rabbia che soffoca, quella che fa stringere i pugni. L’auto sbanda, esce di strada, si schianta. I soccorritori si trovano davanti un gigante nero, il trasporto in ospedale non serve a nulla. Quel giorno, pieno di rabbia e frustrazione, muore a 68 anni Arthur John Johnson, detto ‘Jack’. Il primo nero della storia a diventare campione del mondo.

La cicatrice che attraversava gli Usa, emersi dal conflitto mondiale come l’unica grande potenza del pianeta, è quella del razzismo. Una cicatrice che farà male, s’infiammerà, si infetterà ancora fino a tutti gli anni Sessanta. Jack, però, non può saperlo. Lui ha perso prima la sua vita, ma è riuscito a restare un’icona di riscatto del movimento dei neri per i diritti civili, prima che Mohammed Alì diventasse il suo profeta.

Ed è facile immaginare la rabbia di Jack, che ha visto partire i figli e i nipoti dei suoi amici neri verso i quattro angoli della Terra, per combattere e morire in nome di un Paese che non lo ritiene degno di prendere un caffè. Quella stessa rabbia che per tutta la vita ha saputo far diventare forza.

 

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Jack Johnson nasce nel 1878, a Glaveston, in Texas. Sei fratelli, famiglia di ex schiavi. La fame che morde, la necessità di lasciare la scuola per fare tutti i lavori che nell’America della fine dell’Ottocento erano possibili per un nero. Fino a diventare una specie di stella nel circuito di quelle che venivano chiamate Battle Royal: vere e proprie fiere di lotta tra neri, dove i bianchi si recavano come al circo, buttando monete a quei combattenti che li facevano divertire di più.

Uno zoo, praticamente. Jack, però, brucia di rabbia. Non è quella la vita che vuole vivere. Diventa professionista nel 1897, ma la boxe era ancora illegale in alcune contee del Texas, così Jack viene arrestato nel 1901 dopo un incontro con Joe Choynski, una vecchia volpe del ring. Joe aveva vinto, ma passando un mese in carcere con Jack, aveva convinto quel gigante nero delle sue possibilità, offrendosi di essere il suo Virgilio.

Jack è una potenza della natura. Il suo stile è rozzo, per alcuni. Pare quasi iniziare a combattere dal 3, o 4 round. Prima schiva, fa sfogare l’avversario, lo guarda sfiancarsi. Nel frattempo, la rabbia, morde. Ecco che diventa celebre per le conversazioni con il pubblico a bordo ring, risponde alle provocazioni, non ‘tiene a freno la lingua’, come scrivono i giornali dell’epoca, che non gli perdonano di non essere un ‘bravo negro silenzioso’. Lo chiamano ‘scorretto’, ‘criminale’, addirittura. Ma vince. E continua a vincere fino a sfidare, nel 1902, Ed ‘Denver’ Martin, vincendo la corona di campione del mondo dei pesi massimi. Categoria neri.

Eh già, proprio così, perché era come un campionato a parte. A Jack non basta, la sua rabbia non si placa. Quell’aggettivo, in fondo alla definizione più bella per un pugile, è come una vittoria incompleta, beffarda. Il campione dell’epoca, tra i bianchi, è James J. Jeffries, noto razzista, che si rifiuta di combattere con Jack.

Jack Johnson vs James J. Jeffries, Reno (Texas), 4 luglio 1910 – La sfida del secolo

 

 

Jeffries di ritira imbattuto, lasciando vacante il trono di re dei massimi. Johnson, in Australia, nel 1908, stende Tommy Burns, ma non gli viene riconosciuto il titolo di nuovo campione del mondo. Schermaglie burocratiche, piccole infamie, solo per non ammettere il razzismo di fondo della decisione. La rabbia di Jack è cieca, ma il destino gli offre una rivincita, grazie alla sorda arroganza di Jeffries.

L’ex campione decide di tornare sul ring, per ‘dare una lezione al negro’. Aiutato nella sua scelta dai quasi – cifra mai confermata – 120mila dollari che eminenti razzisti del Texas gli offrivano per far abbassare la cresta a Jack. L’incontro venne organizzato a Reno, in Texas, il 4 luglio 1910, davanti a 20mila spettatori.

Jack, nel giorno che celebra gli Stati Uniti, sente alle sue spalle tutta la comunità nera degli States. E Jeffries venne massacrato in quella che all’epoca venne definita la ‘sfida del secolo’. Armi e alcolici vietati, perché la tensione razziale era evidente. Quando i secondi di Jeffries, che aveva resistito alle mazzate terribili di Johnson, capace di un diretto di una potenza mostruosa, buttarono la spugna fu chiaro a tutti chi era il campione.

In tutti gli Stati Uniti i festeggiamenti dei neri causarono violenti scontri: almeno 23 neri e due bianchi persero la vita, centinaia i feriti, decine i tentativi di linciaggio ai danni di neri evitati per un pelo dalla polizia. Vennero proibite le proiezioni di un film dell’evento, per evitare incidenti.

A tribute to Jack Johnson, 1971, di Miles Davis

 

 

Johnson, dopo un arresto nel 1913, scappò all’estero. La sua fidanzata, Belle Schreiber, era bianca. Elemento che Jack ostentava provocatoriamente e che mandava in bestia i razzisti. Comprando un biglietto ferroviario per la sua compagna, un zelante magistrato lo ritenne colpevole di ‘tratta delle bianche’, punita dalla Legge Mann dell’epoca, che in buona sostanza impediva le coppie miste.

Nel 1915, dal suo esilio di Cuba, Johnson perse il titolo, contro Jess Willard. Riuscì a tornare negli Stati Uniti solo nel 1920, tradotto immediatamente in carcere. Non combatterà mai più ad alto livello, ma si concederà solo per esibizioni di dubbio gusto, fin quasi ai 60 anni. Ma riuscendo sempre a far passare un messaggio: io sono nero, io abbatterò a pugni il vostro disprezzo.

La rabbia, però, Johnson non è mai riuscito a sconfiggerla. Magari senza essersi reso conto che quel che era stato capace di fare è rimasto per sempre nel mito.

Miles Davis, negli anni Settanta, gli dedicò un album intero, assieme a film e libri. Jack ha lasciato per sempre questo mondo, ma la sua rabbia è rimasta qui, nei pugni stretti di tutti gli oppressi.

 

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