Il Qarabaq, squadra di una città fantasma, tra memoria di guerra e identità, a cavallo tra Azerbaijan e Armenia
di Christian Elia
@eliachr
4 ottobre 2014 – Fin da quando avviene l’iniziazione alla religione laica del pallone si sceglie una setta. Una squadra, per capirci. L’umanità in odore di santo pallone si divide, fin dalla più tenera età, in due grandi scuole di pensiero: l’appartenenza territoriale o quella del cuore.
Per capirci: sostenere, ebbri di cieco amore, la squadra della tua città (una delle squadre nel caso di derby) o una squadra del tuo Paese in generale. Lasciando perdere casi rari, che pure esiostono, di tifosi appassionati di squadre lontane, questo è il quadro clinico generale. Ci sono poi i casi di ‘doppiofedismo’, nel senso di coloro che sostengono la squadra della propria città (paragonabile a un fratello o a una sorella: gli vuoi bene a prescindere) e una grande squadra nazionale. Ma questa è un’altra storia.
Eccezioni a parte, che confermano la regola, di base la divisione più comune è questa: la tua città o una squadra che ami (nel qual caso conta un innamoramento irrazionale)? L’ultimo turno di Europa League, però, ci ha regalato una storia obliqua, di quelle che piacciono tanto a questo blog.
L’Inter, infatti, ha incontrato e battuto per 2-0 il Qarabaq. Sulla carta una squadra dell’Azerbaijan, ma in esilio da più di venti anni. In esilio non nel senso metaforico del termine. Il Qarabaq, infatti, è il club calcistico della città di Agdam, nella regione del Nagorno-Karabach. Regione teatro di un conflitto tra Armenia e Azerbaijan, occupata dall’esercito armeno nel giugno 1993 e, successivamente, quasi rasa al suolo per impedirne la riconquista da parte dell’esercito azero.
Macerie e fantasmi, questo è oggi Agdam, che dei suoi 60mila abitanti dell’epoca conserva solo il ricordo, una moschea diroccata e il triste record di città fantasma più grande del mondo. Le hanno anche cambiato nome: il governo autonomo del Nagorno – Karabach, filo armeno, l’ha ribattezzata Akna. Ma i fantasmi la continuano a chiamare come sempre.
I ‘cavalieri’ del Qarabaq, come i tifosi chiamavano i loro beneamini, sono sfollati come tutti gli altri. Hanno iniziato a giocare dove la federazione azera li faceva ospitare, nella capitale Baku o altrove. Ma per ogni partita che il Qarabaq ha giocato, anche bene visto che è campione in carica dell’Azerbaijan, la missione dei ‘cavalieri’ sembra essere quella di tenere vivo un ricordo.
Quello della loro città, quello della loro storia, la storia di 60mila anime in fuga dalla guerra. Una squadra di calcio respira la stessa aria dei monumenti della città che rappresenta, ne porta i colori, ne difende il nome. In questo caso fa anche di più: la tiene viva.
“Non auguro a nessuno di vivere la nostra situazione”, ha raccontato in conferenza stampa prima del match l’allenatore Gurban Gurbanov. “Speriamo sempre che la gente sia informata riguardo la nostra storia, del perché non possiamo giocare nella nostra città”. Oggi il Qarabaq gioca le partite casalinghe a Quzanli, a un tiro di schioppo dal confine e dalla regione autonoma del Nagorno – Karabah, controllata dall’Armenia. Forse si vedono, in lontananza, le macerie. Di sicuro, per ciascuno di quei 60 mila, il Qarabaq è molto più di una squadra di calcio.
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