Romania, 1989. Venticinque anni fa crollava il regime di Ceausescu, un racconto a cavallo di due epoche e di due lapidi, in due cimiteri della stessa città, che raccontano una storia diversa
di Christian Elia, da Bucarest
@eliachr
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27 ottobre 2014 – Il Natale del 1989, in Romania, non potrà scordarlo più nessuno. Il mondo era ubriaco di Berlino, le immagini delle picconate sul muro, il primo Natale dopo decenni con la Germania senza divisioni fisiche. Il ‘crollo del comunismo’, la fine della Guerra Fredda.
Il processo fu in realtà molto più lungo, fino alla prima metà degli anni Novanta, con l’implosione dell’Unione Sovietica e, anche se non di Cortina di Ferro si trattava, fino alla lacerazione della Jugoslavia.
La Romania, invece, venne travolta subito dall’onda berlinese, poco meno di due mesi. Tanto bastò per cancellare i 22 anni di dittatura di Nicolae Ceausescu.
Il regime entrò in crisi in pochi giorni. La crisi economica asfissiava già Bucarest da anni, la stretta dei consumi, anche di prima necessità, le crepe del blocco che ormai erano sempre più evidenti. Ma nonostante tutto questo, forse, nessuno sarebbe stato in grado di prevedere che il regime rumeno e la sua solida rete di sicurezza (la Securitate) potessero andare in pezzi in pochi giorni.
Le analisi di quei giorni si sprecano, passando dal complottiamo fino alle reali strumentalizzazioni postume, tra i nostalgici e un gruppo di potere che, sacrificati al popolo Ceausescu e sua moglie, ha saputo restare in sella, cambiare pelle, riciclarsi impunemente. Il sogno di libertà è ancora là, che aspetta, tra le pieghe di un’abbondanza dei consumi accessibili solo ai ricchi, un disagio sociale palpabile, salari e pensioni da esternalizzazione dorata. Per le aziende, si intende, non certo per i lavoratori.
Allora per camminare quella strada, quella della rivoluzione, come viene ricordato il 1989, anzi, il dicembre 1989, meglio ancora il Natale del 1989, bisogna muoversi tra due lapidi. Quella di Mickey e quella di Nicolae e di sua moglie, Elena.
La prima è nel cimitero di Eroii Revolutiei, costruito ad hoc per le vittime del dicembre 1989. Sono 257 tombe, più o meno uguali. Una Spoon River di quei giorni, con molte lapidi che riportano una frase che i familiari hanno voluto incidere sulla stele, come se a parlare fosse la vittima.
Un nome, una foto, un mestiere. Ilian il tranviere, Petru il giornalista. Anonimi e famosi, come Durbac Radocu, che era stato capitano della nazionale rumena di rugby. Uomini e donne, come Nadia, studentessa. Giovani e giovanissimi, militari e civili. E un roker. Già, perché la prima vittima della rivoluzione, ucciso da tre colpi d’arma da fuoco, ha avuto sulla sua lapide sotto il nome di Gitlan Lucretiu Mihai e la sua foto la definizione che amava: ‘roker’.
Perché per tutti, lui, ucciso a 19 anni nei moti scoppiati il 21 dicembre 1989 nei pressi dell’Università di Bucarest, era Micky Rockerul. Quel rock’n roll che spaccava il muro, si infilava nelle fessure del blocco, che girava su nastri pirata, contrabbando di musica e ribellione. Micky nella foto ha i capelli che avevano i suoi coetanei altrove, in altre parti del mondo, in un transfer che nessun blocco riusciva a fermare.
“Ha urlato abbasso il comunismo, inginocchiandosi a pregare per i morti di Timisoara, è stato colpito”, recita la frase che la famiglia ha scelto per lui. Chissà chi sarebbe diventato Micky, magari uno di quei rokkettari fuori tempo, oppure uno che si sarebbe tagliato i capelli e che oggi lavorerebbe in una delle tante aziende che hanno aperto qui da tutta Europa, per far fare lo stesso lavoro ma pagandolo molto molto meno. E c’è qualcuno che la chiamerebbe libertà, ma di farsi sfruttare.
Non lo sapremo mai, i suoi venti anni si sono spenti in un lampo. La gioventù, nel momento della rincorsa verso la vita, quando stai per lanciare lo scatto, tanto più energico quanta più incerta è la meta.
L’esatto opposto di un’altra vita, un’altra età, dello stesso dicembre ’89. Quella di Nicolae Ceausescu, sepolto con sua moglie Elena nel cimitero civile di Ghencea. Basta entrare con la faccia da straniero e i primi che passano ti chiederanno: “Ceausescu?”, indicandoti gentili e senza commenti il monumento funebre di marmo rosso. Dove campeggia la scritta: “NICOLAE CEAUSESCU – PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DELLA ROMANIA”. Sotto di lui, il nome della moglie.
Tra la morte di Micky e quella dei coniugi Ceausescu passano quattro giorni. Ma le stagioni della vita sono diametralmente opposte. Alla giovinezza di Micky, si contrappone l’autunno del patriarca. L’uomo che dopo anni di dominio assoluto, per la prima volta, scopre di non poter tenere un comizio in piazza, perché non lo stanno più a sentire, perché lo fischiano. Si guarda attorno smarrito, cerca riparo. Lo portano via, gli promettono la salvezza.
In elicottero prima, poi in auto. I militari fedeli penseranno a lui, ma è un inganno. Hanno già deciso che i sacrifici del grande vecchio e della sua odiata moglie sono necessari al Gattopardo, per prepararsi a governare ancora, cambiando il vestito. Lo catturano, lo processano. Come tutti i potenti caduti in disgrazia puzza di paura, di vecchiaia, di debolezza. Lo sguardo atterrito, immortalato in un vecchio vhs. Elena, la moglie, che dice ‘’potrei essere vostra madre’’. Nella patetica cornice di un’aula scolastica, nella polvere di cappotti stretti per il freddo.
Finisce così, giustiziati. E una prima tomba quasi celata, poi via via più visibile. Micky invece ottiene tutti gli onori, viene glorificato. Ma in fondo, tra i due cimiteri, ci sono delle vite differenti che si sono incrociate a un crocevia della storia nel dicembre 1989. Ed entrambi, ora che il cimitero della rivoluzione sbiadisce di retorica e la tomba di Ceausescu si rafforza di nostalgia per chi oggi vive peggio di allora, finiscono per raccontare la stessa storia.
Quella del potere e delle vittime che richiede ogni giorno, del tributo di sangue liquidato in retorica, che puoi montare e smontare a seconda della convenienza, del periodo storico, degli incerti del mondo.
Micky e Nicolae, due mondi, due vite. Un unico, freddo, storico dicembre.
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