Un’altra Giordania

Le politiche democratiche di re Abdallah e la solidarietà internazionale della moglie Rania sono un lontano ricordo in un Paese in cui il malcontento popolare è sempre più tangibile

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/11/FacebookHomescreenImage.jpg[/author_image] [author_info]di Susanna Allegra Azzaro. Amo definirmi “cittadina del Mediterraneo”. Le mie origini si perdono tra Sardegna, Genova, Sicilia e Nord Africa, ma è a Roma che sono (casualmente) nata. Lavorare nella cooperazione internazionale mi ha dato la possibilità di vivere un po’ in giro nel mondo; la curiosità, invece, mi ha spinta a cercare di imparare il più possibile dalle culture con cui sono venuta a contatto. Tra il 2008 e il 2009 il lavoro mi porta in Medio Oriente e da allora esso continua ad essere una presenza costante nella mia vita. Recentemente vi sono tornata per approfondire i miei studi della lingua araba colloquiale “levantina”.[/author_info] [/author]

8 novembre 2014 – Nel 2010 un ambulante tunisino di nome Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protesta davanti la stazione di polizia di Sidi Bouzid.
Il gesto disperato di un singolo da lì a poco avrebbe innescato un movimento dalle conseguenze inimmaginabili, l’intero assetto geopolitico di un’area estesa come quella del Medio Oriente sarebbe cambiato in maniera radicale e nell’arco di pochi mesi assistemmo al ribaltamento di dittature, repressioni durissime e scoppi di guerre il cui epilogo è ancora ad oggi lontano.

Kig Abdullah II . Queen Rania

Mentre un rapido effetto domino intaccava i fragili equilibri di numerosi paesi del Medio Oriente, l’occidente sbalordito cercava di ritagliarsi il suo nuovo ruolo all’interno della politica regionale, azzardando talvolta manovre discutibili.
Come già accennato in questo blog, il Medio Oriente da me conosciuto è ormai quasi irriconoscibile fatta eccezione per pochi rari casi tra i quali spicca un Paese dove, almeno apparentemente, la ventata di cambiamento non ha modificato un granché la situazione sociopolitica interna: la Giordania.

Isola felice confinante con Paesi come Siria, Iraq e Israele, la Giordania si differenzia dai suoi vicini per una situazione politica piuttosto stabile ed un re considerato “liberale”.
Mentre uno dopo l’altro presidenti e dittatori cominciavano a barcollare e a essere deposti, in Giordania Re Abdallah rimaneva saldo al suo trono, ma per capirne bene le motivazioni bisogna ripercorrere la storia personale di quest’uomo, molto conosciuto in occidente più per l’attraente moglie che per le sue doti di statista.

Nato nel 1955 da Re Hussein e una donna inglese di origini ebraiche, Abdallah si trasferisce in età giovanile in Inghilterra dove militerà come colonnello nell’esercito della regina. Molti giordani non nascosero il loro disappunto nell’apprendere questa notizia, essendo stata la Giordania stessa sotto l’esercito inglese per un lungo periodo di tempo. A seguito della morte di Re Hussein, Abdallah fu scelto come successore al trono, scalzando il fratello minore Hassan molto amato dal padre e generando non poco malcontento nel popolo.

Abdallah parlava l’arabo con difficoltà, a differenza del fratello non aveva beneficiato degli insegnamenti del padre e non aveva vissuto in Giordania se non nei primi anni della sua vita.
Tornato in madrepatria fu incoronato re, cercò di migliorare il suo accento, di cui non riuscì mai a liberarsi completamente, e cercò di accrescere la sua popolarità sposando una donna istruita e soprattutto di piacevole aspetto e di origini palestinesi: Rania Al-Yassin.
Re Abdallah voleva si ingraziarsi il consenso dei giordani di origine palestinese, all’incirca il 60% della popolazione totale, ma anche dell’Occidente che elesse Rania nuova regina del glamour e del jet set internazionale.
A lei cominciarono a essere dedicate copertine e articoli su riviste di moda, l’immagine della Giordania nel mondo divenne improvvisamente quella del paese arabo progressista dove le donne studiano e scelgono il tailleur al posto del burqa.

Non contenta della sua crescente popolarità, Rania decise di dimostrare al mondo di non essere solo la bella moglie del re ma anche una persona attenta ai bisogni dei più deboli.
Fu così che nacquero fondazioni a nome suo o di suo marito, organizzazioni di beneficenza, eventi di fundrasing e inviti delle Nazioni Unite.

E non potevano ovviamente mancare le solite foto di rito: Rania nei campi profughi, Rania e i bambini poveri, Rania e le donne analfabete…
Non più solo donna da passerella, ma anche regnante attenta ai diritti dei più deboli e soprattutto delle donne. Nel frattempo il re, oltre a divenire “il marito di”, gira il mondo cercando di attirare investimenti esteri grazie ai quali, nel giro di pochi anni, la Giordania diventa il primo partner commerciale degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo in Medio Oriente.
Ad Amman ovunque sorgono centri commerciali di lusso e grattacieli, impressionante è il numero di banche dei Paesi del Golfo, notevole lo sviluppo del settore informatico, tanto da far guadagnare alla Giordania il titolo di “Silicon Valley araba”.
I turisti intanto, attirati dalle bellezze locali ma anche dalla stabilità politica del Paese, giungono sempre più numerosi da ogni parte del mondo sfiorando un numero complessivo di quasi 10 milioni all’anno e facendo del turismo una delle attività più floride dell’economia giordana.
Ma non è oro tutto cio’ che luccica.

A seguito della perdita della Cisgiordania, la Giordania può fare affidamento su ben poche zone coltivabili ed è costretta ad importare tutti i beni di prima necessità oltre al petrolio di cui è praticamente sprovvista. I prezzi subiscono un’impennata senza precedenti e la maggior parte dei giordani arriva a fine mese con fatica.

Nel frattempo la bella Rania comincia a piazzare tutti i membri della sua famiglia nei ruoli di spicco delle varie fondazioni a nome suo o di suo marito, mentre la passione del re per il gioco d’azzardo diventa affare pubblico.
Il malcontento dei giordani comincia a farsi tangibile, ma re Hussain dimostra di non andarci per il sottile e fa arrestare attivisti di diritti umani e giornalisti che osano criticare la famiglia reale.
Il prezzo del petrolio aumenta vertiginosamente, il costo della vita diventa insostenibile per un popolo che può fare affidamento su un salario mensile base di 500 euro.
La tensione sale alle stelle in Giordania, ma non solo; la miccia della Primavera araba esplode in Tunisia, per poi estendersi agli altri Paesi del nord Africa e arrivare persino in Paesi come Yemen e Bahrein.
Stavolta non sono solo gli attivisti a protestare, ma la gente comune di tutte le età e classi sociali. C’è chi vuole elezioni libere subito e chi semplicemente auspica all’abdicazione a favore del fratello Hassan.
Re Hussein, sconvolto da quanto sta avvenendo nei Paesi vicini, manda a casa un po’ di ministri e promette una svolta “democratica” del Paese.

siria

Nel frattempo in Siria è cominciato il duro confronto tra Assad e i ribelli antigovernativi; in Giordania la notizia viene accolta positivamente, ma con il passare del tempo, quando inizia il vero e proprio conflitto a colpi di armi chimiche e uccisioni arbitrarie, l’entusiasmo lascia il posto al panico.

I profughi provenienti dalla Siria si fanno sempre più numerosi, si riversano per le strade di Amman, gli ospedali sono vicini al collasso; un Paese con poco più di 7 milioni di abitanti e più di un milione di clandestini si ritrova ad ospitare circa 500 mila profughi dalla Siria e numerose migliaia dall’Iraq.
Il popolo giordano aiuta come può i profughi, ma comincia seriamente a chiedersi cosa ne sarebbe della Giordania se dovesse scoppiare un conflitto armato. Da qui non esistono vie di fuga, la popolazione è intrappolata all’interno dei confini nazionali e il re può fare affidamento sull’aiuto militare degli Stati Uniti.
Le proteste si fanno sempre meno numerose, il numero dei manifestanti diventa esiguo; i giordani, seppur a malincuore, capitolano.
Re Hussein, vittorioso e indenne, può tirare un sospiro di sollievo e con lui i suoi amici di sempre, gli Stati Uniti, che possono così continuare a far affidamento sulle proprie basi militari in territorio giordano.

 


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