Effetto Magnus

Una rubrica di Q Code Magazine, da una parola a un’idea, passando per una playlist per immagini

EFFETTO MAGNUS è una rubrica che parla di cinema ma anche di serie tv e che, fondamentalmente, prova a dire qualcosa di interessante e che propone riflessioni e collegamenti partendo da singole parole approfondite seguendo voli pindarici totalmente arbitrari. Perché si chiama Effetto Magnus? Perché il nome fa figo e perché chi tiene questa rubrica ha sempre amato il tennis e le punizioni di Roberto Carlos.

Fotogramma

In linguaggio tecnico un fotogramma è chiamato anche frame, ed è una singola immagine, una fotografia all’interno di un numero X di frammenti che compongono un filmato. Un secondo di un filmato è generalmente composto da 25 (o 24) fotogrammi.

Un’ora ne contiene quindi circa 1.500, un giorno 36.000, una settimana 252.000, un anno 13.104.000. Possiamo allora affermare che la vita di ogni essere umano è composta da un preciso numero di immagini, e alcune di esse vengono, fortuitamente o meno, registrate, così che possiamo conservare e rivivere qualche tassello di questo enorme puzzle. Ognuno, però, gestisce questa possibilità a modo suo.

In Strange days, film fantascientifico del lontano 1995, diretto da Kathryn Bigelow, i ricordi delle persone possono essere registrati e venduti al mercato nero. La droga del futuro, insomma, in un mondo diviso tra chi produce esperienza e chi la fruisce, tra quelli che non hanno altra scelta se non vivere e coloro i quali, liberi di scegliere, decidono di nutrirsi della vita di qualcun altro, sparandosi nel cervello una dose dei fotogrammi di uno sconosciuto.

Seymour Parrish, il protagonista di One Hour Photo, conduce una vita triste e senza amici. Decide così di appropriarsi di quella degli altri, sviluppando per sé una copia dei rullini che la famiglia Yorkin porta regolarmente a sviluppare nel suo negozio. Seymour incolla sulla parete del soggiorno centinaia di foto di queste persone che, messe insieme, formano una complessa quanto inquietante composizione, in cui il suo viso non figura mai.

Il ragazzo di Ferro 3 di Kim Ki Duk si intrufola di nascosto nelle case altrui e si scatta delle fotografie (dei selfie, diremmo oggi) piazzandosi accanto ai ritratti della gente che vive lì. Un caso di “metafotografia”, probabilmente. Il protagonista è solo, non ha una famiglia e forse, immortalandosi in quegli scatti, sente di riuscire a sconfiggere il peso soffocante della solitudine.

Ma la rappresentazione, a mio avviso, più interessante è quella di Charlie Brooker, sceneggiatore e produttore televisivo britannico, sensibile ai cambiamenti introdotti dai nuovi prodigi dell’industria digitale.

Brooker immagina un futuro in cui saranno i nostri occhi a trasformarsi in una videocamera. The entire history of you (tradotto in italiano come Ricordi pericolosi) è il terzo episodio della prima stagione di Black Mirror, geniale serie tv andata in onda su Channel 4, resa disponibile gratuitamente su YouTube e trasmessa recentemente anche su Sky Atlantic.

Ambientata nel futuro, la puntata descrive una realtà in cui alle persone viene impiantato nel collo un grain, un meccanismo che permette di registrare, attraverso gli occhi, tutto ciò che passa loro davanti. È possibile consultare, grazie al re-do, tutto il materiale registrato dal primo minuto d’installazione del chip, sia “privatamente”, sui propri occhi, sia su un qualsiasi schermo esterno.

Gli utilizzi sono molteplici: si può rivedere un colloquio di lavoro per capire com’è andato, verificare il numero di targa di un criminale che è scappato troppo in fretta, soffermarsi su una bella ragazza incrociata per strada, controllare la babysitter mentre è sola in casa con i bambini, masturbarsi osservando le scene più erotiche vissute in passato e così via. In questo mondo, il tempo impiegato a rivedere i frame della propria vita sembra pari al tempo vissuto per registrarli.

Provate a immaginare la situazione: l’intera vostra storia perfettamente consultabile e riproducibile sul televisore del salotto. Con tutti i pro e, soprattutto, i contro del caso. Angosciante, a dir poco.

Alfred Hitchcock una volta ha detto: «Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate». È in tale prospettiva, forse, che possiamo comprendere quest’ansia di registrare quanto più possibile della propria esistenza e al contempo di divorare bulimicamente i fotogrammi della vita altrui, come se la propria non fosse sufficiente. È come se volessimo edulcorare l’esperienza e intrappolare le immagini dei momenti migliori, sostituendo le parti noiose con i frammenti rubati agli altri.

Si tratta forse di un tentativo, ancora in nuce ma perseguito con grande foga, di smontare e rimontare a piacimento le nostre vite, troppo spesso noiose e insoddisfacenti, per ottenere, finalmente, un corposo e invidiabile “dramma”?

 

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