Palestina, farsa all’italiana

Il Parlamento di Roma vota due mozioni, che riescono a non dire nulla

L’Italia, da tempo, non conta più nulla nello scacchiere internazionale. Se qualcuno avesse avuto ancora anche il più pallido dubbio in merito, basterebbe valutare come il governo italiano si è mosso in merito a una eventuale azione militare in Libia.

Dichiarazioni roboanti, frettolose, prive di conoscenza della situazione sul terreno. Presto smentite, annacquate, ritrattate, dopo le dolorose bacchettate arrivate in poche ore dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Perso, se mai l’abbiamo avuto, un peso geopolitico, potremmo puntare a mantenere un peso morale. Neanche di questo vi è traccia. Prima, mentre la Grecia da sola tenta di tenere testa al partito dell’austerity a guida tedesca, noi voltiamo le spalle ad Atene, come se il problema non ci riguardasse, come se la nostra classe dirigente avesse meno colpe di quella greca del passato. Poi, sulla Palestina, sfioriamo il ridicolo.

Il 27 febbraio, alla Camera dei Deputati, si è discusso il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Bisogna essere subito chiari: un voto favorevole, chiaro e senza artifici macchiavellici non avrebbe risolto il conflitto israelo – palestinese. Non sarebbe caduto il muro, non sarebbero stati rilasciati i prigionieri politici (molti dei quali minorenni), non sarebbe stata restituita l’acqua e la terra.

Si trattava di un punto di diritto. Solo di questo. Un atto dovuto, il riconoscimento di un dovere che il diritto internazionale ci impone. Non siamo stati capaci di farlo. Dal voto di ieri, l’Italia si impegna solo a “sostenere l’obiettivo della costituzione di uno stato palestinese”, sul principio di “due popoli, due stati”, con “Gerusalemme capitale condivisa”, nei “confini stabiliti nel 1967”, anno in cui l’esercito israeliano ha occupato terre che per l’Onu sono Palestina.

Contemporaneamente, però, è stata votata anche una mozione che lega tutto questo (nulla di cui dire grazie, solo i principi che l’Onu grida al vento da quaranta anni), “al raggiungimento di un’intesa politica tra i palestinesi, affinché Hamas e Fatah riconoscano lo stato d’Israele, rinunciando alla violenza”.

La prima mozione del Partito Democratico, sostenuta anche da Sinistra Ecologia e Libertà, la seconda da Nuovo Centro Destra, Udc e Scelta Civica. Il governo le appoggia entrambe. Una scelta pavida, un colpo degno del Gattopardo tricolore, meno di quanto già votato in scioltezza dal Parlamento europeo, dalla Svezia, meno anche di testi più prudenti, come quelli di Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Irlanda.

Queste due mozioni, praticamente, non dicono nulla. Nel senso che la prima si limita a ribadire quel che per il diritto internazionale è un dovere, la seconda lo lega senza alcuna ragionevolezza alle trattative sulle condizioni permanenti di pace tra i due stati (quindi riconoscere la Palestina aiuta questo processo) e sulla politica interna di uno dei due.

Per quale motivo, allora, il governo italiano non chiede che Lieberman, islamofobo e razzista, non sia allontanato dal governo? Un uomo, già ministro, che promette la deportazione degli arabi-israeliani. Perché non può intromettersi nelle dinamiche interne a Israele. Non c’entra nulla con il diritto della Palestina a vedersi riconosciuto il diritto a essere uno Stato.

Se Hamas è il male, non si dovrebbero per questo riconoscere tutti gli stati nei quali ci sono gruppi o partiti che sono nella lista nera Usa o europea? Sarebbe come cancellare almeno una decina di stati dal mappamondo. E in che modo, in persistenza di una situazione di occupazione militare, si può parlare di pace? E la Serbia, perché dovrebbe accettare l’indipendenza del Kosovo?

Smettiamola con questa farsa: auspicare la trattativa di pace, ormai, non vuole dire nulla. Dopo gli Accordi di Oslo, 1994, non si è mai smesso di trattare. E’ solo che non si arriva a nessuna soluzione e questo perché ciclicamente l’esercito israeliano scatena la sua potenza di fuoco sul popolo palestinese, legando i massacri al lancio di razzi dalla Striscia.

La cessazione di una spirale di morte non è una condizione preliminare al riconoscimento dello Stato palestinese, è esattamente il contrario: uno Stato palestinese potrà trattare una pace credibile anche dal punto della sua opinione pubblica interna solo se lo farà con i crismi del diritto.

Un esempio? Secondo gli accordi di pace tanto invocati, lo stato israeliano deve (non può, deve) dare ai palestinesi i dazi doganali in proporzione. Non lo fa, lo fa in ritardo, o blocca i pagamenti quando crede. Questa non è pace, è ricatto, occupazione.

Quando ci troviamo, smarriti e attoniti, a essere tutti Charlie, ricordiamoci sempre che quella civiltà del diritto che raccontiamo, ricordiamo, scriviamo, chiediamo, invochiamo e auspichiamo è ormai una farsa agli occhi di milioni di giovani arabi. E non solo per loro.
Perché è diventata, da tempo, una scatola vuota.



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