quei luoghi che, a causa del cambiamento climatico, un giorno potrebbero non esistere più
Perché una rubrica sui luoghi che rischiano di scomparire a causa degli impatti dei cambiamenti climatici e, in particolare, dell’innalzamento del livello dei mari? Perché gli esperti confermano, ormai da anni, che la geografia del mondo così come la conosciamo ora, verrà ridisegnata, addirittura stravolta, nei prossimi decenni. Non parliamo di secoli, di giorni in cui tali cambiamenti saranno vissuti, forse, dai nostri pronipoti. Ma di una manciata d’anni e, più precisamente, almeno nella prima data segnata come limite dagli scienziati, del 2050. Ancor più catastrofico, secondo le previsioni, lo scenario che si paleserà nel 2080.
Partiremo così, insieme al nostro anziano narratore, per un viaggio nel passato alla scoperta di un mondo che non c’è più, di regioni sommerse di cui esistono ormai solo i ricordi e dei bollini blu su di un mappamondo nella mensola del suo salotto.
Espediente narrativo
È il 2083, e il nostro anziano narratore ha 98 anni. E’ un vecchio come tanti, con l’alito di liquirizia, le mani che tremano su quel cruciverba impossibile ed una nipote che chiacchera troppo a tenergli compagnia. Vuole sapere cosa nascondono quei bollini blu appiccicati sul piccolo mappamondo che il nonno tiene custodito sopra la mensola in salotto.
Ed è bello ricordare quei giorni, quegli anni, passati a vagare. C’era la crisi a quel tempo. Di lavoro ce n’era poco e quel poco veniva pagato ancora meno. La sua generazione si divideva in quelli che passavano dieci ore al giorno in ufficio lamentandosi e quelli che trascorrevano le loro giornate a lavorare e a chiedersi che cosa si stava perdendo.
Erano in tanti a decidere di mollare tutto (mutuo a quarant’anni, lavoro, macchina da pagare a rate ad interessi zero, amici…) e iniziare a vedere il mondo.
Molti di questi viaggiatori lo fecero a piedi, sfidando se stessi a non prendere mai un aereo. E intanto le loro avventure le scrivevano sui loro blog e le filmavano con le loro telecamere, quando queste erano ancora oggetti staccati dal nostro corpo, e con i loro cellulari, quando si potevano ancora tenere in mano e non erano parte delle nostre dita e delle nostre orecchie.
Un giorno, il nonno si unì a loro. Ma spinto da un desiderio diverso dal lasciare semplicemente tutto perché tanto non c’era più nulla di sicuro. Lui voleva capire cosa stava succedendo a quel mondo di cui tutti parlavano ma che tutti sapevano che stava piano piano scomparendo. Ne parlavano le tv, lo dicevano i giornali. Decenni di sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, unite ad uno sviluppo industriale che aveva inquinato ogni molecola d’aria, avevano prodotto danni dai quali ci si poteva difendere solo agendo subito. Era necessaria una rivoluzione, di quelle che richiedeva lo sforzo di tutti. Sarebbe bastato anche un piccolo cambiamento nella vita quotidiana di tutti. E allora quei puntini blu sul mappamondo ora sarebbero ancora terre, regioni, villaggi, città, case, persone…
Prima puntata: Ricordo il profumo del riso, navigando sul Delta del Mekong
Non erano nemmeno le dieci di sera eppure si sentiva stanco. Quel dannato cruciverba era impossibile da risolvere. Eppure di cose, lui, ne sapeva. Sarà stata colpa di quella nipote che non voleva proprio stare zitta. Continuava a far roteare il mappamondo «gira, gira pallina», ripeteva insistentemente. E poi, d’un tratto, con il dito fermo sopra uno degli innumerevoli bollini blu appiccicati alla sfera, quella domanda: «cosa c’è qui sotto nonno?».
Ed ecco che il cruciverba, all’improvviso, non ebbe più alcuna importanza.
«Lì sotto, c’era il Delta del Mekong». «E che cos’è il Delta nonno? E il Mekong?»
«Il Mekong, cara, è il fiume più lungo e importante dell’Indocina ed è uno dei maggiori dell’intero continente asiatico. Il Delta, invece, è… Era una regione, un luogo pieno di isolotti, di canali, e di villaggi che si ergevano lungo il fiume, prima che questo arrivasse al mare».
«E tu ci sei stato nonno?»
Oh, sì. C’era stato eccome. Era l’agosto del 2014. Quando lo vide per la prima volta, il Mekong gli parve incredibile, maestoso. Aveva raggiunto la regione del Delta su una corriera che, in quattro ore, collegava Saigon a Can Tho e che non aveva nulla da invidiare ai servizi di trasporto occidentali.
A quel tempo non facevi nemmeno in tempo a mettere piede in albergo che qualche minuto personaggio locale ti si avvicinava pronto a venderti una crociera sul fiume. Ma lui non era fatto per le cose troppo turistiche. Così preferì affidarsi alla fortuna e il giorno seguente, alle cinque puntuali, partì alla ricerca della sua guida. La trovò in Tin, una donna paffuta col cappello a cono schiacciato su dei folti capelli neri, il cui sorriso traspariva solo dagli occhi perché la bocca era sempre coperta dall’inseparabile mascherina. Quella notte, come succedeva spesso, il Mekong era straripato e le strade erano invase di acqua e fognatura… Anche se era difficile distinguere tra una e l’altra sostanza.
Per evitare di farlo cadere in acqua, Tin gli porse la mano, piccola e ruvida, e lo fece salire sbrigativamente su una barchetta che imbarcava acqua da tutte le parti. Poi, lentamente, spingendo con un remo solo dalla punta della prua, partirono insieme alla scoperta del fiume. Ricordava ancora l’odore di quelle acque torbide. Il sole non era ancora sorto ma attorno a loro era un brulicare continuo: barchette a remi, barche a motori, chiatte, barche da carico che facevano la spola tra una sponda e l’altra, piene di motorini, biciclette, rifiuti e decine di persone. Troppe per le dimensioni delle barche. E il fiume… così immenso che ogni volta che pensava di scorgerne gli argini, si accorgeva che invece era solamente scomparso sottoterra per qualche metro per poi ricomparire e sommergere le risaie, di un verde brillante, e le baracche che si susseguivano l’una all’altra.
Le sponde del fiume erano piene di vita: baracche da cui i bimbi uscivano correndo per gridargli “hallo!”, donne intente a fare il bucato e lavare le stoviglie nel fiume, uomini che vi si lavavano i denti, vi facevano il bagno o vi si immergevano per raccogliere il fango che sarebbe servito loro per farne dei mattoni. Era facile comprendere come, e perché, paesi come il Vietnam, la Cambogia e il Laos, nonché i 17 milioni di persone che abitavano la regione del Delta, affidassero da secoli a quel dedalo di arterie fluviali, il loro sostentamento. Il Mekong era una delle aree del mondo più ricche in biodiversità. «Pensa, all’epoca vi si potevano contare più di milleduecento specie di pesci, e un numero ancora maggiore di piante crescevano lungo le sue sponde. Riesci ad immaginarlo, ora?». «No nonno. Milleduecento pesci tutti insieme sono proprio tanti».
Eppure, nonostante l’indubbia importanza che ricopriva per la popolazione locale e per i paesi vicini, già all’epoca il fiume Mekong presentava gravi problemi di inquinamento a causa degli scarichi di oltre duecentodieci siti industriali disseminati lungo il suo corso.
Quello che lo colpì, durante le sette ore di navigazione, era la palese incuria delle persone: il motore della barchetta si fermava ogni venti minuti per colpa di qualche sacchetto di plastica che vi si impigliava. Eppure Tin lo rimuoveva sempre, sorridendo, e lo ributtava in acqua, soddisfatta. E se non se ne prendevano cura coloro che se ne servivano per sopravvivere, come poteva sperare che di quanto stava accadendo si accorgessero persone che del Mekong sentivano parlare solo nei film di guerra? Come poteva pensare che la gente comprendesse che l’inquinamento locale e, su più vasta scala, i cambiamenti climatici causati da un modello indiscriminato di sviluppo perseguito dall’uomo per troppi decenni, rischiavano di cancellare un’intera civiltà fluviale?
Prima di partire aveva letto che entro la fine del secolo, il venti per cento dell’area commerciale di Ho Chi Minh City, la leggendaria Saigon, sarebbe stata inondata ed il trentanove per cento della Regione del Delta sarebbe stato sommerso. E così fu. Prima ancora di quanto si pensasse.
Le prime avvisaglie si ebbero quando l’acqua del fiume iniziò ad essere salmastra: il livello delle acque marine continuava a crescere a causa del riscaldamento globale, e con esse cresceva anche il contenuto salino delle acque del fiume. Se ne rendevano conto tutti, contadini e pescatori. Arance, cocco, limoni e mandarini crescevano sempre più piccoli e sempre in minore quantità. Contadini che possedevano appezzamenti di terreno a sessanta chilometri dal corso principale del fiume, iniziarono ad abbandonare le risaie perché tre grammi di sale per litro d’acqua erano troppi e le piante di riso morivano. E così, al posto di quegli sterminati campi verde smeraldo iniziavano a sorgere qua e là allevamenti di gamberetti. Ma non era un mercato sicuro, e coloro che avevano paura di rischiare e perdere anche quel poco che avevano, iniziarono ad abbandonare le loro capanne e a trasferirsi nelle città, già eccessivamente popolate.
Erano in molti ad essere spaventati per quanto stava accadendo.
Tifoni ed eventi estremi erano sempre più frequenti ma la popolazione locale era ancora troppo povera ed incosciente per capire che, nell’attesa che la comunità internazionale prendesse coscienza della necessità di agire subito per abbattere le missioni, era necessario adattarsi quanto prima al cambiamento climatico in atto.
«Emissioni – pensò tra sé e sé guardando la nipotina semi addormentata sul lato opposto del letto – cosa vuoi che ne capissero loro di emissioni. Loro che andavano ancora a fare la spesa al mercato galleggiante di Cai Rang, e che sceglievano dove acquistare non in base alla marca o al prezzo ma in base all’ortaggio appeso ad una lunga asta issata sulla prua di ogni barca. Se ti servivano le rape, dovevi andare da chi, al posto della bandiera, issava una grossa rapa. Cosa vuoi che ne sapessero di adattamento quelle vecchie che la mattina si lavavano fieramente i piedi sull’acqua putrida del fiume, e spazzavano il pavimento delle loro baracche, tirandolo a lucido come fosse quello di una reggia. Però noi sapevamo. Sapevamo tutto e non abbiamo fatto niente. Ed ora quel mondo d’acqua e di barche non esiste più. C’è solo un puntino azzurro, al suo posto, sul mappamondo che gira sulla mensola del salotto».
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