“1992”, o il fallimento della finzione

Qualche giorno fa, il 24 marzo, è andata in onda su Sky la prima puntata di “1992”, la fiction ispirata ai fatti e ai personaggi di Tangentopoli. Ce ne parla, con un certo approfondito malessere, lo scrittore Giuseppe Genna, che ritorna in esclusiva sulle pagine di Q Code.
 

Stefano Accorsi nei panni di Leonardo Notte nella serie tv "1992"
Stefano Accorsi nei panni dell’advisor Leonardo Notte nella serie tv “1992”

Una mattina, questa mattina, mi son svegliato e ho trovato un advisor dentro il bar dove faccio la colazione, in via Ripamonti a Milano: una via sommaria e trascurata, il marciapiede stretto, un non so che calcuttiano, un grigiore milanese.

L’advisor mi aveva rubato la lettura privilegiata del “Corriere della Sera” e io ero costretto a spulciare la Rosea e apprendere che il calciatore Marchisio era stato diagnosticato dai medici della nazionale del c.t. Conte con un danno al legamento crociato, ma non era vero, la Juve aveva detto che non era vero e quindi era sorta una polemica. Elkan, che oramai è più Jaki che Alain, era entrato a piedi uniti contro il selezionatore. Nelle due televisioni, in sincrono sempiternamente accese nel bar, Amanda Raffaele Sollecito Lumumba erano stati assolti, il colpevole definitivo era un negro. L’advisor borbottava, siamo in zona Bocconi, non si capacitava del verdetto di non colpevolezza per la Knox, in questo monologo trombonesco e intermittente tra sé e sé e gli altri a cui si rivolgeva in astratto, borbottava che la Knox è colpevole in quanto “è figa”. Ci voleva, secondo l’advisor vicino alla Bocconi, “una legge marziale tipo House of Cards”, dove i colpevoli sono sicuri e vanno in galera anche se non hanno fatto niente, poiché sono moralmente colpevoli e Kevin Spacey garantisce alla fine il trionfo non del male per il male o per il potere, ma una sicurezza e il lavoro per la gente, che sta in fila in una falsa Washington D.C. per sfruttare il programma presidenziale di Kevin Spacey, che dà lavoro a molti come Berlusconi ai tempi, sfruttando l’emergenza nazionale della Protezione Civile americana, che è tutt’altra cosa rispetto alla Boschi e ai geologi dell’Italia – si tratterebbe in realtà di Enzo Boschi e non della Boschi, ma comunque chiunque ha capito.

Questo advisor nel bar è unticcio, in qualche modo. Ha dell’Intini, un politico che mi faceva strana impressione ai tempi dei socialisti, quando la metà dei leggenti questo testo era in fasce e lui aveva una figlia tragica e usava le pantofole nella casa molto linda in zona Città Studi, e mio padre lo disistimava, in quanto i socialisti erano tutto, a Milano, dentro il Comune, e fuori, anche nazionali, grazie a Craxi.

Era prima del 1992, anno del Signore Di Pietro, un signore poliziesco che scopre tutti i socialisti e li condanna in appello, con molti avvocati di prestigio che gli si oppongono, Spazzali sopra tutti, uno con un pizzo che abita dove abita uno dei Club Dogo. Questa certa untuosità dell’advisor è tipica di alcune resistenze negli anni Ottanta da parte di certe forme persistenti dei Settanta: anche negli Ottanta, in Italia, ci si vestiva come nei Settanta! Soprattutto i reduci. Gente di San Babila che era fascista, o fatti di eschimo e finte Clark’s che erano comunisti. Non si rassegnavano al successo degli anni Ottanta, alle televisioni e ai socialisti di Bettino Craxi. Altri invece erano stati tutti immensamente corrotti dallo stesso Craxi per abbandonare il Pci e la Dc tramite dei beni di lusso che avevano tutti soltanto negli Ottanta, come il videoregistratore, nonostante Michele Serra si scagliasse violentemente contro essi.

Antonio Gerardi nei panni di Antonio Di Pietro nella serie tv "1992"
Antonio Gerardi nei panni del giudice Antonio Di Pietro nella serie tv “1992”
La morigeratezza delle costumanze era perduta e non abbiamo più tessere né codici né appartenenze, trionfa infatti il privato.

Questo untume della voce dell’advisor, che ha preso un cappuccino e una spremuta e mi occupa il “Corriere”, si ricorda di Giuliano Amato, un uomo stranamente composto a forma di un topo con lunghi artigli nella piccolezza della statura e il vestire in grisaglia, nottetempo ha rubato direttamente nei conti di tutti gli italiani per risanare il Paese, in vista della diminuzione di questa cosa enorme che è Debito Pubblico, il quale determina che tu nasci e già devi pagare una cifra spropositata di lire a questo strano Stato, comunista quando vuole e statalista sempre, a volte liberalizzato. Se ne parla da anni, di liberalizzarlo, ma non si fa mai. E poi di colpo l’advisor dice: “Adesso c’è questa serie “1992” con Accorsi e spiega bene cos’è successo, si stava tutti bene e poi è venuta Tangentopoli e l’Italia è andata giù, come la crisi sotto Monti” e tutti annuiscono. Tutti annuiscono e ricordano che la storia è stata quella: con Craxi c’erano i soldi e hanno abbattuto Craxi e i soldi non c’erano più. Sono stati gli americani a creare Antonio Di Pietro, che è del Molise. “1992” è la verità che si merita questo casino di coscienze in atto e grano in potenza.

L’altra sera ho visto la prima puntata di “1992” e non ci sarà una seconda puntata: non per me. Raramente mi è capitato di vedere una cosa tanto sciatta e significativa, il che formula una endiadi per dire: angosciante.

È stato angosciante assistere a questa regia, a queste interpretazioni, a questa scrittura della storia, a questo montaggio, a questa finzione che nemmeno emula le finzioni ma si assesta sul trono del fallimento totale di ogni finzione. È stato grottesco paragonare Marcello Dell’Utri a Marcello dell’Utri, quello vero a quello finzionale: ma qual è quello vero? E il coraggio civile dell’ammirevole Stefano Accorsi, ridotto a una specie di gagà da avanspettacolo, lui che desiderava sciogliere un nodo storico di tutti noi che abbiamo quell’età, lui che si è impegnato e da anni ha covato e realizzato il progetto di questa serie, trovandosi irrimediabilmente nella finzione italiana, questa patafisica coercizione a ripetere variando e distorcendo e facendo le cose bruttissime che però sono all’avanguardia planetaria: lui cosa avrà pensato? Se ne è reso conto?

Adesso vi racconto io questa puntata. Non posso fare a meno di raccontare io, io c’ero, non smetto di raccontare, so soltanto opporre una finta identità autoriale a molte finte identità autoriali che ti dicono cosa è stato ed era e continuerebbe a essere il 1992, il mio anno d’elezione.

 

Gli attori che interpretano la famiglia Mainaghi nella serie tv “1992”

Non è questione della storia. Uno va su Wikipedia e, se vuole capire, capisce. Non è questione della fiction bella o brutta. Non è nemmeno questione dell’attualità o del target, del fatto che nessuno sotto i trent’anni ricorda quello che è stato qui scritto qui sopra qui in queste righe, e quindi non lo capisce. Non è questione di memorabilità, di senso, di significato che tenterebbe di essere ospitato anche in questo presente, 2015 vs 1992. Non è questione di me, non è questione dei miei libri, io che ho dedicato qualche settimana a tentare di rendere umanistica una torsione storica in forma di letteratura fallimentare, con un tomo concluso la notte che ho ritrovato la salma di mio padre comunista in camera da letto della sua casa deserta, era morto da un giorno mentre io terminavo la stesura di un oggetto narrativo non identificato sul 1992. Non è neanche questione del ruolo che la televisione occupa nella grande migrazione umana nell’etere in questi tempi concitati e velocissimi, immemorabili e vaporizzati. Non è nemmanco l’impermanenza del ventennio berlusconiano che avrebbe imposto una mutazione genetica al conscio e all’inconscio collettivo di questa nazionale Italia, con i legamenti crociati danneggiati tra pareti craniali e il cuore disseccato a furia di ricordare fino alla noia, al menefreghismo, al microfascismo diffuso e aereo che si respira almeno quanto al cattolicesimo, a cui non potevamo dirci immuni quando eravamo dei bambini interrotti e crociani. Dalla croce a Croce alla croce rossa: potrebbe essere un percorso storico che sintetizza un qual modo di essere Italia, di essere nazionale, di essere c.t., di essere una finta Washington D.C. e una vera DC ora che la DC non c’è più.

Facciamo la delusione e impariamo che non possiamo non intendere altro e alludere non verbalmente, mentre parliamo in modo confuso e italiano, secondo i salti e gli ammanchi stilistici che sono tipici della nostra lingua reale, quella che leggiamo quando ci intercettano. Non importa che questa lingua la parli Dell’Utri o Pacini Battaglia o Alberto Stasi o Piero Fassino, non importano le ficcanti invenzioni paradialettali di Di Pietro, quel sapore rusticano dell’ignota zona grigia che è il Molise, qualche anno prima che la stessa operazione di spontaneismo linguistico la pratichi il senatore Razzi, con grande divertimento della platea di Crozza e del suo Paese delle Meraviglie. L’Italia è sempre stato questo confondere linguisticamente il racconto e tale rimane, prima o dopo Tangentopoli, neologismo che non è più né neo né logismo, così come Mani Pulite è un lessema che appare lesso, stracotto, organizzato e teso in vista della sussunzione finale di qualunque atto linguistico neolatino: essere obliato, vedere che Franco Battiato dice la stessa cosa di Giacomo Leopardi in “Povera patria” molti anni dopo All’Italia di Giacomo Leopardi e altri anni dopo la dice Elio Germano che è Giacomo Leopardi nella fiction, così come Stefano Accorsi è il fondatore di Forza Italia in una fiction creata dai moduli di Publitalia, che sarebbe la madre di tutte le lingue italiane, dai Novanta in poi.
Chiedo scusa per le licenze poetiche: di stile e di senso e di memoria. Oramai, per qualunque scrittore italiano, il proemio più opportuno è una richiesta di scuse a chi legge.
 

Dunque ci sono i titoli di “1992”, che sono delle schegge o di vetro o di ghiaccio o di cristallo che compongono la scritta: 1992.
Questi titoli fanno schifo.
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1992
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True Detective

Uno assiste alla titolazione di House of Cards o, per salire addirittura agli empirei dell’arte, ai titoli di True detective – solo così si capisce la differenza. Una povertà conclamata che conclama la propria appartenenza ai ceti che si conclamano supremi, cioè quelli che starebbero qualche centimetro sopra ciò che una volta fu detto “borghesia”, e quindi fu borghesia televisiva: ecco cosa annuncia e pronuncia l’estetica della sigla iniziale di “1992”. È tutto lì, sta già lì, nei titoli, nel sapore, nello stile scelto. È una fine che non finisce di finire. È propriamente il provincialismo della globalizzazione, è la tarraggine internazionalista. Pensa un brasiliano che vede questi titoli.

Una volta ero in Brasile e dovevo andare a casa di Gilberto Gil e il portinaio ci ferma per controllarci, noi italiani, e ci mostra entusiasma cosa sta vedendo: sta vedendo Colpo grosso con Umberto Smaila, nella sua custodia animata da immagini sfarzosamente ineleganti, che provengono dal nostro passato, il passato italiano, così come la luce nell’universo proviene dal Big Bang e fa l’universo. Il portinaio brasiliano, ridendo, ci diceva che nessuno fa così male la televisione come noi, quindi è una cosa mai vista e quindi è bella e quindi la vedono in Brasile: la vedono così, come un esotismo che conserva al proprio interno il germe di qualunque dissoluzione: si dissolvono lì, nella televisione italiana, le immagini e le parole e le sagome umane e i colori. La luce: l’Italia dissolve la luce e scopre che, dissolvendo la luce, non c’è buio: c’è Umberto Smaila.

Invece in “1992” non c’è Umberto Smaila. Non c’è la storia, non c’è storia. Non c’è niente. È un prodotto eccezionale, come l’Ubik di Philip K. Dick: il niente conclama se stesso. Certo, si inizia con la storia e con il tentativo di alzare a maiuscola l’iniziale: la Storia è Antonio Di Pietro, recitato da un Di Pietro molto più bravo di Di Pietro, una bella caricatura di pietrina.

Antonio Di Pietro vede le banconote che Mario Chiesa ha ricevuto dall’infingardo manager sottoposto a richiesta di tangente e li vede nella sede in cui finisce lo sterco, diabolico o umano che sia: un cesso. Grande momento shakespereano che viene sussunto in un’esperienza stranamente dilatata, con due attori dentro un cesso, dentro un ospizio pubblico manicomiale, dentro una metropoli finta, dentro un’idea brianzola di territorio e civiltà, dentro una nazione imperiale dello sfacelo.

Gli attori che interpretano i magistrati del pool di "Mani Pulite" nella serie tv "1992"
Gli attori che interpretano i magistrati del pool di “Mani Pulite” nella serie tv “1992”

Da qui, da questo momento iniziale, la storia non c’è più. Si vede ogni tanto un brandello di storiella. Guarda tu la ex moglie di Chiesa che rivela le sigle cifrate dei conti occulti del socialista mollato da Craxi: sono marchi di acque minerali! Guarda tu, di colpo, negli uffici di Publitalia che Dell’Utri rimane a contemplare un maxischermo fatto di piccoli schermi, con la notizia esoterica dell’assassinio di Salvo Lima che nessuno sa chi era! Guarda tu, anzi, non guardare, poiché non lo vedi, ma lo ascolti soltanto, con la voce un po’ peggio dell’imitazione di Crozza, Berlusconi sempre nel cesso, che si lava le mani e dice ad Accorsi di non fumare, altrimenti gli vengono i denti gialli e non riesce più a vendere bene la pubblicità. Guarda tu l’Accorsi medesimo, che mostra Non è la Rai e fa l’apologia di pedofilia a un cliente che non vuole investire in spot in Casa Vianello, ma dove ci sono le fighe minorenni sì, come tutti i maschi italiani lui le vuole sculacciare, ma non lui, sono sempre gli altri a essere pedofili. Guarda tu che c’è Badaloni in stato eterico. Guarda tu che c’è Borrelli interpretato da Cederna, uno che nel 1992 stava nella compagnia di Salvatores e Abatantuono, vincendo l’Oscar come oggi lo vince Sorrentino, sempre mostrando cosa è l’Italia: una bruttura affascinante, dove il pm Di Matteo sarà interpretato in futuro dall’impassibilità posatissima di Toni Servillo.

Questa è tutta la storia che c’è. Poiché “1992” è altra storia.

È la storia di un poliziotto che ha l’Aids per via di una trasfusione di sangue infetto e allora decide di punire l’imprenditore del sangue infetto, che è uno di Tangentopoli. È la storia di un inesistente advisor che dovrebbe creare Forza Italia nell’ultima scena della prima puntata. È la storia della figlia leoncavallina dell’imprenditore del sangue infetto, una che non vuole scopare la prima sera e chiede al tipo di “restare così”, come in Cara ti amo di Elio e le storie tese. È la storia della soubrette che diventa velina che diventa Lorella Cuccarini, ma non lo diventa. È la storia di un reduce dalla guerra in Iraq (la prima), il quale torna a Milano, picchia degli albanesi, diventa leghista. È queste storie qui: questa colla di immagini, di parole, mai state, inutili, inoffensive oramai.

Tutto ciò è significativo e, si sarebbe detto un tempo, molto sintomatico. C’è da domandarsi perché la nazione artistica non ha prodotto nulla di artistico sulla mafia. Il padrino è un capolavoro italoamericano, non italiano. Questa retorica della nazione italiana è insensibile al mito, alla mitologia. Propone, in prima battuta, ciò che viene appena dopo che un mito si è esaurito, ovvero la sua stanca ed estenuata imitazione. Mito o imito: un aut aut che l’Italia si dà dagli esordi.

E così questa fiction spalanca uno spazio di insensienza e di insensatezza, che è la finzione di ciò che è storia storica e storia drammatica o teatrale o spettacolare. Ciò accade sempre: al cinema neorealista tanto quanto nelle rappresentazioni teatrali pirandelliane, nei romanzi di Eco o nei boatos scagliati contro Carmelo Bene e Pier Paolo Pasolini, questi nomi ineluttabilmente presenti quando si sdegnano i protocolli di autorappresentazione italiana. E così accade in “1992”.

Cosa c’entrano le vicende private, per nulla emblematiche, di questi fantasmini, queste sagomette sbiancate ma non sbiancanti, queste meschinerie per nulla esemplari o metaforiche, queste metonimie venute male e finite peggio? Nulla: non c’entrano nulla. La loro missione è infatti il nulla e quello irradiano.

 

Emilio Solfrizzi nel ruolo del commissario Calabresi nella fiction "Gli anni spezzati"
Emilio Solfrizzi nel ruolo del commissario Calabresi nella fiction “Gli anni spezzati”

Potevi andare sopra Underwood, il grottesco imperatore vicepresidenziale e poi presidenziale, che sarebbe un Bush non democratico, il quale uccide una giornalista a una fermata della metro e qualche mese dopo sta nella Stanza Ovale a parlare con una improbabile caricatura alta di Putin. Potevi utilizzare il personaggio del pm terrone e farne un detective vero e filosofico. Potevi fare dell’Italia una sterminata Twin Peaks. Potevi fare della Bocassini la spalla femminile di un X Files giudiziaro e politico e civile. Potevi fare un bel lavoro: degno, pulito, oppure sporco dove l’artigianato ti suggeriva di sporcare. Invece hai fatto questo: hai eletto a norma l’incredibile fiction su Calabresi, dove uno, siccome aveva strani capelli unti degli anni Settanta e vedeva un televisore Brionvega, allora erano gli anni Settanta.
Nulla di ciò che avverrà in Italia, così come nulla di ciò che è stato gestato dalla generazione che, in questi giorni, sta morendo per consunzione anagrafica in questa nazione, può risultare affabulante. Che nulla sia affabulante significa letteralmente: il nulla è affabulante. Ecco tutta l’affabulazione italiana.

È tutto vero come potrebbe essere vera una verità decaduta radioattivamente: questo fu uranio, fu pericoloso, scoppiarono guerre intorno all’uranio, ed ecco che è dello stagno accartocciato, inerte, non cromabile, poverissimo. Quello stagno reclama le ragioni dell’uranio, così come un attore italiano reclama la continuità con chi recitava al Globe elisabettiano. E vagli a dire che ha torto: ha ragione, recita, li fanno recitare tutti anche se non sanno recitare, parlano come avendo un uovo sodo in bocca e dicono che recitano e gli danno un premio di cui frega zero a chiunque tranne che a chi vive a Roma e opera nell’attuale avanspettacolo.

 
Non è questione di storia. Non sto a dire che è tutta una cazzata, un colossale racconto venuto male, ciò che succede nel 1992: e qui intendo l’anno, non la serie. A proposito di quell’anno manca una storiografia allestita con decenza umanistica e rigore scientifico, e manca una retorica e manca una narrazione e manca chi se ne faccia carico. Manca tutto questo per una ragione: quel passaggio storico fu che andava in scena la storia che annullava le storie novecentesche. Il canone storico, non quello della Rai, non si pagava più: non pagava più. Ciò non causò l’attuale stato di confusione di supermassa, che è una confusione soltanto agli occhi dello storicismo novecentesco, mentre è storia che va avanti e va avanti molto velocemente. Gli anni Novanta erano gli anni Zero. Siamo sempre in anticipo di dieci anni rispetto all’America e continuano a dire il contrario.

Guardate il capolavoro “1992”: specchiatevi e fate l’esperienza che, nello specchio, la vostra immagine non c’è.

 
 
 

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