«Ogni immagine esteriore corrisponde un’immagine interiore che evoca in noi una realtà molto più vera e profonda di quella vissuta dai nostri sensi. Questo è certamente il senso
dei simboli, dei miti e delle leggende: ci aiutano ad andare al di là, a guardare oltre il visibile.
Questo è anche il valore di quel capitale di favole e di racconti che uno mette da parte da bambino e a cui ricorre nei momenti duri della vita, quando cerca una bussola o una consolazione. Di questi miti eterni, capaci di far strada all’anima, in Occidente ne abbiamo sempre meno».
Tiziano Terzani
Scelte
Giunta la sua ora, un valoroso Samurai giunse alle porte del Paradiso per ricevere l’eterna ricompensa che giustamente gli spettava. Ad ogni modo, prima di varcare la soglia, pregò che gli si mostrasse per curiosità l’inferno. E un angelo accontentò la sua richiesta.
Così, invitando il Samurai a seguirlo, l’angelo s’incamminò, fino a giungere ad un cancello piuttosto simile a quello del Paradiso. Tirò fuori un enorme mazzo di chiavi, aprì la serratura e invitò il Samurai entrare con lui dentro una grande stanza.
Quello che il Samurai vide fu un enorme tavolo imbandito di ogni prelibatezza, attorno al quale però sedevano uomini e donne smunti, malaticci e denutriti, dall’aspetto esasperato e dannato.
La tristezza lo pervase come non mai e spontanea sorse la domanda all’angelo:
“Ma perché, con tutto questo bendidio, sono tutti così magri e deboli e avviliti?”
L’angelo rispose:
“Per mangiare hanno a disposizione solo delle posate lunghissime, più lunghe del loro stesso braccio, che possono impugnare solo all’estremità. Così, anche se magari riescono a inforcare del cibo, quando provano a portarlo alla loro bocca, non riescono a raggiungerla e rimangono a digiuno”.
Il Samurai fece cenno di aver capito e, ricolmo di compassione per quei poveri maledetti, si fece ricondurre al Paradiso. Quando ne varcò la soglia, lo stupore fu immenso.
Quello che si ritrovò davanti fu lo stesso identico scenario a cui aveva assistito pochi istanti prima:
un tavolo imbandito di ogni leccornia, al quale si poteva banchettare solamente con delle posate più lunghe del proprio braccio e da impugnare alle estremità. Ma le persone che vi sedevano attorno erano serene e pacifiche, dall’aria grata e l’atteggiamento tranquillo.
Allora il Samurai chiese:
“Ma come è possibile? Inferno e Paradiso sono identici, come fanno però loro ad esser così beati?”
E l’angelo gli rivelò: “Nell’Inferno, tutti provano a portare cibo alla loro stessa bocca, rimanendo sempre a digiuno e insoddisfatti, generando così frustrazione e rabbia, che si conclude in un circolo vizioso senza salvezza.
Qui invece, ognuno usa la sua forchetta per imboccare gli altri, senza paura di rimanere a digiuno, felici di aiutarsi l’un l’altro, così che tutti riescano a sfamarsi e a tutti sia data la possibilità di un’esistenza serena e dignitosa”.
Racconto cinese
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