Il mondo che era / New York

Una rubrica per raccontare quei luoghi che, a causa del cambiamento climatico, un giorno potrebbero non esistere più

“C’era una bellezza della luce e dell’aria, la grande dimensione dello spazio…
Ma il vero fascino di New York era inequivocabilmente in quella nota di impeto
della vita locale, ed era il fascino di un potere impavido.
L’aspetto del potere era indescrivibile; era il potere della più stravagante delle città,
che alle prime luci del mattino si rallegrava della sua forza, della sua ricchezza,
della sua insuperabile condizione, e che si trasmetteva ad ogni oggetto,
al movimento e all’espressione di ogni cosa che fluttuava, incalzava e pulsava,
al vibrare dei traghetti e dei rimorchiatori, al tonfo delle onde, al giocare dei venti,
al bagliore delle luci, al sibilare dei fischi e delle grida generate dalla brezza”. (Henry James)

Ora dormi anche tu. Buonanotte, New York

L’Ipod suonava le note di Night Moves, di Bob Seger, una canzone che aveva accuratamente scelto prima di partire e che ancora oggi, quando la ascoltava, lo riportava lì, a New York, fra la gente che correva in marciapiedi simili ad autostrade e grattacieli dall’incredibile armonia architettonica.

Il taxista che lo accompagnò nell’unico albergo che aveva prenotato, forse l’ultimo taxista di colore di Manhattan, ci tenne ad avvisarlo che se voleva sembrare uno di NY non avrebbe mai dovuto guardare in alto. E così fece, per quasi tutta la sua permanenza. C’erano delle volte in cui, pur di guardare la punta dei grattacieli, faceva finta di voler prendere il segnale con il cellulare. E ancora adesso gli piaceva credere che per quei tre mesi, nessuno si fosse accorto della differenza tra lui, un ragazzo partito per esplorare mete destinate a scomparire, e loro, che galleggiavano al centro del mondo.

Di New York aveva amato tutto e ancora oggi era convinto che nessun luogo al mondo ne eguagliasse la magia, la complessità, l’eleganza e l’umanità intesa non come istinto compassionevole ma come incredibile moltitudine di persone così magnetiche che potevi passare un’intera giornata, seduto in un caffè, a guardarle sgambettare nei marciapiedi senza mai annoiarti.

Ce n’era per tutti i gusti: dalla donna in carriera in tailleure e tacchi vertiginosi, al broker impettito che, una volta uscito dall’ufficio, si sfilava le stringate, indossava un paio di sgualcite scarpe da ginnastica e sfrecciava via con lo skateboard pieghevole estratto dalla valigetta. C’erano i poveri, quelli che alla prima nevicata morivano congelati sotto gli occhi di tutti e la consapevolezza di nessuno. C’erano i ricchi, quelli del Four Season e delle Limousine parcheggiate davanti alle boutique di Madison Avenue.

C’erano gli universitari, quelli che studiavano al The Mall di Central Park e quelli che discutevano di filosofia nei pub del Village, davanti a quantitativi di birra da far invidia all’Oktober Fest. C’erano gli artisti e i matti, i politici e gli attori famosi. Tutti insieme, uniti da un’unica caratteristica che faceva invidia a gran parte del resto del mondo: erano di New York e avevano qualsiasi cosa a portata di mano.

“Nonno mi ci devi portare! Anche io voglio usare lo skateboard per andare in giro sui marciapiedi!”.
Interrotto nel suo girovagare tra i ricordi da quella fastidiosa vocina squillante, il nonno pensò a quanto si sarebbe divertito nel vedere la nipote lanciarsi a tutta velocità lungo la passeggiata che da Central Park South portava all’angelo della fontana di Bethesda.

Fu proprio in una delle panchine del parco che lesse, per la prima volta, un articolo che all’epoca venne etichettato come “fantascientifico”, una storia “apocalittica”. Eppure, nonostante i toni evidentemente romanzati, ciò che l’articolo descriveva non si distaccò molto da quanto accadde di lì a pochi anni.

Un prima avvisaglia c’era stata nel 2011, quando per soli 30 centimetri l’uragano Irene non paralizzò completamente il sistema dei trasporti di New York. Sarebbe bastata una marea un po’ più alta per rendere inservibili i tunnel della metropolitana e chiudere alcune linee per oltre un mese, con danni quantificabili in 55 miliardi di dollari. Invece, gli abitanti di New York se l’erano cavata con assalti ai supermercati per le scorte d’emergenza, 370.000 evacuati, migliaia di voli cancellati e tanti turisti bloccati in città e costretti ad allungare le loro vacanze. Una volta scampato il pericolo, qualcuno aveva persino accusato l’allora sindaco, Michael Bloomberg, di allarmismo.

Ed invece, nel 2012, vi fu un nuovo allarme. E quella volta le cose andarono notevolmente peggio: la metropoli sprofondò nell’acqua ed intere zone di Lower Manhattan, di Brooklyn e di Staten Island vennero sommerse per un metro o anche un metro e mezzo. Il bilancio fu di diciassette morti lungo l’intera costa orientale, 6.5 milioni di persone senza elettricità, la metropolitana allagata, e gli ospedali costretti ad evacuare i pazienti più gravi a causa del black-out. Danni stimati per 63 miliardi di dollari.

Manhattan... 1442

Manhattan venne definitivamente etichettata come una vittima predestinata del cambiamento climatico, una delle metropoli più vulnerabili all’innalzamento delle acque.
Proprio lei, signora elegante. Una città che quando ti trovavi costretto a lasciarla, ti mancava come una persona, come un’amica con la quale potevi uscire e parlare per ore, senza annoiarti mai. Senza sentirti mai solo. Senza aver mai bisogno di tirar fuori il cellulare per non sentirti a disagio in un bar.

Perché tanto, quando ti sedevi al banco a fare colazione, a cenare o a bere un drink, non passavano nemmeno due minuti che qualcuno aveva attaccato bottone. Ed era vero che poi, quasi sempre, quelle chiacchere non si trasformavano in amicizia, per lo meno non come la intendevamo noi italiani, ma era pur sempre un modo piacevole per trascorrere qualche minuto in compagnia e per sapere qualcosa della vita di qualcuno.

Girovagando per le strade, osservando i turisti impazziti che ridevano, scattavano foto, guardavano estasiati i grattacieli o correvano da un negozio all’altro, gli sembrava impossibile che nonostante il loro dichiarato amore per New York, fossero tutti troppo impegnati a godersela per le vacanze piuttosto che assicurarne la sopravvivenza.

Erano passati solo due anni, eppure sembrava così lontano il 21 settembre 2014, quando un milione di persone, provenienti da tutto il mondo, marciarono su New York per chiedere ai leader mondiali di agire contro il cambiamento climatico. E dalla grande mela, in una catena virtuale, la protesta si diffuse in 159 Paesi, coinvolgendo altre grandi città come Roma, Londra, Berlino, Delhi, Rio de Janeiro. Era stato un momento bellissimo. E fu proprio in quell’occasione che decise che la seconda tappa del suo viaggio, dopo il Vietnam, sarebbe stata New York.

I dati parlavano chiaro: le temperature nella metropoli avrebbero subito un aumento di circa 4°C entro il 2080. E se l’aumento delle emissioni globali fosse proseguito ai ritmi registrati nel 2015, i giorni con temperature superiori a 32°Celsius sarebbero raddoppiati e le ondate di calore sarebbero passate dalle due alle cinque o sette l’anno.

Allo stesso tempo, il clima sarebbe stato più piovoso. Le precipitazioni sarebbero aumentate tra il quattro e l’undici percento entro il 2050 e fino al tredici percento entro il 2080 portando ad un’accelerazione nell’innalzamento del livello del mare che avrebbe esposto i cittadini di New York ad un maggiore rischio di alluvioni.

Nonostante fosse consapevole che non era colpa sua, era difficile per il nonno non provare un senso di smarrimento e confusione quando al telegiornale della sera passavano le immagini del Financial Center sommerso. Il Bronx… Bhè, di quello non c’erano più immagini già da molto tempo. “Negazionisti, dannazione a loro. Decenni a descrivere gli scienziati come indovini da strapazzo. Persino il Papa c’aveva visto bene! Persino lui!”.

Perché anche in questo caso, nonostante a ben vedere alcune delle amministrazioni che si erano susseguite in quegli anni (Michale Bloomberg e Will De Blasio) si fossero adoperate per prevenire alcuni degli impatti previsti – costruendo dune, ampliamenti di spiagge ed aree umide che servivano da “serbatoi di contenimento” delle maree, ed infrastrutture artificiali, come dighe e argini contro le inondazioni; moltiplicando i “tetti verdi”; varando nuovi regolamenti comunali che vietavano di tenere nelle cantine le caldaie e i serbatoi per il riscaldamento e predisponendo incentivi per rafforzare gli edifici – gli scienziati ebbero ragione. E il livello del mare crebbe. Crebbe inesorabilmente e portò via al mondo quell’angolo di libertà, di spensieratezza e di avventura che lui ebbe la fortuna di vivere. Almeno per un po’.

 

 

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