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Fremdschämen
Provare vergogna per quel che qualcun altro ha compiuto
Tedesco
Seduto, ad occhi vaghi, si misura i nodi dei polsi. Davanti a lui, il giornale. Dietro, un’alba vista per forza. Hanna è nella stanza accanto. La sente camminare, sulle note di una vecchia canzone. L’urgenza dei suoi passi sembra calpestargli la polvere sui ricordi.
Gli ha rivolto la parola a sospiri da quando è entrata. E l’ha guardato quel tanto da domandargli come stava. Il giornale è ancora lì.
Lo ha portato Hanna, come una sfida. L’ha posato davanti a lui e si è voltata.
‘Ecco, leggi.’ ha mormorato. Due parole sole, ma comunque un progresso. La prossima volta, forse, avrebbe anche sorriso.
Lo guarda di nuovo. Un giornale di un giorno per tutti. Ma le parole sembrano più cupe. E un nitore strano le raccoglie. Come a dire, tutto è scritto, nulla si può più nascondere.
E una strana, dolorosa punta viva gli arrossa il volto. Nulla si può più nascondere.
Vela lo sguardo, vedendo Hanna entrare. Nella mano un’Odissea ammorbata dal tempo.
Lo disattende, ancora una volta. Gli passa alle spalle e si ferma. Nello specchio si sistema lo sguardo. Ma per un attimo, incontra i suoi occhi nel riflesso. Si volta, come ferita. Si avvicina e si siede.
‘Sempre il posto accanto alla finestra, vero Hanna?’ chiede. Gli suona una voce scavata. Lei tace. Negli occhi quel suo sguardo. Un velo di malinconico rumore.
Poi dice ‘Hai letto il giornale?’.
Lui si scuote, come colpito. ‘Non ancora. C’è qualcosa di interessante?’.
‘L’articolo sui programmi elettorali’.
Lui tentenna ‘Quello, si, lo conosco.’ Poi, d’istinto guarda il giornale. Liscio, illeso. Accusa subito la sua bugia. Ma Hanna non sembra accorgersene. Sta ancora guardando oltre i vetri, la pioggia sotto le palpebre.
Lui l’osserva con attenzione, per la prima volta da quando è entrata. E si rimprovera di non avere visto subito i solchi sulle labbra vuote. E le notti insonni, attorno alle ciglia. Le mani di Hanna tormentano la copertina arida dell’Odissea, mentre sulla prima pagina si legge ancora l’inizio della dedica. ‘A te, che sei la dimora del mio vagare…’.
‘E Anton, come sta?’ chiede. Meglio una domanda, che dare una risposta, pensa. Almeno a casa. Ed intanto, maledice l’abitudine ormai scomoda di farsi portare il giornale da Hanna, ogni sabato.
Ma si pente subito della sua domanda. Le mani di Hanna ammutoliscono. Ed i suoi occhi si annuvolano di sale.
‘È partito.’ Un attimo di silenzio. Poi aggiunge ‘Di nuovo’. Afferra il libro a due mani e sorride. Una vena di amarezza le tuona negli occhi. ‘Non si pensa mai di essere Penelope. Eppure, eccomi qui. Aspetto uno dei tanti ritorni. Una sola morte non basta’.
Lui si muove, turbato. Non è abituato a vedere il dolore di Hanna. Spesso lo indossa in pezzi, di nascosto. Un ornamento in più. Ora invece, è troppo vicino, per potervi sfuggire.
‘Ma Odisseo ritorna.’ mormora, ancora una volta, con voce sgraziata. Vorrebbe, solo, da padre, poterla aiutare. Hanna si volta e lo guarda, fissamente. ‘Non è lo stesso uomo che è partito’.
Lascia le parole ghiacciare nell’aria per qualche istante. ‘L’uomo che torna è quello che con un inganno ha distrutto un’intera civiltà.’
Lui sente nella sua voce un’accusa antica. ‘Ha dovuto farlo.’ dice. Sa quanto possa sembrare ridicolo difendere un uomo forse mai esistito. Ma un’ombra nel volto di Hanna gli ricorda che è lui, ad essere sotto processo. Da una vita intera, oramai.
‘Avranno provato vergogna tutti.’ dice lei.
‘Tutti, chi?’
‘I suoi compagni. Dopo dieci anni di guerra, vincere perché gli avversari non concepivano la slealtà’.
Lui oscilla. Si passa le mani tra i capelli ingrigiti e tace. Gli cresce, nel petto, un respiro stentato.
Hanna annuisce, come se avesse udito una risposta. Poi aggiunge: ‘Anche lui deve aver provato vergogna.’ E lo guarda, gli occhi come chiodi liquidi. Lui sente nel cuore un nodo stretto. Teso, come un filo al vento. Pronto a spezzarsi.
Ma Hanna non continua. E lui non sa se sia pietà, la sua, o ritegno. Rimangono in silenzio. Uno dei tanti silenzi dei sabati passati assieme. Poi Hanna afferra il giornale. ‘Insomma, cosa dici di quell’articolo?’
Sembra lo chieda per costrizione. Ma neppure lei riesce ad aprire il giornale. ‘Cosa dicono i nostri politici, rispondono mai alle domande?’ sorride, sforzata.
Lui tace, lo sguardo assente. Non trova, in nessun angolo di sé, il coraggio di guardarle il viso. Hanna posa di nuovo il giornale.
Poi sussurra. ‘Mi domando se qualche volta tu ricordi. Era un Muro, certo. Ma da una parte si viveva. Da una parte, un chiunque era qualcuno. Qualcuno perché era parte del tutto. Ora, leggiti questo articolo. Tutto è fumo, nel grande cielo di Berlino. Una Berlino per tutti e per nessuno. È in abbandono, quel sogno, che avevamo. Naufragato perché nessuno è più rimasto a sognarlo’ respira leggera. Attorno agli occhi, un vuoto, un dolore. ‘Non ti viene mai l’Ostalgie?’ aggiunge poi.
Lo provoca, ancora una volta. E lui sente il nodo farsi peso. Il petto farsi stretto. Gli occhi farsi chiusi e chini. Un velo rosso, gli riempie la bocca. Non ha parole, per difendersi.
Poi d’improvviso, suonano alla porta. Lui si alza, le mani di troppo. Si dirige verso l’ingresso. Allo specchio si scorge. Hanna lo raggiunge, inquieta. Lui si mette il cappotto, sistema la cravatta, veste un sorriso. Poi si sfila la coscienza. La tende a Hanna, che, a peso, la riprende. Le resta in mano, stretto, il giornale con il suo programma. Lui si gira, leggero, si guarda di nuovo allo specchio. Il Politico sorride. Poi apre la porta, allunga il passo. È ora delle telecamere. Per l’ultima volta, si promette.
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