Persone, non migranti

Se ci si ferma a riflettere, come accade sempre di fronte a un baratro, è difficile stabilire quando è successo. Non si riesce a ricordare, eppure è stato, che all’improvviso un confine, un passaporto, un visto, sono diventati più importanti di un essere umano.
La cortina di ferro, il muro di Berlino, sono stati venduti dagli esperti del marketing della politica come l’ultima frontiera, quella oltre la quale c’era il benessere, la libertà, la sicurezza, i diritti umani. Non è andata così, anzi, è vero esattamente il contrario. Questo processo di ribaltamento necessita di una grammatica appropriata.
Pensate alla fatica che costa non dire la verità. Si inizia dal vocabolario: meglio dire migranti, immigrati, emigranti, per non parlar dei clandestini. E se a migrare sono europei e nord americani, diventano expat. Tutto un corollario di giri di parole per non dire che sono uomini e donne, che hanno un nome e dei sogni, delle paure e delle speranze.
Sono decine di migliaia, ormai. Ogni giorno, sempre di più. Nulla potrà fermarli, perché quello che si lasciano alle spalle è solo un’altra forma di morte. Lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. Perché muoversi è connesso alla natura. Lo ribadiamo sempre. Quando celebriamo la Giornata della Memoria, quando ci apprestiamo a ricordare il genocidio armeno. Quando diciamo che Srebrenica non sarà più, mai più Rwanda. Ogni volta che lo diciamo, stiamo mentendo. Perché mentre lo diciamo, innalziamo muri sempre nuovi, barriere sempre più ostili, ci ritiriamo nelle nostre acque territoriali, a guardarli annegare da lontano. La guerra e le persecuzioni, certo. Ma anche solo la volontà di cambiare la propria vita.
Eppure non dovrebbe esserci niente di più naturale del migrare, movimento connesso alla stessa natura degli essere umani e delle forme di vita. Nulla dovrebbe essere più trasversale. La sinistra mondialista, da un lato, ma anche i liberisti, dall’altro, dovrebbero essere uniti nello spiegare un movimento innato, naturale.
Perché, secondo i sostenitori del ‘farsi da solo’, chi più di un uomo pronto a rischiare la propria vita per costruirsi un futuro dovrebbe rappresentare la libera impresa? Non accade però non per loro. E credenti e non credenti, tutti, dovrebbero rivedersi in quei corpi annegati. Perché ogni vita è cara a qualsiasi Dio e per chi non trova Dio è l’uomo il motore di questo mondo.
Tutti gli uomini, sia i sommersi che i salvati. Anche una certa destra, quella della presunta ‘rivolta’ contro il sistema, dovrebbe capirli. Loro, gli ultimi anelli della catena di un certo sistema economico che aumenta l’accumulo della ricchezza in sempre meno mani. Eppure per questi morti non valgono gli appelli contro le multinazionali. Tra loro ci sono i Bob Dylan che non ascolteremo mai, i Don DeLillo che non leggeremo, i Leo Messi che non vedremo giocare, i Micheal Basquiat che non dipingeranno, i Woody Allen che non applaudiremo. Non solo, però. Tra loro ci sono i braccianti che lavorano nelle nostre campagne, gli edili che lavorano di notte nei cantieri delle nostre grandi opere, quelli che puliscono i nostri uffici, le nostre case, che badano ai nostri figli e ai nostri anziani.
Persone, non migranti.
Che scappano da paesi dove le nostre aziende lavorano e fanno profitti, paesi che comprano le nostre armi, per reprimere le stesse popolazioni alle quali non riconosciamo neanche il diritto di scappare.
Solo quello di morire.
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